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Beneficenza sprecata

Terremoto o tsunami, in Italia va sempre a finire nello stesso modo. [Stefano Torossi]

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Stefano Torossi

17 Novembre 2011 - 11.58


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di Stefano Torossi

17 novembre 2011

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La Repubblica del 14 novembre 2011, pag. 23. Dall’articolo intitolato “I cantanti e il terremoto, beneficenza sprecata” vale la pena di fare una piccola citazione: “I cantanti tutti insieme per l’Abruzzo, ma la burocrazia è più forte. Quando uscì il disco “Domani 21-4-2009” fece sensazione… 56 grandi cantanti italiani…che si ritrovavano (con Mauro Pagani) per una canzone a favore dei terremotati d’Abruzzo. Un successo, 520 mila copie vendute, e circa 1.200.000 euro raccolti…Ora si scopre che quei soldi non sono stati per nulla spesi.”

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Andiamo un momento a un nostro vecchio uovo avvelenato del 30 settembre 2010 (un’autocitazione di cui ci scusiamo) intitolato:…E FUORI IL TRAMONTO ROMANO, e ricopiamone qui un paragrafo quasi profetico:

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“Mauro Pagani sale, prende il premio, parla del milione e passa raccolto per la ricostruzione del Conservatorio dell’Aquila con la vendita del suo disco. Bloccato da allora. Un milione inutile. Gianni Letta, consegnandogli la statuetta, con voce flautata promette immediati interventi futuri”.

E’ passato un altro anno da allora, più di due dal terremoto, Letta avrà avuto il suo da fare, e tutto è ancora fermo. A questo punto uno si chiede se c’è in circolazione qualcuno di cui potersi fidare. Poi si chiede che fine faranno quei soldi se mai si sbloccano, e poi, a meno di essere animato da vero spirito francescano, rischia di arrivare alla solita conclusione, così italiana: “Che me ne fotte a me, io mi faccio gli affari miei!”

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Invece la verifica ripetuta delle nostre esperienze ci ha portato a questa conclusione (naturalmente pronti a capovolgerla se l’esperienza successiva ce lo consiglia). Che nella vita bisogna fidarsi. Si prendono fregature, è vero, ma in media come tutti gli altri (tanto, se uno fa il furbo c’è sempre qualcun altro più bravo di lui) e si fa molto meno fatica, potendo impiegare l’energia risparmiata sul sospetto in altre e più meritorie direzioni. (Anche indignarsi va bene, ma non serve a un gran che se poi non si reagisce. Quindi, e qui possiamo fare riferimento ai recenti accadimenti sociali, benvenuti gli indignados, ma a questo punto ci vogliono anche i reagentes).

Conclusioni? Andiamo avanti così, fidandoci, partecipando, e soprattutto non facendo i furbi.

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Un altro sassolino dalla scarpa però ce lo vogliamo togliere. Abbiamo notato che molti artisti alla fine del numero, mentre il pubblico li applaude, a loro volta applaudono il pubblico. Cosa vuol dire, che anche il pubblico è stato bravo? A fare cosa? Ad ascoltarli senza protestare? Se il gesto avesse un significato comprensibile, sarebbe ok, ma noi proprio non riusciamo a vedercelo.

E ancora (questa settimana siamo sul brontolone), perché alcuni ringraziano il pubblico a mani giunte con il saluto del “namaste”, come fanno gli indù sulle rive del Gange? Lo abbiamo fatto anche noi quando, un po’ scemi per ragioni di età, aggravate dal contagio della meditazione trascendentale, (quella del Maharishi Mahesh, per intenderci; vi ricordate il periodo indiano dei Beatles, con Ravi Shankar, il sitar, le collanine e i braccialetti) ci salutavamo nello stesso modo. Ma adesso siamo nel duemila avanzato, e in Europa. Cosa c’entra un palcoscenico di Trastevere con le rive del Gange?

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PS. Andiamo a ripescare un’altra data di Repubblica, il 7 novembre 2011, e un articolo di Ernesto Assante, che parlando di Adriano Celentano lo chiama Il Molleggiato. Una simile banalità non ce la aspettavamo. A noi questo soprannome fa lo stesso effetto (accapponare la pelle) di quando sentiamo chiamare Sordi l’Albertone, la Milo Sandrocchia, e la Magnani Nannarella. Effetto superato solo da due espressioni raccapriccianti: “Splendida cinquantenne” e ancora peggio “L’inossidabile…” seguito dal nome. Non siamo affatto splendidi, e in più siamo molto ossidati. Chiamateci vecchi e non parliamone più!

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