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Tonnarelli e jazz

Quando uno sa tutto sul jazz, chi porta i mezzi guanti, e cos'è la sordina rispetto alla mutina? [Stefano Torossi]

Tonnarelli e jazz

Stefano Torossi

4 Marzo 2013 - 08.40


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di Stefano Torossi

4 marzo 2013

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Conosciamo poche persone in circolazione che sanno tutto, ma davvero tutto su un argomento. Una di queste è Adriano Mazzoletti, e l’argomento è il jazz. Ha condotto festival e trasmissioni, ha scritto un paio di formidabili enciclopedie. Sa tutte le date di nascita, battesimo, cresima ed estrema unzione dei musicisti fin dalla notte dei tempi. Da qualche settimana, il lunedì sera, Adriano organizza incontri, per così dire, intimi con jazzisti italiani in uno spazio a Via Urbana 47, attiguo a un ristorante dallo stesso nome, dove fanno degli ottimi tonnarelli cacio e pepe.

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Per primo abbiamo avuto Antonello Salis, l’11 febbraio. A vederlo, è un totem arcaico dai lineamenti di cuoio vecchio, e mani come pale; però quando prende la fisarmonica o si mette al piano diventa modernissimo per note, accenti, valanghe di suoni, pur rimanendo primordiale (sudore, borbottii, grugniti quasi sovrumani). Poi, a parlarci insieme, per esempio davanti ai tonnarelli di cui sopra, è un uomo normalissimo, anche timido.

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Lunedì 18 era il turno di Rosario Giuliani, sax contralto. Ma prima, per non esagerare con le frivolezze, siamo passati a un incontro-concerto su Giacomo Carissimi all’oratorio del Crocefisso. Qui niente di audace, ma una sfilza di serissimi professori e musicologi, fra cui il direttore della Cappella di San Giacomo, Flavio Colusso.

D’inverno il maestro Colusso indossa i mezzi guanti; come un grande che ci ha lasciati da poco, Gustav Leonhardt. Vorremmo ricordarlo da un nostro vecchio uovo avvelenato: “…alla tastiera Gustav Leonhardt, massimo solista al mondo. Un nordeuropeo fisicamente sobrio al limite del funereo. All’applauso immancabile, perché lui è davvero perfetto, il maestro china il capo di un quarto di pollice, e su uno zigomo si intravvede un guizzo che potrebbe essere un sorriso polare. Un amico, andato a prenderlo alla stazione, aveva preparato un CD di Beethoven da ascoltare in macchina. Appena l’ha messo su, il maestro ha fatto una certa faccia, poi ha chiesto di spegnere quella roba. Troppo moderna. Quando suona, con le mani coperte da mezzi guanti di lana nera, dalla tastiera promana il torpore sublime del clavicembalo, strumento che canta, bene, ma senza mai cambiare umore”.

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Ecco, l’amico Colusso è tutto il contrario; di aspetto, e ancor più di brillantezza quando parla. Ci ha raccontato la grande fama raggiunta da Carissimi. Al punto di permettersi più di una volta di rifiutare “assegni in bianco” (testuale) offerti da re e imperatori pur di rimanere libero. E della sua predilezione per i castrati, all’epoca ancora molto popolari, le cui voci lo affascinavano tanto da scrivere la maggior parte delle sue composizioni per loro. E abbiamo ascoltato vari brani del festeggiato. Per l’occasione i due castrati in partitura erano sostituiti da normali signorine. Anche perché pare che sia piuttosto difficile trovarne ancora in circolazione.

Torniamo a oggi. La formula degli incontri di Mazzoletti è naturalmente basata sull’ascolto degli ospiti dal vivo, ma anche su una serie di quiz cattivelli ai quali vengono sottoposti i malcapitati. I quali, pur cavandosela bene, come Giuliani, che è andato meglio di Salis, non riescono mai a raggiungere la supremo onniscienza di Mazzoletti.

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Anche Giuliani ha suonato, come d’altra parte c’era da aspettarsi, benissimo e con una presenza fisica assai più pacata del suo predecessore, insieme all’ottimo Roberto Tarenzi al piano. Il lunedì successivo, Giovanni Tommaso, contrabbassista, non ha suonato. Un contrabbasso, da solo, ha qualche difficoltà. In compenso abbiamo chiacchierato tutti insieme come nel salotto di casa, naturalmente dopo gli ormai tradizionali tonnarelli. Racconti dagli anni sessanta in poi, con episodi sconosciuti, divertenti, struggenti, e come sempre, Mazzoletti a puntualizzare date, sostituire nomi, canticchiare temi. Non sbagliando una virgola. Stupefacente.

Martedì 26 incontro omaggio ad Ada Gentile alla Sala Casella, con l’esecuzione di tre sue musiche, una più bella dell’altra. E una presentazione storico-aneddotica di Ugo Gregoretti, come sempre divertente e mai frivola.

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Giovedì 28 concerto all’Argentina. Musiche del ‘900 con il Quartetto di Venezia, squisitamente introdotto da Sandro Cappelletto. Fra gli altri in repertorio, il bel quartetto n. 8 di Schostakovich, chiaramente il frutto dei pochi momenti in cui quel poveraccio poteva smettere di fare il trombone del regime e finalmente essere sé stesso: leggero, perfino brillante, mentre di sicuro nella sua cupa quotidianità in Urss c’era poco da stare allegri.

Durante l’esecuzione di quest’ultimo brano abbiamo notato un gran mettere e togliere dai ponticelli le sordine, e ci siamo resi conto di una cosa: come mai questo aggeggio in italiano si chiama sordina, mentre in inglese diventa “mute”, cioè mutina?

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P.S. La settimana prossima solo cose da ridere: le recenti esternazioni di Giovanni Allevi, le elezioni della Siae e altre pagliacciate.

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