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Ciao compagno Gabo, ora siamo più soli

L'editoriale disegnato per la morte di Gabriel Garcia Marquez, il figlio del telegrafista e della chiaroveggente [Enzo Apicella]

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Redazione

18 Aprile 2014


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“Aunque se sufra como un perro, no hay mejor oficio que el periodismo”, “Anche se si soffre come cani, non esiste attività più bella del giornalismo”. Aveva 87 anni era vecchio e malato, non faceva l’amore da almeno 5 anni. Aveva inventato 1635 favole, combattuto in 32 rivoluzioni di cui una sola aveva vinto, scritto 745 sceneggiature per il teatro, visitato 389 cascate in non meno di 140 paesi di diversi, provato almeno 23.400 tipi di empanada, amato 77 donne. Nato ad Aracataca, paesino della Colombia settentrionale, il 6 marzo 1927, lo scrittore era il primo dei sedici figli del telegrafista Gabriel Eligio García e della chiaroveggente Luisa Santiaga Márquez Iguarán. “In un determinato momento della mia vita ho fatto un bilancio, e l’unica cosa che risulta di troppo è la celebrità, io volevo diventare scrittore, essere un bravo scrittore, volevo che mi leggessero, volevo essere riconosciuto come un bravo scrittore; ma non mi aspettavo tanta celebrità, che è la cosa più scomoda del mondo, perchè serve solo a essere scocciati da quelli che vogliono intervistarti; e allora mi chiedo: che me ne faccio di questa celebrità? Cazzo! La sfrutto in politica, vale a dire: la metto al servizio della rivoluzione latinoamericana.”. Impazziti di dolore, lettori di tutto il mondo impareranno molte cose su Gabo, altre le sentiranno ripetere come un racconto prediletto. Chi lo cercherà ancora dentro di sé, chi si farà bastare le sciocchezze dell’industria editoriale. Ecco cosa ha disegnato Apicella

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