Quer pasticciaccio brutto de la "Partita a Pugni"

Estetica e poetica in un lavoro di Vieri Tosatti riscoperto all'Accademia Filarmonica Romana [Federico Biscione]

Vieri Tosatti, ormai cieco, negli anni '90
Vieri Tosatti, ormai cieco, negli anni '90
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Federico Biscione Modifica articolo

18 Febbraio 2012 - 01.43


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Una palestra della periferia romana sta per essere teatro di un incontro di boxe. Il pubblico rumoreggia impaziente sulle gradinate (“Ce fate perde er tranve!”), quando si presentano i contendenti: il primo, chiamato “Palletta”, è il favorito del pubblico, il secondo è magro magro e viene schernito col soprannome di “Canna vòta”. Il tifo del pubblico è molto poco sportivo (“Palletta sei ‘na roccia, staccaje la capoccia!”), e tutti credono già di sapere come andrà a finire: effettivamente Palletta è molto ben piazzato e l’altro è davvero troppo smilzo. Fatto sta che alla fine Palletta si scopre, credendosi al sicuro, e lo smilzo, in un ultimo disperato sussulto di orgoglio, gli rifila il colpo che lo mette ko.

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Il pubblico reagisce male, non accetta la sconfitta del favorito, e un attimo prima che venga pronunciato il nome del vincitore scende urlando dagli spalti, irrompe sul “ringhe” e inizia una devastazione generale, un putiferio, un’anarchia in cui tra urla e fischi alla fine si distingue solo gridare “aiuto!”.

Questa è la stringatissima vicenda narrata nella Partita a Pugni, Dramma da concerto in un’Introduzione e tre “Rounds” per soli, recitante, coro e orchestra(1952) di Vieri Tosatti (1920-1999) su libretto di Luciano Conosciani.

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Il breve lavoro (non supera i venti minuti) mette in scena una storia comica (dove l’adozione del dialetto romanesco accentua l’aspetto caricaturale), in cui il vero protagonista è il pubblico (rappresentato dal coro), una massa indistinta che si abbandona a un tifo tanto sfegatato quanto irragionevole: quando il tronfio beniamino viene abbattuto inopinatamente dal pugile mingherlino, non è in grado di manifestare nemmeno il più elementare spirito di fair play, ma preferisce abbandonarsi al saccheggio e alla distruzione della palestra stessa, teatro della sconfitta, maledicendo in egual misura Canna Vòta (colpevole di aver vinto), l’arbitro cornuto (responsabile di aver dato la vittoria al vincitore) e persino Palletta (reo di essersi lasciato fregare), il tutto con una foga degna di ben altra causa.

L’occhio disilluso del Compositore mostra comportamenti, orrori e stupidità della società in un narrato apparentemente comico che non deve trarre in inganno: si tratta di un espediente che mette in luce, insieme alla critica sociale, il groviglio, il garbuglio di un mondo che più che comico è ridicolo, ma in una situazione tanto più drammatica in quanto non è possibile porvi rimedio. Sembra quasi ravvisare in ciò una qualche assonanza con un Gadda il cui Pasticciaccio vede la luce in volume solo quattro anni dopo la tosattiana Partita; entrambi i lavori poi, guarda la combinazione, sono ambientati a Roma e utilizzano il dialetto dell’Urbe.

Malgrado fosse concepito come pezzo da concerto, la prima rappresentazione della Partita ebbe luogo in forma scenica, a Venezia, nel 1953. Da allora venne rappresentato quasi esclusivamente in tale veste, che l’autore considerava “mendace” in quanto faceva risaltare troppo il lato “farsesco” rispetto a quello “corale-furibondo” (che abbiamo visto essere effettivamente il centro dell’opera). La faccenda andò avanti per un po’, finché Tosatti proibì addirittura la rappresentazione di questo lavoro in forma scenica: ciò avvenne nel 1967, allorché ben sei (!) teatri italiani presentavano il dramma nella medesima stagione (e questo ci dice qualcosa sulla fama di cui godeva al tempo il nostro Autore). Da allora il pezzo è scomparso da ogni programmazione (si ricorda soltanto un’esecuzione del 2000 a Budapest, diretta da Marco Boemi per la regia di Gianfranco De Bosio).

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Una nuova occasione per riascoltare dal vivo questa rarità, diretta da Marcello Bufalini, sarà giovedì prossimo al Teatro Olimpico in Roma, per l’Accademia Filarmonia Romana (qui i dettagli), in una inedita versione per orchestra ridotta, ma comunque in forma concertante.

Si tratta di un lavoro importante di un autore altrettanto importante, che per vicissitudini storiche e personali è rimasto in ombra, dopo la fama di cui godette almeno sino alla fine degli anni sessanta: una di quelle figure che attendono una migliore collocazione nella storia recente della musica, quando le acque si saranno purificate dalla melma dell’avanguarda musicale e delle sue propaggini, e mostreranno finalmente alcuni tesori nascosti.

A chi volesse approfondire l’argomento consiglio senz’altro l’ascolto del lavoro su youtube (qui in una versione con sottotitoli), e la lettura della rubrica ritorni a pag. 11 del numero 26, gennaio-febbraio 2012, di Music@, rivista bimestrale a cura del Conservatorio “A. Casella” dell’Aquila, contenente uno scritto di Tosatti stesso, una nota di Maria Grazia Teodori (autrice dell’unica monografia esistente su Vieri Tosatti) e un estratto da un libro di Franco Mannino dove si parla di Vieri Tosatti e della sua Partita, il tutto disponibile a questo indirizzo.

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