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Traduttori traditori e genialità

Sulla trascrizione musicale e sulla presentazione letteraria: due eventi pieni di incognite. [Stefano Torossi]

Traduttori traditori e genialità

Stefano Torossi

1 Aprile 2013 - 11.11


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di Stefano Torossi

1 aprile 2013

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Non è detto che la vecchia definizione, da cui il nostro titolo, sia sempre vera. Di sicuro non alle sei del pomeriggio di domenica 24 marzo, nel concerto offerto dal Teatro dell’Opera di Roma. Gratis, come tutti gli altri della serie; particolare di non secondaria importanza.

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Comodi in prima fila nella Sala Accademica di Santa Cecilia ci siamo fatti una bella scorpacciata di tutte le Variazioni Goldberg trascritte per archi da Dmitry Sitkovetsky. Bel lavoro di traduzione, perché una trascrizione altro non è se non una traduzione da una lingua all’altra, sempre con la speranza che non ci sia un tradimento. Oltre che ben scritta, benissimo eseguita dallo stesso Sitkovetsky al violino solista, insieme a una valida ventina di strumentisti italiani.

In questo caso, secondo noi si è trattato addirittura di un miglioramento dell’originale. Non imbizzarritevi subito. Intendiamo dire che in una trascrizione fatta bene, come questa, cambia, certo, il timbro e il numero delle voci che la raccontano, ma la storia rimane esattamente la stessa. E non c’è dubbio che, anche se tutto il materiale tematico, armonico, contrappuntistico di Bach è sublime, la voce del clavicembalo a cui nella versione originale è affidato il compito di esporlo è, senza offesa, piuttosto noiosa, insipida, con poca possibilità di arrabbiarsi o bisbigliare, insomma di comunicare, per via di quel pizzicato sempre uguale.

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E allora, viva la traduzione-trascrizione per archi, viva le voci jazz degli Swingle Singers, viva la toccata e fuga per organo che diventa grande orchestra in Fantasia di Disney! Ci fanno arrivare meglio a Bach. E questo è già un merito sufficiente.

Parecchi anni fa uscì un LP intitolato “La vita è l’arte dell’incontro”, in cui c’erano Sergio Endrigo e Vinicius de Moraes che cantavano, Toquinho alla chitarra, e, a dimostrazione di quello che diciamo, un Ungaretti che espelleva le sue poesie con una voce rasposa, ruvida, ma talmente appassionata da poter legittimamente far parte del quartetto musicale insieme agli altri tre. Le parole del poeta erano le stesse, ma che differenza fra il melodioso ruspante ruggito di Ungaretti e il professionale birignao di un attore magari bravissimo a fare Pirandello, ma non a recitare con vita una qualsiasi poesia. Questo sì, sarebbe stato un tradimento.

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Bene. Cambiamo location. Mercoledì 27 allo Spazio Incontro della Fandango, presentazione dell’ottimo ultimo libro di Lidia Ravera “Piangi pure”, che parla molto, moltissimo, di vecchiaia. In prima fila appollaiata sulla sedia come un immortale ragno, la sigaretta elettronica fra le dita artritiche, squassata ogni tanto da una tossaccia da tabagista, la decana di tutte, in quella folta presenza di signore in età: l’avvocato Cau, novant’anni dichiarati.

Come sempre, si ripete la liturgia della presentazione. L’intellettuale incaricato (non ne avevamo sentito il nome perché eravamo al bar a farci preparare un Negroni, professionale e ben riuscito), poi identificato come Marino Sinibaldi, attacca a ricamare intorno alla trama del libro rivolgendosi un po’ al pubblico, e un po’ all’autrice, con quel tono complice da “noi che facciamo parte del gruppo”, che ci lascia sempre un po’ così. Come, nei lontani anni dell’adolescenza, ci sentivamo un po’ così davanti al primo della classe.

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Questo succede un po’ in tutte le presentazioni. Sembra che il presentatore più che presentare l’opera del presentato, presenti se stesso, la sua presenza nel presente della cultura, anzi, presentandosi ai presenti, ipotechi una presenza anche futura.

Lidia Ravera ascolta con una maschera che forse (nostra maligna immaginazione?) nasconde un “ma che dice, ‘sto professorino?” Poi con un sorriso cancella il cipiglio, e sdrammatizza con distacco, con ironia, e con alcune osservazioni sottili e magnifiche: “La scrittura, l’arte in generale, dà valore e rende meno noiosa la vita”. E la più bella. Sulla vecchiaia. Tutti ne parlano male, ma per lei: “La vecchiaia è un’età artistica”.

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Noi, per ragioni ideologiche, ma anche, anzi soprattutto, personali, ci siamo trovati immediatamente e completamente d’accordo.

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