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Parroci a Las Vegas

Una chiesa bene illuminata, un fan club di Padre Pio con la sua orripilante vetroresina, e il funerale di Mariangela. [Stefano Torossi]

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Stefano Torossi

14 Gennaio 2013


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di Stefano Torossi

14 gennaio 2013

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Ne abbiamo già parlato, ma riautocitiamoci: “C’è a Roma una chiesa illuminata come si deve, e il merito è dei preti tedeschi che officiano Santa Maria dell’Anima. E’ una chiesa bella e normale, senza capolavori famosi, ma quando entri c’è da rimanere a bocca aperta e con lo spirito in elevazione. Il soffitto è un cielo, gli ottoni brillano, i quadri splendono di colori, e non si vede una lampada. Ma la luce, quella giusta, è dappertutto. Non più di una cinquantina di alogene nascoste bene (i cornicioni non mancano) e ben orientate, più un pizzico di buon senso e buon gusto. Non serve altro. Oltretutto, un’illuminazione intelligente è il sistema più efficace e meno costoso che si possa immaginare per valorizzare opere e strutture.

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Potrebbe apparire discutibile, ma vorremmo suggerire ai parroci un viaggetto a Las Vegas, una città il cui fascino (e c’è, questo fascino, credeteci) è costruito solo sulla illuminazione artificiale. Una città che di giorno non è niente, e di notte diventa pura magia, magari di cattivo gusto, ma magia pura”.

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Siamo ripassati a Santa Maria dell’Anima di mattina. Le luci erano comunque accese e sommavano il loro effetto al sole entrato dai finestroni. Ci siamo accorti che avevano anche fatto un lavoro di pulizia. Alla tedesca. Non un grano di polvere neanche intorno alle cornicette o sotto le balaustre (abbiamo controllato col dito come padrone di casa pignole), i pilastri incerati fino al soffitto. Splendenti le tombe con i loro marmi bianchi o colorati. Tombe cattoliche, quindi con una buona presenza di scheletri ghignanti, ma rese un po’ più ottimistiche dalla goduriosa disposizione teutonica, per cui: teschi sì, ma affiancati da busti di rubicondi cambiavalute sassoni, e paffuti goderecci angiolotti.

Esilarante, nelle lapidi, lo sforzo per latinizzare, senza ovviamente mai riuscirci del tutto, i nomi dei sepolti, pieni di kappa, wudoppie e ypsilon. Comunque il risultato che luce, cera e olio di gomito producono, è la bella sensazione di entrare nell’elegante salone di un ricco e ben tenuto palazzo. Invece che in nere e fredde spelonche, quali appaiono (polverose e malissimo illuminate come sono) molte chiese romane, di sicuro piene di tesori artistici, che però, nelle tenebre è come se non ci fossero.

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Siamo convinti che non ci sia niente di male a pregare comodi; anzi, il contatto mistico dovrebbe riuscire ancora meglio.

Poi abbiamo deviato verso San Salvatore in Lauro. La gestione dell’esercizio è di un parroco, fan scatenato di Padre Pio. Vale la pena farci un salto, perché, appena a destra dell’ingresso vi si piazza di fronte uno dei prodotti più indefinibili dell’arte (?) al servizio della devozione. Si tratta di un gruppo in vetroresina: Padre Pio che aiuta Gesù a portare la croce.

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Vi ricordate il personaggio di Jesus Christ Superstar? Il tono acuto della voce, il look un po’ da checca isterica? Bene, eccolo qui questo Gesù, con le ciocche vaporose, la tunica svolazzante, il corpo avvitato in una posa da fotomodella mentre si gira all’indietro a guardare smorfioso Padre Pio, il quale dovrebbe dargli una mano a sorreggere la croce, e invece, con la sua naturale espressione poco rassicurante, sembra un pedofilo all’inseguimento, pronto a conciarlo per le feste. Esilarante, se non fosse orripilante.

Adesso c’è anche, in esposizione provvisoria, accanto alle altre reliquie del santo (mezzi guanti, bende delle stimmate, sangue sgocciolato dalle medesime, e altre simili schifezze), il cosiddetto Bambinello di Padre Pio, una brutta statuetta che, a quanto raccontano, il santo di Pietrelcina abbracciava e baciava per prima cosa ogni mattina appena sveglio.

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Le reliquie. Prendiamo il Santo Prepuzio, lo scarto della circoncisione di Gesù (siamo tutti familiari con il fatto, no?). Nel corso dei secoli bui ce n’erano addirittura diciotto in giro per varie chiese del ristretto mondo di allora, Calcata, Charroux, Anversa, ecc. Inutile chiedersi quale fosse quello autentico. Eppure la gente si metteva in cammino a piedi per andare a venerarlo. Santa Caterina da Siena, durante le sue estasi, sosteneva di portarlo al dito come anello di fidanzamento mistico con Cristo. Truffe, è ovvio. Avevano però un risvolto, se non nobile, certamente utile. Attiravano il turismo religioso, che era anche l’unico, dell’epoca. Quindi, pranzi consumati, pagliericci occupati, indotto.

Ogni tanto, a San Salvatore in Lauro, anche i normali fedeli sono ammessi all’intima cerimonia del bacio al Bambinello. Barando sulla nostra fede ci siamo prenotati.

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Come un fulmine è arrivata la morte di Mariangela, compagna di molti cappuccini mattutini al bar sotto casa. Sabato eravamo alla chiesa degli artisti a portarle il nostro saluto. E non importa quanta gente (tantissima) e chi (tutti) c’era. Ognuno di noi era lì da solo con lei.

Ma proprio non vogliamo far passare tutte le stupide e superabili (con un minimo di organizzazione) cialtronate alla romanesca dell’evento. Prevedibile la folla, quindi (Uno) almeno preparare qualche transenna, no? Niente: solo confusione. Due: la facciata della chiesa invasa da impalcature. Le copre un grande cartellone (espediente utile per ammortizzare le spese del restauro) dell’Associazione per la Sicurezza Stradale che ammonisce: “Nel circo della strada puoi piangere e far piangere. Pensaci: 3860 morti all’anno per incidenti”. Benemerito, certo, ma alquanto iettatorio, soprattutto dove si celebrano tanti funerali. Tre: a fianco del portone, in alto sui tubi innocenti, un colpevole (per la sua bruttezza) presepe allestito dentro il cucchiaio di una scavatrice. Quattro: a due passi dalla scalinata, un gazebo di plastica in cui una graziosa e incurante ragazzetta continua a vendere magliette con le vedute di Roma. Cinque: infischiandosene della gente e della circostanza, al culmine della cerimonia, un enorme camion della nettezza urbana che avrebbe potuto benissimo fare il giro della piazza, fende a colpi di clacson la folla. E così via. Evidentemente proprio non ci riesce di essere rispettosi, a noi romani, neanche in un momento, come un funerale, che più serio non c’è.

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