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Masochisti o scemi

Un’archeoscampagnata musicale al Parco dell'Appia Antica: il vecchio e il nuovo, venti secoli di storia.

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4 Agosto 2014


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Domenica 27, al Parco regionale dell’Appia Antica. Qualche centinaio di ettari di verde con due ingressi opposti, a chilometri di distanza. Dentro ci sono un tempio, una tomba monumentale, varie fattorie, greggi di pecore e mandrie di asinelli, boschi, acquedotti e ruderi, un fiume, una ma-rana, rigagnoli e sentieri che si intrecciano in tutte le direzioni, e soprattutto gruppi di musicofili smarriti, di cui parleremo dopo.

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Tutto comincia con un ghiotto invito a un’archeoscampagnata musicale: un concerto di quello che secondo noi è il meglio che ci sia per questo genere a Roma: il Parco della Musica Contempora-ry Ensemble. Suoneranno roba nuova, forte e sperimentale nel luogo più remoto e arcaico di tutta la città, il sepolcro di Annia Regilla. A separare il vecchio e il nuovo, venti secoli di storia.

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Eccoli in riassunto.

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Il passato:

Secondo secolo dopo Cristo, Erode Attico, un signore di smisurata ricchezza, figlio di un omo-nimo ancora più ricco, ma più oculato. Si dice di Erode padre che, preoccupato per i suoi troppi quattrini, scrivesse all’imperatore Nerva per avere istruzioni su cosa farne; l’imperatore rispose: “Usali”. Non convinto, a una sua ulteriore richiesta Nerva rispose ancora, paziente: “Allora abusa-ne”.

Erode figlio è invece uno spendaccione che riempie il mondo antico di opere d’arte. Alla sua ricchezza si è aggiunta la dote sterminata della moglie, Annia Regilla: precisamente, fra le tante al-tre, la tenuta agricola dove abbiamo intenzione di recarci.

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A un certo punto la ricchissima moglie muore. Ci sono forti sospetti che il colpevole sia pro-prio Erode, per avidità di ereditare, oppure semplice capriccio. Processato, se la cava grazie ad alte protezioni. Forse per gettare fumo negli occhi, finge un lutto esagerato: fa dipingere la sua villa tutta di nero, ristruttura la tenuta in memoria di Annia, e le fa costruire una magnifica tomba. Quella che sta per essere profanata dalla nostra Musica Contemporanea.

Il presente:

Il Parco Regionale dell’Appia Antica e il Pmce presentano: Sound Park, Contemporary Soundscape Collective al Sepolcro di Annia Regilla, dalle 18 al tramonto.

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Nel programma questa interessante postilla: “Sound Park al Sepolcro di Annia Regilla è il pri-mo irriverente atto di questa serie di eventi in cui la musica e l’arte contemporanea prendono vita in spazi che contemporanei non sono, ma che lo sono stati per molto tempo, o lo saranno per sempre”.

Ottimo. Solo a Roma si può immaginare una combinazione così straordinaria.
E, sempre solo a Roma c’è da aspettarsi anche una disorganizzazione altrettanto fenomenale: neanche un foglietto inchiodato su un tronco, una scritta, una freccetta, magari una persona agli in-gressi o lungo la ragnatela di sentieri a indicare al visitatore (e potenziale spettatore) come arrivarci.

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I chilometri sono tanti, e mentre vaghiamo sconsolati, incontriamo gruppi di nostri simili, come noi in cerca di un segno: magari una pennellata di colore su un sasso, da itinerario alpino, o lontane sonorità trasgressive da seguire a orecchio, come moderni Pollicini.

Niente. Va bene che la musica contemporanea è una faccenda da intellettuali, anche snob, ma addirittura organizzare un concerto, e poi fare in modo di tenere lontani gli spettatori, ci pare troppo. Come abbiamo già detto, qui si tratta o di masochismo o di pura stupidità.

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Dopo un’oretta, bene o male arriviamo e troviamo sul posto quei quattro gatti che ci aspetta-vamo. Ascoltiamo subito un bellissimo pezzo di Francesco Filidei per quattro batterie: “Silen-ce=death”, che è talmente moderno da essere perfino arcaico e sta perfettamente in stile con il ma-gnifico sepolcro classico davanti al quale sono piazzati i musicisti.

Subito dopo (e stavolta non è colpa dell’organizzazione) comincia a piovere. Fuggi fuggi gene-rale; così, oltre alla musica, perdiamo l’occasione di assaggiare l’appetitoso formaggio offerto in-sieme al vino in un simpatico stand lì vicino.

Le invasioni barbariche.

Qui siamo appena fuori le Mura Aureliane. Il riferimento è, come prima, il passato, l’antica Roma; e il presente è oggi, mercoledì 30 luglio: riunione degli Stati Generali del Jazz, un nome molto rivoluzionario, che deve ancora essere confermato dall’azione. Vedremo.

L’incontro avviene alla Casa del Jazz, o meglio sarebbe chiamarla La Tomba del Jazz, un po’ per come ultimamente è trascurata dalle nostre parti questa musica, un po’ per come è ridotta la ma-gnifica villa, i magnifici prati, perfino il magnifico selciato disegnato a cubetti, dopo la barbarica invasione della Festa dell’Unità.

Arriviamo fra spazzini e insegne abbattute che promettono cocktail e sabor latino. All’incontro ci sono come sempre le schegge deviate che vanno fuori tema: c’è quello (già apparso alla prima riunione all’ex Mattatoio in mutandoni e chitarra) che chiede la tutela del flamenco insieme al jazz; l’altro che fa un inopportuno quanto ovvio necrologio del CD; e poi il tribuno che si esalta da solo e scivola nel turpiloquio.

C’è però anche qualcuno rivoluzionario, sì, ma anche saggio che approva la tanto invocata oc-cupazione della Casa del Jazz, ma, aggiunge, purché sia fatta con le idee chiare e si riesca a far di-ventare il luogo un centro di eccellenza e non di concorrenza.

Alla fine esce parecchio di costruttivo e di sensato e soprattutto vede la luce un certo numero di progetti per tutelare quello che sta a cuore a tutti: il jazz, e la sua Casa che rischia di essergli scippa-ta.

Sperando che questo non sia già irrimediabilmente successo mentre noi non stavamo attenti.

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