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Per non dimenticare si deve prima conoscere

Il 27 gennaio è stato dichiarato con una legge Giorno della Memoria nel 2000: un giorno simbolico, il giorno in cui nel ’45 sono stati aperti i cancelli di Auschwitz.

Chiara D'Ambros
Chiara D'Ambros

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27 Gennaio 2015 - 17.39


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di Chiara D’Ambros

Oggi 27 gennaio giornata della Memoria: “Per non dimenticare”. Per dimenticare però si deve prima conoscere. Nelle libreria un libro di Auschwitz è vicino a uno di Benedetta Parodi, un film sulla Shoa in tv viene continuamente interrotto da una bellissima donna elegante che si spruzza del profumo o dal quadretto di una famiglia che mangia felicemente biscotti. Tutto sullo stesso piano e i colori delle esperienze possono facilmente confondersi in una magma di immagini e storie che in una frase fatta si dice: “si sanno”… ma cosa si conosce veramente?

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I testimoni, i sopravvissuti soltanto possono avere memoria di quanto accaduto. Dopo molti sforzi e con difficoltà hanno raccontato, hanno portato a noi la loro esperienza e oltre le parole chi ha avuto la fortuna di incontrarli, ha potuto intravedere nei loro occhi quella parte di orrore indicibile a parole. C’è una memoria del corpo che non può parlare, ma che rimane sempre presente e ti impedisce di dimenticare. L’unico modo per chi non ha vissuto quelle esperienze è riviverle in qualche modo attraverso i racconti, l’immaginazione quindi l’ascolto di quelle storie richiede una riflessione, un “portare dentro di sé” quello che si sente, per tradurlo in conoscenza e consapevolezza. Se non viene fatto questo passaggio i racconti volano via, con loro la conoscenza e non resta che la possibilità di una memoria solo formale, celebrativa, in cui le storie del passato restano in fondo nel passato, non diventano storie del presente che si riflettono e fanno riflettere su di esso, e possano influire su come si agisce e costruisce il presente e di conseguenza il futuro.
Se ho una casa già abitata da oggetti e mobili, devo tenerne conto e disporre il resto di conseguenza, se la casa è vuota, posso metterci quello che voglio, come voglio a seconda del gusto del momento. La presenza nelle coscienze collettive della conoscenza di esperienze passate influisce sul posizionamento dei pensieri, come si concatenano, e quindi quali valori prendono forma e si traducono in azioni concrete.

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Il 27 gennaio è stato dichiarato con una legge Giorno della Memoria nel 2000, è un giorno simbolico, il giorno in cui nel ’45 sono stati aperti i cancelli di Auschwitz, in cui per convenzione si ricordano la Shoa e gli stermini delle minoranze avvenuti durante la Seconda Guerra mondiale ad opera dei Nazisti e Fascisti. Se da una parte è positivo che si riconosca un tempo dedicato alla memoria di quel momento storico, la sua istituzionalizzazione come tutti i processi simili, sposta la riflessione dall’intimo del singolo alla dimensione condivisa. Questo se da una parte è fondamentale per la costruzione di una memoria collettiva, porta con s’è il rischio di deresponsabilizzare ciascuno da una riflessione profonda che si traduca in scelte consapevoli nel momento dell’agire comune.Il rischio che lo spazio della memoria di questi eventi sia inghiottito dall’oblio della celebrazione e delle frasi fatte è altissimo. La memoria, infatti, non può appartenere a un momento, la giornata della memoria è certo un’occasione di conoscenza ma la memoria qualcosa di più complesso, è un processo, richiede uno sforzo, di conoscenza collettivo e personale.

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Proprio in questi giorni lo storico Giovanni Gozzini davanti a una platea di 600 ragazzi raccontava come un suo amico e collega, storico e farmacista Jean Clode Pressac, aveva una posizione negazionista rispetto all’esistenza delle camere a gas, ma a seguito di ricerche e del ritrovamento di documenti e fatture che testimoniavano l’acquisto da parte dei Nazisti di quantitativi significativi di ZiclonB aveva dovuto rivedere le sue posizioni e riconoscere l’esistenza di questo metodo di sterminio.

Una memoria si può quindi ricostruire attraverso la conoscenza e questa a sua volta produce nuova conoscenza e nella migliore delle ipotesi consapevolezza e quindi capacità di scelta. Lo racconta Hannah Arendt ne “La banalità del male” come Eichmann si sia difeso dicendo che aveva semplicemente stilato delle liste, si è difeso nascondendosi dietro la “forma burocratica”, il velo del non sapere. O si pensi al caso del comandante del campo di Auschwitz Rudolf Hoess, o di mille altri Nazisti o Fascisti che dissero di aver semplicemente eseguito a degli ordini. Ma anche eseguire gli ordini, è in fondo frutto di una scelta.
I sopravvissuti per raccontare cosa era loro successo hanno impiegato anni spesso, per loro ricordare ha richiesto e richiede ogni volta uno sforzo e così essere nuovi testimoni, seppur indiretti, far si che rimanga traccia di quello che è accaduto implica se non altrettanto, perché incomparabili le esperienze, un simile impegno e molto rispetto. Ricordare richiede una fatica nell’essere disposti a guardare non solo l’orrore ma anche la lucidità con cui è stato compiuto tutto, richiede di leggere non solo le storie tragiche o emotivamente coinvolgenti, ma anche i fatti nudi e crudi per poter trattenere una conoscenza e si possa riconoscere come viene creato un nemico, come si possa instillare una paura nella massa affinché questa richieda di essere protetta, e poi accetti e anzi deleghi all’applicazione della forza e della violenza su altri, la propria conservazione e la costruzione della propria identità.

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Per natura l’essere umano ha una memoria selettiva, così anche la memoria collettiva si costituisce su quello che viene selezionato dalla maggioranza, su quello viene scelto si debba e si possa conoscere. Ecco che degli argomenti su cui si pone l’attenzione in questo giorno, non si poteva quasi parlare negli anni subito successivi alla guerra, così come non si può ancora parlare della storia recente in Italia, per cui – ricordava Umberto Eco in un recente articolo proprio sulla memoria – per esempio i ragazzi di oggi per lo più pensano che Aldo Moro sia stato il capo delle Brigate Rosse, non ricordano che è stato una loro vittima, non lo sanno.

Riflettendo sull’importanza e la necessità della memoria viene da chiedersi, quindi, se essa richieda un tempo lungo di decantazione ma se così è sorge un’altra domanda: la mente collettiva non rischia, così, di essere come un anziano che si ricorda perfettamente con cosa giocava da bambino, che scarpe indossava, gli eventi di giovinezza che visti con gli occhi di oggi gli danno anche una certa saggezza ma non sa dove ha messo le chiavi di casa e rimane chiuso fuori.

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C’è bisogno di memoria, perché c’è bisogno di conoscenza e di continuità di memoria e di conoscenza che permetta di accorgersi, di tenere gli occhi aperti di guardarsi intorno oggi e vedere dove si sta andando. A Roma se sei sbadato e non guardi dove metti i piedi ti può capitare di inciampare su una pietra, che ti costringe ad abbassare gli occhi, di incontrare una scritta “qui abitava … e un nome una data di nascita , una data di arresto, il luogo di deportazione, e di assassinio”. E’ una Pietra D’inciampo, che ti impedisce l’indifferenza, ti sottopone un ricordo, ti fa uscire dal tuo equilibrio, dal dato per scontato e al passo successivo devi cercare un nuovo equilibrio e solo sapere da dove arrivavi e dove stai andando ti permette di non cadere.

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