La classica, il pop e la critica: polemica in note

«La musica classica non esiste, non studiatela, i critici non sanno quel che dicono, solo Madonna è forte»: decalogo di una modernità discutibile. [Federico Biscione]

Federico Biscione 10 luglio 2012
[b]di Federico Biscione[/b]



Sono comparsi qui in zona Globalist degli articoli su argomenti musicali di estremo interesse, con titoli dirompenti come La musica classica non è mai esistita, Non fate studiare musica ai vostri figli, Le inutili parole della critica musicale, e infine Madonna fa una gran musica, altro che stivaletti e ballerini.
L'estensore di questi contibuti, il musicista Francesco Redig de Campos, mette coraggiosamente il dito in diverse piaghe, e sbatte i mostri in prima pagina (tanto di cappello), ma affida la sostanza delle sue opinioni a ragionamenti a volte un tantino sbrigativi, dimostrando così soprattutto la voglia di andare controcorrente. L'intento, in sé, è lodevole e pure accattivante, ma se l'argomento è sottile, lo stesso dovrà essere per il ragionamento che vi si fa intorno (viene in mente l'aforisma di Wilde "Posso ammettere la forza bruta, ma la ragione bruta è assolutamente insopportabile"). Ecco la rassegna.



Sulla definizione di musica classica i musicologi si accapigliano senza riuscire ad accordarsi dal lontano 1838, da quando cioè il termine venne usato per la prima volta. La definizione citata da Redig centra un punto essenziale, cioè che la musica classica ha uno dei suoi fondamenti nel fatto di essere scritta a puntino (diversamente rispetto ad altre esperienze musicali); ma è proprio questo che le ha dato la possibilità di una evoluzione ed approfondimento sconosciuto ad altre tradizioni (scusate se è poco) e le ha permesso storicamente di raggiungere alcune significative e innegabili vette espressive probabilmente sconosciute (almeno sinora) ad altri generi. Se poi qualcuno non dovesse aver ricevuto un'educazione adeguata per accorgersene, bhè, mica è colpa della musica: oggi sembra si voglia portare tutto al livello delle masse, dimenticando che per certe cose dovrebbe essere l'individuo a elevarsi, altrimenti facciamo quei discorsi in cui tutto è uguale a tutto, e questo ovviamente non è vero (naturalmente non si sta parlando della dignità e dei diritti di una persona, ma solo eventualmente della sua cultura). Per il futuro, chi vivrà vedrà; ad ogni modo il fatto che questa tradizione (della musica classica) sia oggi in grave rischio di estinzione, o che si faccia fatica, oggi più che mai, a definirne i contorni, non autorizza per nulla ad affermare che non sia mai esisitita.

Condivido però pienamente l'insofferenza verso gli ambienti troppo ingessati e la stereotipata ritualità che si osserva spesso negli auditorium; tuttavia sono convinto che non ci vuole un diploma di conservatorio per capire dove conviene applaudire e dove no, e che anche negli stadi con 12.000 spettatori ci sia una ritualità, diversa, ma sempre più o meno stereotipata. E allora?

Sul fatto che ci siano molte più analogie tra i Metallica e Claudio Villa che tra Bach e Alban Berg sono invece assolutamente d'accordo: spesso chi guarda una cosa con occhio spassionato, dal di fuori, rileva certe evidenze meglio di quelli che ci sono invischiati dentro. Ma questo è un discorso lungo e importante, e lo rimandiamo magari a una trattazione specifica.



L'articolo che provocatoriamente invita a non far studiare la musica ai nostri figli restituisce uno spaccato del mondo ahimè sostanzialmente aderente al vero (soprattutto in Italia), ma dimentica di dire una cosa essenziale: se siamo arrivati a questo punto è proprio perché la musica non si studia, ossia perché le istituzioni scolastiche hanno da sempre relegato lo studio della musica alla stregua di materie come Religione ed Educazione fisica (e la crisi economica fa il resto). Cominciamo invece a farla studiare proprio adesso ai nostri figli, la musica (e non necessariamente come obiettivo professionale: anche solo come educazione la musica è una cosa straordinaria): c'è da scommettere che il resto verrà da sé. Aggiungo solo che c'è sempre da sospettare dei ragionamenti stile "tanto peggio, tanto meglio".



Sull'assurdità di certa critica musicale non si può che essere d'accordo, e le parole sono spesso ammantate di un'aura di esoterismo insopportabile e nefasto. Tuttavia l'esempio portato dal Nostro non è del tutto calzante: «La scrittura di Mahler accentua l'elemento spettrale del suono... vede le idee sonore sotto la luce dell'assenza, rimanda alla responsabilità di una memoria che deve lavorare su ciò che ad occhi ingenui sembra "semplicemente" presente» (Stefano Catucci). Il brano è scritto in modo abbastanza criptico, bisogna dirlo, però si può leggere così: in Mahler vengono sì evocate cose concrete, ma sempre come ricordo, quindi, in definitiva, ciò che viene rappresentato veramente è l'assenza della cosa stessa, ovvero il suo ricordo (comprese le cameriere tettone coi boccali di birra tracimanti schiuma evocate dal de Campos, col quale si può essere d'accordo, evidentemente, quando afferma di aver «suonato male» questa sinfonia).

Il raffronto con gli spettralisti mi pare poi del tutto fuori luogo: provate a paragonare la prima sinfonia di Mahler con un brano qualsiasi di Gérard Grisey, poi mi dite che cosa avrebbero in comune veramente queste due cose, eccezion fatta per alcune note lunghe unite ad ipertoni di quinta e ottava (perdonate la necessaria discesa nel tecnico): come dire che due pittori hanno qualcosa in comune perché utilizzano lo stesso blu cobalto, o che due poeti hanno lo stesso stile perché adoperano entrambi la parola "sotterfugio".

In definitiva, parlare di musica è sempre difficile, e lo sapevamo; ma è questa una buona ragione per non farlo, e per trattare con tanto disprezzo chi, bene o male, lo fa?



Infine veniamo a Madonna, che secondo il de Campos farebbe della «gran musica». Io non sono un esperto del ramo (nessuno è perfetto), però mi sembra di capire che siamo di fronte a un'industria: noi diciamo Madonna ma intendiamo in verità decine di aziende e holding legate tra loro, in cui da qualche parte si parla un poco di musica, un poco di arte e creatività, ma soprattutto di marketing, organizzazione, pianificazione degli eventi, poi c'è un indotto di gadgets e altro inimmaginabile, ci sono centinaia di persone legate a vario titolo a una filiera produttiva di dimensione planetaria, una macchina da guerra, anzi una macchina da soldi che ci spenna, ci spolpa, ci bombarda di pubblicità fin negli ascensori, quando non nei cessi delle stazioni. Bhè, ma almeno la musica, quella dovrà essere mediamente buona, o siamo davvero tutti degli allocchi?