I registi del “Caso Braibanti”: «Fu condannato per colpire omosessuali e intellettuali»

Carmen Giardina e Massimiliano Palmese presentano al Pesaro Film Fest la vicenda dell’artista e pacifista che finì in carcere: “Fu una congiura delle destre, ma pochi giornali lo difesero”

Un’immagine da “Il caso Braibanti”

Un’immagine da “Il caso Braibanti”

di Chiara Zanini

In pieno Sessantotto iniziò in Italia il processo ad un uomo accusato di plagio nei confronti di un ragazzo. L’uomo era un artista vulcanico, ex partigiano, pacifista ed ecologista: Aldo Braibanti, che rimarrà l’unico ad essere condannato per questo reato che oggi non esiste più. La sua storia è diventata un film diretto da Carmen Giardina e Massimiliano Palmese, Il caso Braibanti, in cui si troviamo il teatro, il cinema (di Alberto Grifi) e molte interviste che ci aiutano a capire come l’omosessualità fosse vissuta in quegli anni. Il film avrà la sua “prima” al Pesaro Film Festival il 27 agosto alle 21.15 in Piazza del Popolo (ci si prenota gratuitamente on line a questo link), alla presenza dei registi, l'autore delle musiche Pivio, di Edoardo Camurri, Fabio Canino e del direttore artistico del festival Pedro Armocida.
Abbiamo intervistato i registi Carmen Giardina e Massimiliano Palmese.

Come avete coinvolto Ferruccio Braibanti, nipote di Aldo?
Rispetto allo spettacolo teatrale, che si concentrava sul caso giudiziario, abbiamo voluto ampliare lo sguardo e rappresentare un caso soprattutto esistenziale, politico e poetico. Era dunque necessario intervistare chi meglio aveva conosciuto Braibanti. Parenti, amici, collaboratori. Era poi anche necessario andare a girare nei luoghi della sua giovinezza nel piacentino: Fiorenzuola d’Arda, Castell’Arquato. L’incontro con il nipote Ferruccio è stato particolarmente felice, non solo perché ci ha messo a disposizione il prezioso e inedito archivio di foto, audio e video dello zio, ma soprattutto perché è stato pronto a cogliere al volo l’occasione di raccontare la sua versione dei fatti. In cinquant’anni, nessuno glielo aveva chiesto. La sua presenza discreta e partecipe è il baricentro del film (lui seguì, diciottenne, insieme al padre Lorenzo tutto il processo) e il suo racconto coinvolge e in alcuni momenti commuove.

A giorni riprenderà la discussione della legge contro l’omotransfobia, mentre all’epoca del caso Braibanti questo termine non veniva ancora utilizzato (entrerà nel dibattito pubblico americano negli anni Settanta). Con quali parole ci si esprimeva pro e contro la libertà di Braibanti?
Contro Braibanti la stampa dell’epoca non lesinò epiteti come “pervertito”, “demonio”, “ladro di anime”. Negli articoli sul processo era molto presente il tema della famiglia, delle madri che rischiavano di vedere i loro figli rapiti e soggiogati da “professori” che li avrebbero resi schiavi del vizio. I giornali allora erano in maggioranza colpevolisti, e quasi tutti orientati a destra. L’Unità stessa iniziò a difendere Braibanti solo dopo la condanna eclatante a nove anni di carcere. Un discorso a parte va fatto per Notizie Radicali, dalle cui pagine Pannella attaccava con forza il giudice e il Pubblico Ministero, scrivendo che il processo andava ribaltato: si doveva scarcerare Braibanti e processare i suoi accusatori, perché i veri colpevoli erano loro. Una voce fuori dal coro fu anche quella della rivista Men, dai contenuti soft-erotici eterosessuali, che pubblicò articoli molto circostanziati e appassionati a difesa della libertà di Braibanti, e anche alcune delle lettere che Aldo scrisse alla madre durante la prigionia.

Quella di Braibanti è una vicenda politica. Come era giudicato Braibanti dalla sinistra, lui marxista-anarchico?
È molto probabile che i dirigenti dell’epoca si siano legati al dito l’uscita di Braibanti dal PCI già nel ‘48. A distanza di vent’anni, all’epoca del processo, faticarono e tardarono a dimostrargli solidarietà e sostegno, anche perché era divenuta di dominio pubblico l’omosessualità di Braibanti, e, spiace dirlo, non solo i fascisti avevano un problema con l’omosessualità, quella vissuta liberamente, alla luce del sole. Poi dal punto di vista strettamente politico, Braibanti era appunto una mente più anarchica, e il centralismo democratico del partito gli stava stretto. Dopo la guerra, dopo aver militato nella Resistenza, non venne coinvolto nella stesura del programma politico del PCI, al che ne uscì. Specificando che usciva “da sinistra, non da destra”.

Braibanti scontò due anni di carcere, mentre il ragazzo che fu ritenuto da lui plagiato subì un trattamento psichiatrico e l’elettroshock, che lo distrussero tanto quanto la famiglia bigotta. Giudicando questa coppia si voleva dare un segnale a tutti i maschi omosessuali?
Agli omosessuali, e non solo. Agli intellettuali. È stata una vera e propria intimidazione. Pannella ricorda che Pasolini stesso “era terrorizzato”, e che la Morante “non ci dormiva la notte”: evidentemente le migliori intelligenze del Paese erano tutte ben consapevoli che quella a Braibanti era una congiura delle destre (“una rappresaglia sociale”, la definisce Carmelo Bene) che avrebbe potuto colpire chiunque di loro, prima o poi. Era una destra retriva che combatteva con le unghie e coi denti contro la modernizzazione, contro i nuovi diritti che ormai la società chiedeva a gran voce. Esempi di questa destra ne abbiamo ancora. Aizzano le folle in difesa difesa della “famiglia naturale”, in realtà mirano alla normalizzazione, a un rigido controllo, al conformismo, al fascismo.

Cosa univa Braibanti e Alberto Grifi?
Grifi era interessato alla sperimentazione che Braibanti conduceva a teatro e riprese le prove dello spettacolo “Virulentia”, sperimentando a sua volta con lenti speciali per riprodurre l’apparato visivo di un insetto o di un pesce. Il risultato è l’affascinante “Transfert per camera verso Virulentia”, un film sperimentale che definire documentario sarebbe improprio, e che resta l’unica testimonianza del lavoro teatrale di Braibanti. Tra Grifi e Braibanti ci fu anche una lunga amicizia, che portò Alberto Grifi a prendere le difese dell’amico distribuendo volantini e raccogliendo firme per la sua scarcerazione. Proprio durante questa attività Grifi subì uno strano arresto con l’accusa falsa e strumentale di aver venduto uno spinello a degli americani, e finì in carcere per due anni. Grifi era molto interessato anche alla filosofia di Braibanti e alle sue idee ecologiste contrarie all’antropocentrismo. Idee che, mezzo secolo dopo, non smettono di essere attuali.

Il sito del Pesaro Film Fest