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Mr. Holmes: elegia del grande Sherlock

Bill Condon dirige lo straordinario Ian McKellen in Mr. Holmes: il film più che ritratto inedito si può definire una vera e propria elegia. [Ivo Mej]

Ivo Mej
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30 Ottobre 2015 - 15.04


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di Ivo Mej

Scordatevi lo Sherlock Holmes che avete sempre conosciuto, con il suo berretto da caccia a doppia visiera, la pipa, la mantellina.

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Siamo nel 1947, la seconda Guerra Mondiale è appena finita, la Gran Bretagna si lecca le sue ferite e si è dimenticata del celebre investigatore di Baker street.

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Lui, del resto, ha la bellezza di 93 anni, tutti quelli che lo conoscevano o lo amavano sono scomparsi, compresi Watson, Lestrade e il fratello Mycroft. Come tutti i vecchi rimasti soli, Holmes non ha più voglia di caos, di smog, del traffico di Londra. Si è ritirato nelle verdissime campagne del Sussex ad allevare api.

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Il film Mr. Holmes parte da questo evento apparentemente inconcepibile per il grande Holmes, ma che in realtà ricalca ciò che fece davvero in vecchiaia il suo creatore letterario, Sir Arthur Conan Doyle.

Tratto dal libro ‘Mr. Holmes – Il mistero del caso irrisolto’ di Mitch Cullin, il film più che ritratto inedito si può definire una vera e propria elegia. Quella che era stata la mente più eccelsa dei tempi della Regina Vittoria, oggi perde colpi, ha vuoti di memoria, cerca affannosamente miracolosi elisir per ritornare almeno simile a ciò che era stata.

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Il pepe di Sichuan o la pappa reale non possono tuttavia sconfiggere il tempo che passa, inesorabile. In più, se il tempo trascorre nel rimorso di non avere risolto l’ultimo caso, per uno come Sherlock sono guai.

Il regista Bill Condon è qualcosa di più di un bravo mestierante. Un passato fatto di Twilight, Kinsey e, soprattutto Demoni e Dei, che gli valse un Oscar per la sceneggiatura, nel ‘98. Proprio su quel set aveva diretto lo straordinario Ian McKellen, un Lawrence Olivier dei nostri tempi che troppo si è distratto con le saghe dell’anello o con le avventure degli X-Men. Questa volta McKellen ritorna ad essere un Attore che merita la maiuscola, centrando in pieno il personaggio del decrepito Holmes, scontroso come tutti i vecchi ma ancora in grado di dispiegare le ali deduttive o di percepire il luccichio dell’intelletto superiore in chi viene dopo di lui. E qui il passaggio di testimone è notevole perché Holmes, non avendo altri con cui parlare, si concentra sul figlio dodicenne della sua badante, Roger, uno straordinario Milo Parker, in grado di raccogliere l’eredità di Holmes sullo schermo come quella di McKellen nella realtà.

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Sarà grazie all’allenamento mentale stimolato dalle continue domande del ragazzo che Sherlock sarà finalmente in grado di ripescare nella sua memoria piena di buchi cosa davvero sia accaduto alla giovane donna del guanto, morta nel caso irrisolto.

Si scoprirà che l’amore c’entra sempre, anche se il protagonista è un uomo straordinario che ha fatto della solitudine la sua unica compagna e della logica il suo unico dio.

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Anche se quest’uomo è Sherlock Holmes.

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