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Obladì obladà, e altri sberleffi

Eventi romani: un concerto con due vocione; un agguato al centro storico; uno sberleffo a fb e un altro ai dizionari del cinema [Stefano Torossi]

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Stefano Torossi

5 Novembre 2012


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di Stefano Torossi

5 novembre 2012

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Obladì, obladà. Concerto di Carla Cocco al Teatro Studio del Parco della Musica, il 30 ottobre. Lei è di taglia minutissima e di voce potentissima. Così potente che ogni tanto questa voce turbolenta le scappa e l’intonazione scivola un po’ verso il basso. Ma è una destinata a diventare ancora più brava, di sicuro. Serata buona, con un bel pubblico, in parte di amici e parenti, ma anche no. Buona orchestra, buoni arrangiamenti. E allora, dov’è che andiamo a mordere? Un attimo di pazienza.

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Le canzoni sono introdotte, una per una, da qualcuno che mai ci saremmo aspettati di vedere in quel ruolo: Orso Maria Guerrini, da tanti anni presente nei nostri bicchieri come etichetta vivente della birra Moretti. Entra da sinistra si avvicina al leggio con passo un po’ annodato (l’età, si sa), cartellina in mano, inforca gli occhiali da presbite e legge, ieraticamente immobile, con quel suo vocione da Mosè sul Sinai, versi tipo “La mia vita è un fiume in piena / da quando non ci sei tu”, che cantati su un tappeto di archi hanno un senso; tuonati così, ne hanno un altro, non del tutto giustificabile. Sarebbe come andare a Piazza San Pietro, alla benedizione della domenica, guardare il papa che si affaccia al balcone e sentirgli annunciare: “Obladì, obladà…”

La tigre della Malesia. Il felino in agguato avanza lentissimo, appiattito sul terreno. La folta pelliccia a striature verticali lo mimetizza fra macchie di sole e ombra. Dopo una pausa in cui sembra avere ipnotizzato la preda, fa un balzo silenzioso nell’aria, afferra con la sicurezza di un esperto assassino il volatile e piomba a terra con la vittima ben salda fra le zanne acuminate. Guata a destra, poi a sinistra finché, sicuro di non avere rivali, striscia agile come un gatto fra i marmi dell’Area Sacra di Largo Argentina.

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E’ proprio un gatto, ma di quelli tosti. Durante questa manifestazione di ferina destrezza, gli indigeni che popolano via S. Nicola de’ Cesarini procedono nelle loro abituali attività: bere birra o Tavernello, buttarsi sulle panchine a smaltire l’alcool, scaricare cartacce e avanzi a terra e derubarsi a vicenda non appena uno va in ciucca. Mentre con un occhio seguivamo il gatto che, prima di divorarlo praticamente ancora vivo, difendeva fra i capitelli il suo piccione dagli affamati concorrenti, abbiamo visto uno di questi barboni sfilare un accendino a un collega in coma, poi frugare nelle tasche di un altro, agguantare un pacchetto di sigarette semivuoto e accendersi beato una cicca.

Un angolo di jungla. Però a Roma, centro storico. Ci fosse stato Salgari!

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Longevità. Su Facebook troviamo una relazione quasi mistica su una popolazione, gli Hunza, che vivono in un’inaccessibile vallata dell’Himalaya. E fin qui, niente di strano. Anche da noi c’è gente che abita in cima ai cocuzzoli. La nota di fb rimanda a un articolo demenziale e assolutamente privo di qualsiasi riferimento serio a ricerche o fatti documentati; come sempre quando si parla di alieni, UFO, Maya e simile paccottiglia. Secondo l’autore, una buona parte degli Hunza campa come minimo un secolo. Alcuni arrivano ai centotrenta, e c’è chi ha raggiunto i centoquarantacinque anni.

Come fanno? Beh, al solito: vanno a piedi (citato uno di loro che in un giorno ha fatto centoventi chilometri!), mangiano poco e sano, niente carne, fumo o alcool. Niente stress. Niente telefoni o diavolerie moderne. Fanno per tutta la vita un lavoro per il quale non serve il cervello: zappare, seminare, raccogliere. (E la Levi Montalcini, allora?)

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Insomma: niente questo, niente quello. In pratica niente tutto, e guai a indulgere un po’.

Noi abbiamo un’altra teoria per spiegare tutti questi ultracentenari. Avete notato che li trovano sempre in angoli del mondo lontani, su montagne inaccessibili, in paesetti sconosciuti? Beh, secondo noi l’unica spiegazione di questo fenomeno è: “niente anagrafe”. Come si fa a rintracciare il certificato di battesimo di uno che dice di avere centoquarantacinque anni, quindi nato nel 1867, in una sperduta valle dell’Himalaya? Facile inventarsele, le date, anche in buona fede. Si sa che il tempo è un concetto relativo. E non è certo guardandoli in faccia che possiamo trovare indicazioni sull’età, perché da quelle parti cammellieri decrepiti o nonnette sdentate spesso risultano sì e no trentenni, se tutto va bene.

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PS. Dizionari di cinema. Fra pochi giorni scatta la Festa del Cinema di Roma. L’argomento è di attualità. Per chi ne vuol sapere di più ci sono i dizionari. Quelli famosi sono tre: il Morandini, il Farinotti e il Mereghetti. Con questi nomi da tre porcellini (Morandini e Mereghetti sono i discoli, Farinotti è il saggio), sarebbero più giusti come dizionari di cartoni animati.

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