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Musica per Roma

C'è Székesfehérvàr, eh, eh!, c'è Bacalov, c'è Edoardo Vianello, c'è perfino la finanziaria mecenate. Abbondanza! [Stefano Torossi]

Musica per Roma

Stefano Torossi

7 Ottobre 2013 - 15.24


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di Stefano Torossi

7 ottobre 2013

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Naturalmente non si tratta di un revival di Mike, ma del grido di sollievo che il 3 ottobre a mezzogiorno è sgorgato prepotente da tutti noi alla presentazione del programma di Musica per Roma, Sala S. Cecilia, Parco della Musica.

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Temibili sono normalmente per la loro pesantezza queste occasioni. Tutti parlano troppo e ammorbano. Bene, stavolta, prima della sciagura, i presenti in sala hanno avuto in regalo un breve divertentissimo filmato: “Istruzioni per l’uso” (destinate al partecipante alla conferenza stampa, naturalmente) in cui, insieme all’indicazione di furbi stratagemmi per svignarsela non visti, i personaggi che avremmo ascoltato al microfono di lì a poco apparivano in faccia e voce. “I numeri parlano chiaro”, annunciava dallo schermo Aurelio Regina, il Presidente, che in seguito, anche se non proprio succintamente come aveva promesso, ce li ha dati questi numeri, davvero confortanti e tutti positivi. Musica per Roma è in attivo per il decimo anno; gli eventi aumentano (1.300 nel 2012), gli spettatori pure, come gli sponsor privati, e così via.

“Ruberò solo pochi minuti” continuava l’AD Carlo Fuortes, anche lui, poi, ambasciatore di ottime notizie. Abbiamo visto inquadrato Massimo Pasquini, sorridente capo ed eminenza grigia dell’Ufficio Stampa e, sospettiamo, autore di questa simpatica burla. E poi tutto è filato via con scioltezza, lasciandoci solo una lieve sorpresa perché il personaggio da cui ci saremmo aspettati la maggiore disinvoltura, è risultato invece il meno brillante: Max Gazzè, artista in residenza, decisamente un po’ banalotto nella sua dichiarazione.

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Goloso, invece, l’intervento dell’Assessore alla Cultura del Lazio, Lidia Ravera, che l’ha buttata sulla dipendenza confessandosi drogata di cultura a causa della sua irresistibile attrazione per la stessa, come lo si può essere per pasticcini e giocattoli, e dichiarandola indispensabile medicina contro la nullità del quotidiano, e altrettanto utile rimedio contro l’invecchiamento.

E per rimanere in tema gastronomico, dopo i saluti, rinfresco così così, ma con un punto a favore di un primo di squisiti quadrucci in brodo di pollo con fegatini, castagne, melograni e porcini. Un piatto piuttosto invernale, prontamente smentito dal sole caldo e dal frinire di un ultimo cicalone estivo abbarbicato su un pino lì di fronte, che ci hanno salutato all’uscita.

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Sera del 3. Sul programma: “Székesfehérvàr”, impossibile nome ungherese della città da cui arriva l’orchestra da camera Hermann Làszlò, in concerto a Santa Maria del Popolo. Una lingua assolutamente incomprensibile, quella, con in più parole chilometriche. Ricordiamo un nostro viaggio verso Budapest. Per leggere (senza capirlo, naturalmente) ogni cartello con il nome del paese non bastavano dieci minuti. Bel concerto, bel programma di musica sette-ottocento, ottima orchestra. La chiesa, tutta in biondo travertino (come sappiamo, rubato dal Colosseo, che all’epoca più che un monumento era una cava di marmo) di elegante sobrietà rinascimentale, ferita da un pugno nell’occhio: la cappella Cybo, superbarocca, fasciata da una decorazione di cupi, preziosissimi marmi, colonne e cornicioni (probabilmente anche questi sgraffignati a qualche rudere romano), senza un millimetro di semplice intonaco. Bellissima, intendiamoci, ma, ficcata a forza in quel contesto, discretamente cafona.

Auditorium di Via della Conciliazione, venerdì 4. I Concerti gratuiti di Uto Ughi per Roma; una serata di musica per il cinema con l’orchestra da camera I Filarmonici di Roma, direttore e solista al pianoforte Luis Bacalov, Cicci Santucci alla tromba. L’orchestra, quattro violini primi, quattro secondi, due viole, due celli, un contrabbasso e niente ritmica è superba, la direzione e il piano altrettanto. Il nostro vecchio amico Santucci ci ha emozionato per la sua delicata e agile padronanza della tromba, per gli arrangiamenti sapienti e per la disinvoltura con cui ha affrontato brani anche molto ritmici, accompagnato da una formazione in cui la ritmica, come abbiamo detto, non c’era proprio. Un vero grande godimento. Malgrado tutti i nostri serpentini sforzi non riusciamo a trovare un solo difetto nella serata.

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Beh, a dir la verità, un paio di osservazioni, volendo, possiamo farle. Una stupida, l’altra un po’ meno (speriamo). La prima: perché in una serata così raffinata, con il grande palcoscenico elegantemente vuoto a disposizione dell’orchestra e un magnifico pianoforte a coda, i solisti, tutti naturalmente in nero, devono stare seduti su bruttissime sedie da bar, anzi da latteria, con il telaio bianco smalto, e sedili e spalliere di un’orrida imbottitura rossastra?

L’osservazione profonda eccola. I temi da film sono spesso bellissimi, ma sempre un po’ striminziti nel senso che non arrivano mai a svilupparsi in uno slancio che superi i due-tre minuti, proprio a causa della loro destinazione d’uso. Peccato.

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Fine settimana, domenica, con il ventitreesimo Festival della Canzone Romana al Teatro Olimpico. Fuori, sul marciapiede, una folta rappresentanza di vecchietti e vecchiette. Queste ultime spesso e volentieri leopardate. Tutti con la sigaretta in bocca; da non credere. Dentro, spettacolo segnato da due elementi. Il primo piuttosto funereo, sia per la dedica a Califano, il cui nome ricorreva obbligatoriamente nel ricordo degli ospiti e nel saluto col microfono alzato verso il cielo dopo ogni canzone, sia per l’inevitabile lista dei caduti che quest’anno sono davvero tanti: Little Tony, Enzo Jannacci, Jimmy Fontana…Il secondo elemento è lo stupore più volte richiamato, a causa dalla totale incongruenza fra la figura pubblica di Califano, sciupafemmine burino e la sua indubbia delicatezza (tenerezza l’ha chiamata Edoardo Vianello nel suo saluto) di poeta.

Spettacolo più scorrevole delle scorse edizioni grazie alla direzione artistica di Vianello, vecchia volpe del mestiere, che ha anche cantato stupendoci, come sempre, per la naturalezza, la voce potente e soprattutto per la sua immutabile, perfetta intonazione.

P.S. Mercoledì 2 la finanziaria Azimut ci ha invitato nella sua nuova sede per la vernice di un’interessante mostra di quadri poco visti di Giacomo Balla. Bello che una società che si occupa di vil denaro abbia la delicatezza di condire il suo pane quotidiano con un po’ di arte.

Deviando leggermente dal tema, una domanda ci viene in mente a proposito di Balla, grande artista senz’altro, ma anche padre sciagurato: perché i genitori come lui, all’inizio del ‘900, epoca di infatuazione per scienza e tecnica, condannavano i figli a portare nomi infami? Luce ed Elica, le due bambine di Balla; Cilindro, poi Indro, per il giornalista Montanelli; Industria, Energia, Vapore… ci pensate al tormento di questi poveretti a scuola?

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