Maria Lai, "una capretta ansiosa di precipizi". Sei anni fa se ne andava l'artista dei telai

Andarsene, andarsene via. Quando il cielo è più bello, il cielo d’aprile in terra d’Ogliastra. Emiliano Deiana

L'artista sarda Maria Lai
L'artista sarda Maria Lai
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16 Aprile 2013 - 15.53


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Il 16 aprile del 2013 moriva Maria Lai, un’Artista, una donna che nata a Ulassai nel 1919 ha portato la sua arte nel mondo, la rocordiamo con alcune sue parole e un pezzo di Emiliano Deiana“…Mio padre era preoccupato, ma non mi imponeva la sua volontà. L’arte era per lui un argomento astratto. Per mia madre l’idea di una emancipazione significava scandalo. Io cosa pensavo? Semplicemente, io non pensavo. Come quando disegno su una pagina bianca e so che solo alla fine potrò vedere l’immagine…”.

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di Emiliano Deiana

Andarsene, andarsene via. Quando il cielo è più bello, il cielo d’aprile in terra d’Ogliastra.
Quando le nuvole si rincorrono e sembrano caprette che segnano, lassù, sentieri che non esistono.
Lei, Maria Lai: una capretta ansiosa di precipizi. Come una nuvola vaporosa trascinata dal più dolce dei venti. E sentire, per tutta la vita, il sermone dei morti e raggiungere poi, dopo molti anni, la porta da attraversare: perché l’uomo è un varco fra la vita e la morte.
Maria, quando la vita si fa arte, si fa poesia, informalità, guizzo e messaggio. E trasforma il vento in scultura, l’ala del vento. Che batte sulle alture, sulle gole. Vento che scompiglia e lega e crea sempre, anche fra i capelli, l’immagine di uno scompiglio.Procurami un ago grande e magico e cucirò le rocce di montagna agli scogli di quel mare, così parlano le fate, quelle che della vita ne fanno magia, arte ed inganno.
Lucidissimo inganno, nei fili che si intrecciano nel telaio grande.
Il rumore dei ruscelli tra le gole, i paesi abbandonati, precipitati dal vento, mangiati dalle incurie ne erano l’ispirazione e il frutto.
Frutto di donna matura che attraverso la poesia, il segno e il simbolo diceva verità inestricabili negli inciampi delle parole.

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Purezza di linguaggio, dolcezza d’accento che fugge dalle mammelle della terra, di una terra dura, inospitale, ma che ha cammini segreti tracciati da capre e pastori e portano alla grotta del tesoro e del segreto.
Il genio è saggezza e gioventù, diceva il poeta. E quel genio si rappresentava in lei con l’arma più veridica che ci sia: la semplicità. E più diventava vecchia e più ringiovaniva, e più ringiovaniva e più la saggezza di tante battaglie affiorava nella lettura dei segni e dei simboli che la natura manda, e raccoglie, e celebra nell’incanto degli elementi.
Nel fuoco, nel vento, nella pietra, nella terra crepata dalla calura e che segna ed intreccia vite e destini, in fondo alla strada.
L’Opera che nasce quando la si fa, i muri che parlano, e raccontano. La materia che indica la via all’interpretazione, alla fantasia dell’artista, agli occhi di bimba inquieta che tutto ha dentro: bimba che è insieme porta e chiave, uscio e cortile.E quel Dio distratto gli ha regalato occhi troppo belli anche per un mondo così brutto, un mondo che si sfascia, un mondo assediato dai cani mannari, che lo spolpano brano a brano.
Ed allora la forza violenta della dolcezza, della semplicità, dello stupore sono le armi con le quali Maria Lai combatteva le brutture del mondo: l’oltraggio, l’inganno, lo sfregio e lo stupro.
Lo stupro delle parole che ci vogliono sempre poeti nuovi per raccontare le cose, che dicano con parole antiche cose nuove, incanti inesplorati e canti appena sussurrati, guardando la luna e le stelle.
Ghirlande di stelle che si specchiano in quegli occhi liquidi, umidi di commozione e meraviglia a vedere l’esplodere della materia, degli elementi, delle parole.L’indeterminatezza delle parole, quando ingannano.
L’umanissimo richiamo alla verità della poesia, dell’arte, dell’intuizione.
Come in un passaggio, verso il cielo.
Quando le nuvole disegnano visi conosciuti, sospiri e illusioni.
E caprette ansiose, sul bordo di quel precipizio che chiamiamo vita.
Un precipizio che oggi Maria attraversa sull’ala incantata del vento.

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