Lucio Dalla, il talento e la follia

Il ricordo di un provino a Roma. Una mattina del '64 in via Teulada a Roma. Aveva appena inciso un “45 giri”, con un pezzo straordinario: “Lei”.

Lucio Dalla

Lucio Dalla

redazione 1 marzo 2012

di Nino Pirito

“Ricordati, Lucio. E' un provino, solo un provino. Quindi non fare cazzate, non metterti a fare cose strane. Perché se non lo passi, addio trasmissioni televisive, addio radio”.
Alberto Michelini, allora direttore artistico dell'etichetta Arc, quella di colore verde chiaro, quella della scuderia dei “nuovi” della Rca (etichetta rigorosamente nera), quella mattina del '64, non ricordo il mese, si raccomandava più di tutti con lui, Lucio Dalla, il più bravo e geniale di tutti ma anche il più pazzo di tutti.
Aveva appena inciso un “45 giri”, con un pezzo straordinario: “Lei”, versione italiana (cover si dice oggi) di “Careless love” di Ray Charles.
In quel tempo non “passavi” in radio o in televisione – c'era ancora solo un canale tv - se non superavi quel provino dal vivo. Altro che oggi, che basta incidere un disco e le radio e le televisioni, se vogliono, ti mandano in onda giorno e notte.
Dalla decide di presentarsi con un brano di Edoardo Vianello. Certo non con una di quelle già popolarissime canzoni estive (un'invenzione proprio della Rca), tipo “Abbronzatissima”. Sceglie “O mio Signore”, una sorta di blues-spiritual molto intenso, un “terzinato” (per capirci alla “Only you” dei Platters) adattissimo alla voce già stupenda di Lucio.
Bene, che cosa ti combina il Nostro? Quando arriva il suo turno, nello studiolo di via Teulada, con la commissione in regia, entra, si siede al pianoforte e comincia a cantare. La voce ha un timbro che non vi dico, l'intonazione è perfetta, l'interpretazione intensa. Dalla canta in modo lineare ma non scolastico. Ma dopo un po' si stufa. E prende la strada dell'improvvisazione.
Il pezzo diventa un'altra cosa rispetto all'originale. Ma la magia cresce grazie a quelle “svisature” (variazioni) che non possono essere definite neppure jazzistiche per quanto sono particolari, originali, irripetibili direi. Quelle variazioni che, in seguito, diventeranno una delle (tante) cifre dell'interprete forse più originale che abbiamo avuto in Italia. Anzi senza il forse.
Bruno Canfora, che presiede la commissione, è l'unico – se non ricordo male – a capire. Gli altri membri sono allibiti, non si raccapezzano, non riescono a seguire il percorso musicale di quel ragazzotto in salopette di jeans, quasi arrampicato sullo sgabello del pianoforte, che si lascia trascinare dall'ispirazione, che va e viene sulla melodia, la stravolge, la riconquista, la riprende, la lascia ancora, si arrampica senza fatica sugli acuti, ne ridiscende con facilità irrisoria e irridente, la recupera per l'ultima volta. E conclude.
La commissione resta di stucco. Non sa cosa fare. Ma c'è il maestro Canfora, meno male.
Amici miei, se siete amici davvero capirete che non me la sento di aggiungere molto altro a questo breve, vivido ricordo di un artista che, quindi, fin dall'inizio è stato un caso unico nella storia della musica, non solo popolare, italiana. Incurante – nella carriera come nella vita – delle convenzioni, sicuro – senza sicumera – dei propri mezzi, della propria personalità, del proprio talento. E, al contempo, sincero, naturale, sfottente, amorevole.
Dovrà, poi, Dalla, aspettare ancora sette anni per vedersi riconosciuto (e quanto!) anche dal cosiddetto grande pubblico.
Dovrà aspettare il 1971. Passando, come quasi tutti allora, dal Festival di Sanremo con la inaspettata e blasfema (per i sordi) “4/3/1943”, più nota come “Gesù Bambino”. La prima, si fa per dire (ché aveva già interpretato almeno altre tre ottime canzoni, tra cui - “Lei” dell'esordio a parte - sempre a Sanremo, nel 1966 “Paff bum” (incompresa)e, nel 1967, “Bisogna saper perdere”, in accoppiata con i Rokes di Shel Shapiro); la prima perla, dicevo, di una serie impressionante di successi. Da “La casa in riva al mare” (… vengo da te Maria... vengo da te Maria...) a “Piazza grande”, da “Nuvolari” a “Caruso” (che a me, scusate non è mai piaciuta granché), da “Attenti al lupo” (che, credetemi, non è un brano “minore”, riascoltatela con attenzione) a “Nanì”. Ultima struggente, ispirata canzone, presentata, quest'anno, sempre al festival, a supporto di Pier Davide Carone.
Infine Montreux, fatale e forse non casualmente. Montreux, la città di un prestigioso festival jazz (definizione riduttiva) dove Lucio stava tenendo una serie di concerti. E dove lo ha tradito il cuore. Quel cuore così grande che, per 69 anni meno 4 giorni, ha battuto a ritmo di musica e di creativa follia.