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Rino Gaetano, l'amico che non ci ha mai lasciato

Il racconto di come ci siamo conosciuti e l'inzio della nostra collaborazione artistica nel fantastico periodo della Roma degli anni '70.

Rino Gaetano, l'amico che non ci ha mai lasciato

Piero Montanari

14 Gennaio 2014 - 11.49


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di Piero Montanari Oggi Rino Gaetano, il mitico cantautore crotonese, se non avesse incontrato quel maledetto camion Fiat 650D sulla corsia opposta alla sua sulla via Nomentana di Roma, alle 4 del mattino del 2 giugno 1981, ma soprattutto, se non fosse stato rifiutato da ben cinque ospedali – seppur prontamente soccorso – sarebbe ancora con noi, a deliziarci con le sue magiche filastrocche apparentemente “non sense”. Rino purtroppo non c’è più ma fortunatamente di lui vive il ricordo dentro di me, presente e lancinante. Ho avuto con lui una storia di amicizia e professionale, che racconto inserendola nell’ambiente nel quale la sua particolare personalità artistica si è formata ed è esplosa. La sua morte prematura ce lo ha consegnato – a distanza di oltre trent’anni – mito dei nostri tempi, immortale e trasversale per tutte le culture e per tutte le generazioni, riscoperto da una moltitudine di ammiratori che lo adorano letteralmente. Molte persone sui social mi scrivono chiedendomi notizie di Rino, della sua vita privata, delle sue passioni, delle sue emozioni. Spero che questo racconto in due parti (pubblicherò in seguito la seconda) soddisfi la curiosità che questo straordinario personaggio ha animato nel cuore di tante persone che lo amano.

Nei primi anni ’70 ero un assiduo frequentatore del Folkstudio, quando da Via Garibaldi si spostò a Via Gaetano Sacchi, sempre nel rione Trastevere e quando Giancarlo Cesaroni lo rilevò dal fondatore Harold Bradley, artista pittore e musicista. Il locale era un cantinone con ampi spazi (probabilmente un ex magazzino o bottegone di artigiano) dove c’era un grande ingresso ed una bella sala piena di vecchie sedie con il palco per esibirsi. Un luogo assolutamente grezzo e spoglio, come si usava all’epoca, dove la sostanza della proposta artistica prevaleva su quella estetica, cui non fregava nulla a nessuno.

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Pareti ricoperte di iuta, tavolacci di legno per bere e panche sconnesse per sedersi. Sedie impagliate, faretti, manifesti alle pareti di artisti di riferimento, compreso Bob Dylan che vi si esibì nel 1962 di passaggio a Roma per andare a trovare la sua ragazza a Perugia. Si racconta che c’erano non più di 15 persone, ma questa è storia conosciuta. C’era una programmazione che combinava Jazz e musica folk, cantautori esordienti, i festival di jazz&folk a millecinquecento lire consumazione compresa. Tutti eravamo spettatori e protagonisti di volta in volta. Là ho suonato con jazzisti famosi e con cantanti esordienti solo per il gusto ed il piacere di esserci anch’io, non certo per soldi. Non esisteva a Roma ma nemmeno in Italia un altro locale così, ricco di speranze artistiche e politiche, pieno di energie nuove e rivoluzionarie, proprie del momento storico che stavamo vivendo.

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Il Folkstudio vide un lento declino col cambiare delle cose. Probabilmente vinse su tutti i cambiamenti epocali, il “pescivendolo” che abitava sopra al locale, personaggio e spauracchio mitico, forse inventato da Giancarlo Cesaroni per farci abbassare il volume della musica. Non lo sapremo mai.

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Roma in quel momento sembrava essere diventata il centro della discografia italiana, brulicava di iniziative e di personaggi più o meno validi, folli e strampalati in cerca di fortuna e visibilità, studi di registrazione, e la grande mamma RCA pronta ad accogliere, sperimentare, lanciare o buttare via. Sempre nei primi anni ’70 eravamo uno sparuto gruppo di musicisti esordienti che cercavano opportunità lavorative (Roberto Conrado, Luigi Lopez, Loredana Bertè e la sorella Mia Martini, Renatino Zero, Amedeo Minghi, Antonello Venditti, Francesco De Gregori, Mimmo Locasciulli etc).

Suonavo nei concerti con Romano Mussolini e Tony Scott, ma mi piaceva anche molto la musica pop ed avevo il pallino di diventare un turnista in sala di registrazione. L’opportunità ci venne data dall’apertura di una di queste, lo “Studio 38” a via Guido Banti, nel quartiere ‘chic’ di Vigna Clara, con annessi uffici di una nuova etichetta discografica, la Apollo Records di Vianello (con il quale mi esibivo in tour) e Califano. Fortuna volle che l’altra parte degli uffici venne occupata dalla IT di Vincenzo Micocci (…Vincenzo io t’ammazzerò/ perché sei troppo stupido per vivere/ gli cantava “gentilmente” Alberto Fortis, per essere stato da lui ignorato come artista. ).

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Mi sentii “come un pisello in un baccello” perché incominciai ad essere chiamato a suonare da tutti. Infatti iniziai con De Gregori (Alice non lo sa) proseguendo con Minghi (album Amedeo Minghi), Edoardo De Angelis, Renato Zero (No mamma, no, però nei grandi studi dell’RCA, alla quale sia la It che la Apollo erano affiliate), Rino Gaetano (I love you Maryanna) che produssi anche. Ma anche tanti altri come: Edoardo e Stelio (Lella), Daniela Goggi, I Vianella (Semo gente de borgata) etc. Insomma, quel posto era il fulcro dell’attività di molti giovani esordienti musicisti.

Ovviamente, considerate le giovani età e l’inesperienza, le sedute di registrazione spesso erano totalmente disorganizzate. Ricordo il primo giorno che ci riunimmo per registrare Alice non lo sa, nella più assoluta ingenuità eravamo solo in tre: Francesco De Gregori, il fonico Aurelio Rossitto ed io. Dissi a Francesco che sarebbe stato meglio chiamare qualcun altro, un batterista ed un chitarrista. Feci un po’ di telefonate e nel pomeriggio si presentarono Massimo Buzzi e Jimmy Tamborrelli, cosicchè potemmo iniziare a lavorare sui brani. Ovviamente non c’erano direttori o arrangiatori, quindi ognuno di noi si prodigava ad organizzare la seduta e a mettere a posto i brani musicali. Spesso scrivevo le parti per gli altri musicisti ed inventavo l’arrangiamento, senza che questo fosse generalmente riconosciuto economicamente o, magari, ricordato nei crediti del disco. Ma allora funzionava così… (fine prima parte)

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