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L'uomo senza parole: Mo Yan, il letterato perfetto

Premio Nobel per Mo Yan, lo scrittore il cui nome ha un significato particolare: senza parola. Analisi e narrazione di una sinologa che lavora sulla letteratura cinese.

L'uomo senza parole: Mo Yan, il letterato perfetto

Desk

11 Ottobre 2012 - 19.13


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di Frine Beba Favaloro

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A distanza di dodici anni da quando per la prima volta il Premio Nobel per la letteratura è stato assegnato ad uno scrittore di origini cinesi, l’Accademia Svedese fa cadere nuovamente la propria scelta su uno scrittore del Paese di Mezzo: Mo Yan (Shandong, 1955-), già noto in Italia per i suoi romanzi e per le grandi sceneggiature portate sullo schermo da Zhang Yimou (Sorgo Rosso, 1987) e Chen Kaige (Addio mia concubina, 1993).

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Quando si vive di lingua cinese, i caratteri diventano dei personaggi ingombranti che si mettono tra te e il mondo, come delle lenti, e a volte illuminano quanto stai guardando con un effetto stroboscopico. Chiacchierano anche, e quasi sempre parlano prima degli altri.

Scorrendo gli articoli in cinese su Mo Yan e osservando quel nome, improvvisamente salta all’occhio che i caratteri che lo compongono hanno un significato particolare: tradotti letteralmente significano “non parlare”, ma anche (la stroboscopia…) “senza parola”. Una scelta deliziosa e sofisticata da parte di uno scrittore tanto legato all’intensità di questo strumento che egli, con lo spirito di contraddizione che caratterizza la nostra contemporaneità, dispensa con generosità in romanzi epocali. Una scelta che nondimeno allude alle radici taoiste della sua, antica cultura: riecheggia in questo nome l’ineffabilità del Tao, di quella Via che quando è vera Via non ha nome. Tentare una parola per descrivere ciò che non può essere descritto. Come dire, farsi illusionisti del reale, che tanto nulla più ci è dato di comprendere.

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Tra le motivazioni dell’assegnazione da parte dell’Accademia, in un passaggio si legge: “che con un realismo allucinatorio fonde racconti popolari, storia e contemporaneità” . Perché forse è soltanto attraverso un salto allucinatorio, attraverso un’uscita dal nostro stato ordinario di coscienza che noi umani non-cinesi abbiamo la possibilità di entrare nella dimensione del reale cinese. Un reale dilatato e al tempo stesso intenso, costruito su grandi spazi ed avvenimenti epocali di cui si riesce a sostenere l’esistenza soltanto perché inscenati su un palcoscenico tanto immenso.

Tornando ai precedenti illustri, se Gao Xingjian è il (grandissimo) scrittore che ha scelto di rinunciare alla propria cittadinanza cinese all’indomani della strage di Tian’anmen, Mo Yan è lo scrittore della madrepatria, che vive e racconta la sua terra e le epoche della sua cultura, è colui che “fonde […] storia e contemporaneità”.

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E ancora, laddove Gao Xingjian è il (sempre grande) sperimentatore i cui funambolismi lessicali piegano e frustrano il traduttore che tenta di trascinare il suo cinese in una qualunque lingua alfabetica, Mo Yan è lo scrittore delle parole che trasudano del tempo intenso e vasto delle campagne cinesi. La lingua di Mo Yan vive di una corporeità e di una sensibilità tali da riuscire a travalicare il passo angusto che separa la Cina e la sua lingua dal resto del mondo. Ma qui non va dimenticato che in italiano una tale magia è stata resa possibile anche grazie alla finezza dei due sinologi che hanno affrontato la traduzione delle sue più importanti opere, Rosa Lombardi (“Sorgo rosso”, in Italia dal 1994) e Giorgio Trentin (“Grande seno, fianchi larghi”, 2002).

Se la scelta precedente era caduta dunque su un personaggio assai scomodo da sostenere per l’establishment cinese (all’epoca il premier Zhu Rongji, pur felicitandosi che delle opere cinesi potessero finalmente vincere un Premio Nobel, sottolineava il fatto che fosse stato uno scrittore di nazionalità francese ad averlo ottenuto, diplomaticamente tracciando così una linea di separazione tra i “veri” cinesi e quell’individuo che aveva scelto di rinunciare alla propria nazionalità d’origine), Mo Yan si presenta come il perfetto letterato da portare in palmo di mano, ed a ragione.

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Ci si chiede infine se con questa scelta, pur fondatissima e condivisibile, l’Accademia Svedese non abbia voluto lanciare un segnale di distensione al governo cinese, per smorzare le polemiche nate all’indomani dell’assegnazione del premio a Liu Xiaobo (Premio Nobel per la pace nel 2010), che tanto aveva irritato i vertici di Pechino. Con Mo Yan lingua, arte, cultura e politica si incontrano in un terreno di riconciliazione: nel giardino delle lettere, da sempre luogo privilegiato di affermazione per la società cinese, si ricostruisce infine l’armonia.

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*Sinologa, ha curato il libro Fil Rouge, narratori e narrazioni della Cina Contemporanea.

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