Darwin e la religione, ritratto di un eretico gentile

Un'immagine intima e inedita del padre della teoria dell'evoluzione. A colloquio con l'epistemologo Pievani, curatore di Charles Darwin. Lettere sulla religione.

Darwin e la religione, ritratto di un eretico gentile
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28 Maggio 2013 - 11.01


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Charles Darwin era credente? Il padre della Teoria dell’evoluzione era ateo, agnostico o forse teista? «Io mi ritengo agnostico ma in fondo sono agnostico anche nei confronti del mio stesso agnosticismo», rispondeva l’autore de L’Origine delle specie agli interlocutori di fede cattolica che lo incalzavano sull’argomento tentando di evidenziare qualche sua contraddizione anche quando ormai si trovava nel pieno della sua maturità di ricercatore naturalista, avendo pubblicato almeno il libro che ha cambiato il corso della storia delle scienze naturali e assestato un duro colpo alla teoria creazionista.

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Si era nella seconda metà dell’Ottocento, nell’Inghilterra vittoriana. Ma l’ipotesi di un Darwin credente o addirittura convertito in punto di morte è fonte di dibattito ancora oggi. «L’argomento – spiega a Babylon Post, l’epistemologo Telmo Pievani, docente di filosofia della biologia all’Università di Padova – suscita da sempre grande attenzione, come se dalla risposta a queste domande dipendesse la compatibilità tra la visione evoluzionistica e le prospettive di fede». Per sgombrare il campo da qualsiasi dubbio ma pure per impedire le consuete strumentalizzazioni da parte dei fautori del Disegno intelligente che vorrebbero inserire la Teoria dell’evoluzione, appunto, in un “progetto” più ampio per sminuirne la portata, Pievani ha selezionato 32 documenti autografi che Einaudi ha ora pubblicato in un prezioso volumetto dal titolo “Charles Darwin. Lettere sulla religione”. Spaziando dalle conversazioni con gli amici Asa Gray (botanico americano) e Joseph Hooker (all’epoca vice direttore dei Kew gardens) a quelle con il vecchio parroco di Down, le trentadue lettere raccolte da Pievani, in larga misura inedite, svelano le riflessioni più intime del naturalista inglese, che, con il piglio sincero e intimo di una confessione, racconta quali furono i suoi pensieri su teismo e agnosticismo. Pensieri che da tormentati quali erano nei primi anni Cinquanta, divennero sempre più improntati al rifiuto della religione man mano che Darwin approfondiva la propria ricerca scientifica. «Mi duole dovervi informare che non credo nella Bibbia come rivelazione divina, e pertanto nemmeno in Gesù Cristo come figlio di Dio» scrive il 24 novembre 1880, due anni prima di morire (all’età di 73 anni), all’uomo di legge Frederick McDermott.

«Tutti hanno sempre citato due o tre lettere, sulle migliaia che lui ha scritto, per insinuare che fosse un credente – prosegue Pievani -. Ora quasi tutta la sua corrispondenza è online, messa a disposizione dalla Cambridge University library. Da qui ho selezionato le lettere più famose in cui Darwin parla di questi argomenti, dotandole di un apparato critico che tratteggi bene tutti i personaggi coinvolti nel carteggio». Si tratta in pratica della prima traduzione italiana – curata da Isabella Blum, autrice anche delle note – seria e rigorosa. Non manca quindi anche il famosissimo passaggio in cui il padre della teoria evoluzionista parla di “designed laws” (leggi progettate). «In America – osserva Pievani – questa frase è stata spesso strumentalizzata dai fan dell’Intelligent design. Andando a vedere bene di cosa si tratta, emerge come Asa Gray cerchi di spingerlo verso una ipotesi teistica. Provando a convincere Darwin che in fondo gli scienziati studiano le leggi secondarie ma la causa prima che ha prodotto tutto non è attingibile alla scienza, come già diceva Galileo. E allora, insinua Gray, perché non accettare l’idea che quelle leggi prime siano state progettate da qualcuno?». E qual è stata la reazione di Darwin? «All’inizio, siamo a fine anni Cinquanta, prende tempo, tergiversa. Addirittura sembra dare un po’ di credito all’ipotesi dell’amico Gray. Ma poi la sua conclusione è che tali questioni metafisiche siano inattingibili a una seria indagine scientifica. E si definisce agnostico. Lui è soprattutto impressionato dal tema del male, dall’insensatezza dell’evoluzione, della selezione naturale, dalla sua violenza, dalla mancanza di qualsiasi misericordia. E questo argomento forte, quello del “cappellano del diavolo” come lo chiama lui, lo porta a un agnosticismo più integrale. E dice no: applicando la razionalità scientifica alle indagini empiriche non riesce in alcun modo darsi una risposta degna di questo nome al tema dell’esistenza di un’entità sovrannaturale. Quello di Dio in sostanza è un problema che non si pone. Non lo nega per via scientifica, non arriva mai a una posizione ateistica, ma rimane fino alla fine dei suoi giorni su una posizione agnostica integrale».

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Nonostante i tentativi di tirarlo per la giacchetta da parte degli amici credenti, Darwin è stato sempre scettico nei confronti del pensiero religioso. «Lui si mette in continua discussione. Secondo me è una versione ante litteram di quello che oggi si chiama naturalismo metodologico. Lo scienziato indaga la natura attraverso gli strumenti della ragione, dell’empiria, dell’esperimento. Questi strumenti non permettono di dare alcun tipo di risposta su problemi le cui domande sono impostate in maniera del tutto trascendente a questo tipo di indagine. Per cui sull’esistenza di Dio non si esprime». Nelle sei edizioni de L’origine delle specie non mancano però le citazioni del “creatore”. «Queste citazioni sono in gran parte negative. Darwin le utilizza perché fa riferimento alla dottrina delle creazioni speciali che lui vuole confutare. È pur vero che ce ne sono 5-6 in cui lui inserisce una sorta di premessa di circostanza di tipo teistico, che gli serve per poter dire: “Ammesso che Dio abbia dato inizio a tutto il processo dell’evoluzione, le leggi che io sto indagando sono queste….”. Ce ne è traccia anche nelle lettere con Grey il quale gli suggerisce di lasciare aperta una porta di possibile compatibilità della teoria dell’evoluzione con la fede religiosa. Lui vive tutto questo tormento che emerge dal carteggio e poi approda in una dimensione di scetticismo radicale, di scetticismo scientifico. Infatti alcune di queste citazioni nell’ultima edizione de L’origine non ci sono più». Sono gli anni finali della vita di Darwin, quelli in cui appare sempre più nitida la convinzione che fede e scienza non possano dialogare. «Darwin rimarca più volte la distinzione tra pensiero religioso e metodo scientifico. In una lettera afferma che l’Origine delle specie è un trattato che non ha nulla da dire sulla teologia. In realtà non è del tutto vero, perché l’Origine distrugge la teologia naturale che era un punto fondamentale della riflessione teologica in quegli anni».

Per comprendere a fondo il percorso interiore di Darwin non si può infine ignorare il contesto familiare in cui è nato, cresciuto e vissuto. «Guardando a ciò che scrive si vede benissimo che ha ereditato il suo scetticismo in particolare dal padre, profondamente laico, e dal nonno libertino e anticlericale. C’è poi la famiglia materna che aveva una religiosità unitariana molto aperta, molto progressista e interessata agli sviluppi tecnologici. A mio avviso – aggiunge Pievani – in questo senso è lui stesso un progressista poiché non cade mai in atteggiamenti ateistici militanti o anticlericali. Molti dicono per via dell’influenza della moglie, che era credente. Secondo me la risposta non sta solo nel rapporto con Emma. Lei non corrisponde affatto allo stereotipo della donna bigotta. È al contrario molto intelligente e colta, indipendente». Questo è il punto di partenza. Poi c’è il suo travaglio personale. «Lui per esempio dice di avere rinunciato a qualsiasi religione rivelata nel periodo compreso tra la morte del padre e quella tragica della figlia Annie. Sono gli eventi che segnano questa traiettoria: da quel momento in poi si definisce non credente». Però continua a partecipare alla vita parrocchiale. «Darwin riteneva che la vita religiosa fosse un modo per sostenere le comunità sociali. Oggi diremmo per garantire un welfare locale. Lui finanzia, aiuta, tiene i conti della parrocchia, per alcuni anni fa il giudice di pace. Smette di andare alle funzioni religiose ma continua a partecipare alla vita della comunità che lo circonda».

Federico Tulli

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