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Alcool, risate, jazz e noia

Un piccolo tuffo nel passato maledetto, due eventi contemporanei fra sensualità, jazz e vecchi amici e l'infinita noia di Celentano. [Stefano Torossi]

Alcool, risate, jazz e noia

Stefano Torossi

15 Ottobre 2012 - 11.05


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di Stefano Torossi

15 ottobre 2012

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L’Era Etilica – I Sopravvissuti. 3 ottobre. Roma, Galleria Andrè a Via Giulia. Vernice di opere di Paul Klerr, vecchio amico, che a rivederlo ci ha fatto tornare in mente un turbolento periodo: gli anni sessanta, in cui ci incontravamo tutti in un paio di baretti dalle parti di Piazza del Popolo: il Plinio e il Doc. Locali pieni di artisti pieni di alcool, quasi tutti finiti male.

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Noi siamo fra i pochi sopravvissuti di quel periodo. Gli altri?

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Ecco. C’era Franco Angeli, famoso pittore, travolto in seguito da un eccesso di tutti gli eccessi. C’era Piero Panza, regista tv, anche lui scivolato giù per la rampa alcolica, ma poi andatosene per il cuore. Perché oltre a bere, allora si fumava pure, e molto, per non parlare del resto. Turcato, altro tracannatore, ma più vecchio e più resistente. Schultz, un veneto pancione che faceva divertenti macchie di colore su antiche partiture. Anche lui cirrosi. E c’era Piero Ciampi, cantautore, per un certo periodo noto col nome di Piero Litaliano, antipaticissimo esemplare di un genere preciso di ubriacone, il recriminatorio-aggressivo. Un attaccabrighe che ce l’aveva col mondo e che era riuscito a rendersi odioso a tutti i suoi potenziali datori di lavoro: discografici, editori, gestori di locali, ai quali dava appuntamenti a vuoto o regalava insulti sul palco. La Rca ci spese su un bel po’ di soldi. Niente. Ogni tanto c’è qualcuno che, ripensando ancora a lui come un poeta maledetto, cerca di riportarlo a galla. Non funziona. Ci è rimasta la sua canzone manifesto, “Adius”, il cui spirito si estrinseca tutto nel verso: “Vuoi stare vicina? Nooo?…Ma vaffanculo! Ma vaffanculo!”

Risatine e risatone. 4 ottobre. “Nuovi Spazi Musicali” è una di quelle piccole ma toste iniziative che malgrado i calci nel didietro delle istituzioni e il totale disinteresse di chi avrebbe l’obbligo di sostenerla, si guarda bene dal mollare. Ha aperto la sua trentatreesima edizione, ospite dell’Accademia di Ungheria. Speriamo che la coincidenza anagrafica con l’età di un noto personaggio dell’antichità non significhi un imminente martirio, al quale però potrebbe seguire, dopo tre giorni, una resurrezione; non si sa mai… Due divertenti operine: “Voglio vederti…non voglio vederti” e “King Kong, amore mio”. La prima, delicatissima, tutta costruita su un gioco di echi (si tratta di Narciso) di Marco Betta, su testo di Sandro Cappelletto, delizioso, con la quale più che ridere si sorride. Con King Kong si ride proprio. Testo di Luis Gabriel Santiago, musica di Fabrizio De Rossi Re. I due interpreti, bravi e giustamente sopra le righe. Lei, Arianna Rinaldi, bambolotta con un vestitino verde pistacchio molto America anni ’50, innamorata di lui, Stefano Stella, scimmione-teppista primitivo tutto ruggiti, grugniti e giaccone da moto, con finale dolceamaro. La prima operina: ricerca minimalista di sonorità riverberate. La seconda picchiettata di citazioni da juke box d’epoca ed effetti da cinema di spavento.

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Lunedì 8, secondo concerto del festival. Serata sexy, dedicata a musiche per fisarmonica. Sexy: non la musica, neanche il solista, Cesare Chiacchiaretta, peraltro bel ragazzo, ma il suo strumento, una Scandalli tutta nera, lucida, dalle forme morbide e piene, con almeno duecento scintillanti bottoni di madreperla e un mantice vivo e pulsante. Più seducente di una Ferrari. Si dice tanto che il violoncello è uno strumento sensuale per il fatto che il musicista lo tiene fra le ginocchia e lo abbraccia. Ma guardatevi una fisarmonica all’opera. E’ lei che abbraccia l’esecutore, che gli si butta addosso e lo avvolge. E respira, ansima, rantola…Ci siamo fatti prendere la mano? Torniamo a terra. In un momento di indiscrezione dopoconcerto abbiamo chiesto al solista il prezzo dello strumento. Quindicimila euro per quindici chili di peso. Mille al chilo: meno del caviale, più dell’aragosta.

Maratona jazz. 6 ottobre. Notte dei musei. Alla Casa del Jazz, una jam session totale durata dalle otto fino a oltre mezzanotte, in cui tutti hanno suonato con tutti scambiandosi strumenti e generi, spesso con risultati precari. Il pretesto era la commemorazione del Folkstudio, il mitico locale dove hanno cominciato la carriera in molti. Non tanti quanti lo raccontano, perché ci sarebbe voluto il doppio di anni e il quadruplo dello spazio per farceli entrare. E’ così quando si parla di un morto famoso: tutti lo hanno frequentato, ci hanno lavorato insieme, anzi, erano amicissimi; tanto chi li smentisce? Lo stesso per un locale: adesso che è definitivamente sepolto, ci si può imbastire sopra qualunque bella storia di debutti eroici e saranno famosi.
Una di quelle occasioni che non necessariamente fanno bene alla musica, ma fanno benissimo all’amicizia. Ci si ritrova tutti, ci si riconosce, ci si conta e ci si congratula di essere ancora in circolazione.

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Ultimo minuto: Celentano. Facciamo nostro un commento letto su Facebook: “Sembra uno che non ha niente da dire, però deve dire qualcosa lo stesso”. E, aggiungiamo noi, non si capisce perché la fa con in testa la cuffia della nonna.

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