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Non tutte le strade portano a Roma

Appia Antica, Tempio di Adriano, Teatro di Marcello, Storia di Roma come se piovesse [Stefano Torossi]

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Stefano Torossi

30 Luglio 2012


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di Stefano Torossi

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Non tutte le strade portano a Roma. Un’antica strada romana è una fascia di grossi massi di pietra nera, i bàsoli, piantati uno accanto all’altro su un letto di sabbia. Abbiamo una domanda, da noi spesso girata ad amici architetti, che non ha mai avuto risposta. Come mai questi massi sono tutti di forme diverse, quando sarebbe tanto più razionale tagliarli tutti uguali, quadrati, rettangolari, non importa, ma tutti uguali (vedi i sampietrini delle strade ottocentesche di Roma, o i masegni di Venezia e Milano). Così da poterli installare rapidamente, in modo industriale (in fondo i Romani hanno costruito migliaia di miglia di strade: un’industria vera). Uno diverso dall’altro, come sono, la loro messa in opera diventa un complicato lavoro artigianale da reinventare a ogni colpo di scalpello.

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C’è un elemento che dà vita a queste pietre morte. I solchi delle ruote che per secoli hanno girato avanti e indietro sempre sugli stessi percorsi lasciando la loro cicatrice. Chi è stato a Pompei si sarà accorto che non c’è niente che faccia pensare alla vita improvvisamente sospesa di questa città come i solchi dei carri che segnano strade e vicoli. Se poi non vi va di fare il viaggio, basta affacciarsi sul Foro di Nerva a Roma (le colonnacce) e sotto si vede l’argiletum, un vicolo che lo collegava con la Suburra, pavimentato di tufo con i suoi bravi binari profondissimi (perché nel tufo che è più morbido del basolato le ruote sprofondavano di più).

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Bene, qualche giorno fa siamo andati a fare una passeggiata sull’Appia Antica. Sole a piombo, cicale, profumo di pini; naturalmente nessuno in circolazione tranne noi. Verso il quarto miglio, una squadra di operai, con il classico fazzoletto annodato in testa, e un piccolo escavatore meccanico. Cosa facevano? Un cartello ce lo ha spiegato: “Recupero e ricollocazione in quota del basolato romano originale”. Nobile iniziativa, abbiamo pensato, e ci siamo fermati a guardare la squadra: braccianti sudati, perfetti per un film neorealista italiano, tranne che tutti parlavano rumeno.

Forse un operaio dell’Est non è culturalmente portato a sottigliezze a proposito dei solchi sul basolato, forse nessun sovrintendente aveva pensato a dare le relative istruzioni, fatto sta che i pietroni venivano sì estratti dalla terra, ripuliti e ricollocati su un nuovo letto di sabbia, ma a caso. Nel tratto già sistemato le pietre c’erano tutte, bene accostate, ma il racconto dei solchi si era completamente perso; ci immaginiamo lo sconcerto del turista preparato nel vedere quei massi consumati dall’uso e segnati da fessure puntate in mille direzioni.

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“Allora non è vero – si sarà detto – che tutte le strade portano a Roma”.

Colonne. Una sola perfetta scanalatura rimasta su una colonna vale molto di più che se ci fossero tutte e ventiquattro intatte. Potere dell’immaginazione stimolata da un riferimento, anche minimo (la quale immaginazione neanche si mette in moto di fronte al Vittoriano che è tutto una colonna, un capitello, un richiamo a Roma antica, ma che non è stato ancora vitalizzato dalle mazzate del tempo).

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A Piazza di Pietra davanti alle undici magnifiche colonne di marmo bianco superstiti del tempio di Adriano, scopriamo che solo nell’ultima a destra è rimasta una scanalatura intatta. L’unica, ma che è più potente da sola che se fossero sopravvissute tutte.

Poi, ovunque ci sono i segni dell’indifferenza per la bellezza di quei tempi scellerati. Quando si muore di fame non si bada all’arte. Si vedono i colpi stupidi dello scalpello medievale che, magari per far spazio a due maiali invece di uno o allargare l’ingresso della catapecchia, distruggeva senza neanche saperlo la perfezione classica.

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Spazi urbani. Sorprende la ristrettezza degli spazi fra un monumento e l’altro dell’antica Roma. Al Teatro di Marcello c’è un punto di altissima concentrazione architettonica ancora perfettamente leggibile: di fianco all’enorme teatro c’è l’angolo destro del Portico di Ottavia e due grandi templi contigui, quelli di Apollo e di Bellona separati da un vicolo minimo. Nel punto in cui i vertici di questi monumenti si incontrano ci sarà uno spazio di tre metri e mezzo al massimo. Chissà come mai si ignorava, pur avendola evidentemente teorizzata nella costruzione, la dimensione monumentale, che si perde se manca la distanza giusta da cui guardarla.

Anche nel medio evo, tranne per le piazze davanti alle chiese o ai palazzi di città, tutto sorgeva in vicoli strettissimi, dove la maestà di una facciata si deformava all’occhio costretto a sbirciarla di traverso.

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Per arrivare al rispetto dello spazio intorno ai monumenti si è dovuto aspettare la moderna architettura di prestigio. Di famiglia: il grande quadrato davanti a Palazzo Farnese. Della chiesa: l’abbraccio ecumenico del colonnato di San Pietro. Del regime: gli immensi viali dell’Eur, o lo sterminato spazio intorno al ministero degli esteri.

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