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Bunga bunga boat

Oggi o duemila anni fa, sempre la stessa solfa: il potere fa male alla testa. [Stefano Torossi]

Bunga bunga boat

Stefano Torossi

8 Luglio 2013 - 09.26


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di Stefano Torossi

8 luglio 2013

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Venerdì 5 il Museo delle Navi Romane di Nemi inaugura una mostra intitolata “Caligola – la trasgressione al potere”. Il posto, bello al di là di ogni descrizione (che invece fra poche righe vi faremo), e il titolo evocativamente berlusconiano, ci invogliano a presenziare. Quindi, in un caldo pomeriggio di questa indecisa estate decidiamo di farci la gitarella.

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Caligola (12-41 d.C., duravano poco a quell’epoca, per fortuna) era uno a cui, come al nostro contemporaneo che non è necessario citare, non importava un gran che di fare l’imperatore, se non per i vantaggi personali che ne ricavava. Si era fatto costruire e varare ben due bunga bunga boat sul bellissimo laghetto vulcanico di Nemi, a poche ore di cocchio da Roma, le aveva arredate con ogni sciccheria e ci andava spesso a fare delle cene eleganti in compagnia di pochi cortigiani fidati, del citaredo personale, e di un certo numero di ragazze.

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Purtroppo per lui, la pacchia era durata poco, lo avevano fatto fuori a soli ventinove anni, e avevano fatto fuori anche le due navi. Splash! in fondo al lago. Recuperate negli anni trenta, protette in un museo appositamente costruito, erano state definitivamente distrutte dai tedeschi in ritirata nel ’44.

Questa è la storia. Adesso è rimasto il museo, con qualche reperto salvato, i modellini delle navi e una presunta statua dell’imperatore appena recuperata e restaurata. Ma è bellissimo il posto, in riva al lago rotondo e blu cupo, sprofondato in fondo al cratere, verdissimo, del vulcano spento, con una brezza deliziosa e un bel profumo di erba.

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Ore 18. Che succede a una presentazione? Vengono le autorità; e infatti, un po’ in ritardo naturalmente, ma c’erano. Ci si mette dietro un tavolo e si parla. Al microfono. Ma senza neanche un check, i microfoni spesso fanno cilecca. E’ andata avanti così per una mezz’ora. Prova che ti riprova, dagli altoparlanti usciva solo un rimbombo cupo. Intanto erano arrivate le 19. Per fortuna l’amico Piero Montanari, audace accompagnatore di questa nostra impresa extraurbana, valido bassista di mille tourné, e come tale, capace di improvvisarsi anche fonico, a un certo punto si spazientisce, prende in mano la situazione, e con quattro inversioni di jack e due smanazzate di cursori sistema l’audio.

Standing ovation per il maestro, e poi comincia la solfa professorale, a cui, già stremati dall’attesa, ci sottraiamo evadendo nel prato dove, accanto a tre strepitosi frammenti di cornicione dalla villa di Domiziano a Castelgandolfo, (a rischio di ripeterci, da sempre ci risulta stupefacente come mai qualche scalpellino, o ancora meglio qualche scultore si sentisse gratificato nel fare un lavoro raffinatissimo e minuzioso arricchito da giochi di luce e ombra su enormi massi di marmo da issare a venti metri d’altezza, rendendo quindi più o meno invisibile tutta la sua fatica) è allestita una lunga tavola presidiata da un ragazzotto in costume da villico inizio ottocento, alla Pinelli, e guarnita di una triste solitaria fila di bottiglie di acqua minerale a temperatura ambiente.

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In mancanza di sviluppi più stimolanti abbiamo assistito allo sparire del sole dietro l’orlo del cratere (spettacolo comunque degno di nota), e poi, visto che si minacciava una lettura di brani del Caligola di Camus con annunciato coinvolgimento del pubblico (aiuto!) abbiamo eroicamente tagliato la corda preferendo puntare su una bancarella di Ariccia per consumare un bel panino con la porchetta, alimento micidiale per il colesterolo, ma gratissimo allo spirito, e soprattutto ottimo risarcimento alla carenza di altro nutrimento spirituale.

P.S. Anche stavolta non sappiamo resistere.

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Ecco la notizia, minima ma saporita. La troviamo a pag. 17 di Repubblica del 20 giugno; è l’intervista alla madre di quel giovane nullafacente genovese che, dopo essersi convertito all’Islam, è andato a farsi ammazzare in Siria.
All’ultima domanda: “Ma allora chi era Ibrahim Giuliano Delnevo?” la madre risponde: “Un ragazzo generoso. E un po’ coglione per troppo amore” (testuale; abbiamo il ritaglio nel cassetto).

Mirabile sintesi di: 1) ogni scarrafone è bello a mamma soja, 2) le cose stanno come stanno, inutile girarci intorno, 3) il senso di colpa esiste, 4) esiste anche un po’ di (forse involontario, ma speriamo di no, perché perfino una mamma, in questo nostro paese mammone potrebbe, hai visto mai, essere spiritosa) sense of humour.

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