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Agenda esagerata e splendidi marmi colorati

E poi c'è chi dice che a Roma non succede niente! Una settimana piena di appuntamenti: tra concerti, presentatori chiassosi, pittori di una certa fama. [Stefano Torossi]

Agenda esagerata e splendidi marmi colorati

Stefano Torossi

18 Marzo 2013 - 08.23


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di Stefano Torossi

18 marzo 2013

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Giovedì 7 marzo, Sala Accademica di S. Cecilia.

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Concerto dedicato a Berio. Entriamo in ritardo, perdiamo il primo pezzo, ma il secondo ”Sequenza VII per oboe del 1969, ci conferma nella nostra opinione: molte di queste composizioni diciamo così sperimentali, riascoltate in tempi successivi non sono più belle (forse non lo erano neppure allora, ma almeno erano, appunto, sperimentali). Insomma, sono rimaste un documento, ma non sono diventate un piacere. Un piacere totale è stato invece il successivo “Folk songs” per mezzosoprano e sette esecutori, soprattutto per merito di Alda Caiello che ha portato in scena la sua cassa toracica ornata da poppe monumentali e generosa di una voce potentissima, versatilissima, bellissima.

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Sabato 9, ore 18 alla Biblioteca Angelica. Gran folla per due installazioni visive di Jannis Kounellis e Bizhan Bassiri, con musica di Stefano Taglietti. La Biblioteca Angelica è un meraviglioso salone barocco tappezzato fino al soffitto di libri rarissimi e bellissimi. L’istallazione di Bassiri era una specie di grande pizza di cartapesta rossa appesa a due catenelle. Quella di Kounellis una serie di sacchi di juta pieni di pagnotte, rosette, ciriole e sfilatini, ammucchiati sui banchi di lettura. La musica di Taglietti, una sorta di parafrasi su temi di Mozart, bruttissima, era affidata per l’esecuzione a due violoncelli e un contrabbasso, nelle mani, quest’ultimo, del famoso solista Franco Petracchi, bravo, ma non abbastanza taumaturgico da salvare la composizione. Diffuse espressioni di sconcerto sulle facce della gente mentre un bisbiglio serpeggiava fra la folla: “E’ ora di merenda: il pane c’è. Dove sarà la mortadella?”

Domenica 10. Sala Petrassi. Requiem di, e in omaggio a, Hans Werner Henze, morto da pochi mesi. Una magnifica e neanche troppo ostica serie di “nove concerti spirituali” di atmosfere diverse. Molto bene eseguiti dall’Ensemble di S. Cecilia e dalla PMCE Orchestra, benissimo condotti da Tonino Battista, uomo dall’aspetto elegante e, sul podio, direttore dal gesto bellissimo ed eloquente.

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Lunedì 11. In programma: riposo. Invece a un certo punto ci telefona un amico organista. Corri a S. Agostino, c’è un bel concerto. Infatti. Orchestra “Le Metamorfosi Musicali” e coro del PIMS, Pontificio Istituto di Musica Sacra. Ottima l’orchestra, eccellente il coro, sopraffina l’acustica che amplifica le voci (e impapocchia le percussioni, tanto è vero che i pianoforti dovrebbero stare sempre fuori dalle chiese). Soprattutto efficace un brano di Bruckner, il cui gustoso impasto è ulteriormente arricchito da tre tromboni che amalgamano benissimo il tutto con i loro echi succulenti mantecati sulle volte.

Martedì 12. Teatro Studio, Parco della Musica. “From Hollywood with love”. The Jazz Connection Sextet. Un garbatissimo show all’antica, con i musicisti in elegante giacca bianca, i cantanti in nero, e un repertorio ben suonato che, come da titolo, comprende il meglio del meglio della produzione americana anni trenta e quaranta.

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Infelice, perché davvero fuori stile, è invece la presenza di Riccardo Rossi, presentatore chiassoso e volgare e, come leggiamo nel programma a sua maggiore colpa, anche autore dei testi. Ha gridato troppo, ha fatto inopportuni riferimenti all’attualità politica nostrana, e alla presunta omosessualità di Fred Astaire. E’ riuscito a scippare quattro risate al pubblico con battute in pesante romanesco, mentre raccontava di Cole Porter o di Gershwin (argomenti che richiederebbero un parlare raffinato e una dizione perfetta). Siamo convinti che il suo ruolo sarebbe stato svolto molto meglio da Roberto Podio, padre fondatore del sestetto, uomo di classe e di spirito; che però nella circostanza era occupato a suonare la batteria. Non si può fare tutto. Peccato.

Giovedì 14. “Il pianoforte di Bach” alla Sala Casella. Quattro giovani pianisti selezionati ai corsi di Ramin Bahrami, oggi considerato il più innovativo interprete di Bach. Due dei ragazzi da scartare subito (con loro Bach risulta morto, come da anagrafe); il terzo, bravo, ma superato dal quarto, anzi la quarta, Marialuisa Veneziano, che ci è piaciuta di più. Incantevole guardarne il profilo da dove eravamo seduti, in prima fila, perché quello che suona lo vive con espressioni (e smorfie) di sopracciglia, naso, bocca, occhi, collo. Insomma, anche senza colonna sonora capiremmo quello che succede solo guardandola. Poi, una tecnica così ineccepibile che l’ascoltatore si può rilassare, tranquillo che l’errore non ci sarà. E infine perché interpreta Bach come si dovrebbe. Come se invece che morto da duecentocinquant’anni fosse ancora fra noi: vivo e pieno di swing.

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Venerdì 15. Le idi di marzo. Ore 16.30, Area Sacra di Torre Argentina. Messa in scena dell’assassinio di Cesare nel luogo preciso dov’era avvenuto venti secoli fa. Ci aspettavamo un decoroso spettacolo giù negli scavi. Sarebbe stato suggestivo, e noi del pubblico tutti intorno a guardare attenti verso il basso. Invece no, niente discesa fra le rovine. Sul marciapiede quattro sfigati in toga, sul genere dei centurioni fasulli del Colosseo. Vocianti, agitati e apparentemente senza regia. Una bufala.

Ore 17.30, Palazzo del Monte di Pietà. Mostra d’arte contemporanea in omaggio a Mattia Preti, organizzata da, nientedimeno che: Consiglio di Stato, Comune di Roma, Primo Municipio e Galleria Spada. Sorvolare sulla qualità delle opere è il minimo per sopravvivere. Vale la pena di citare così, tanto per ridere, un quadro di Ennio Calabria, pittore accompagnato da una certa fama, del tutto usurpata, intitolato (non dimentichiamo che la mostra era in onore di Preti) “Bonjour Monsieur Caravaggio”. Errore di persona? Per fortuna un amico prezioso ci introduce con circospezione nella meravigliosa cappella di palazzo, appena restaurata e scintillante di marmi colorati. Questa sì, una bella sorpresa.

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