Se il sovranismo di Trump sfocia nell'imperialismo cinematografico

Il miliardario ha criticato il fatto che l'Oscar non sia andato ad un film statunitense. “Con tutti i problemi che abbiamo avuto con la Corea per il commercio e quelli gli danno il miglior film dell’anno?”

Donald Trump

Donald Trump

GdS 21 febbraio 2020Giornale dello Spettacolo

di Giuseppe Costigliola
Quando la politica tira in ballo la cultura, l’arte, c’è da tremare. Non dovrebbe essere così, anzi. Una politica sana e virtuosa è essa stessa cultura, arte – “téchne politiké”, la definiva Aristotele, “ars politica”, la chiamavano i romani. Ma d’un Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, non v’è più traccia. Esperienze come quella di Václav Havel, lo scrittore ceco divenuto presidente del suo Paese, ci appaiono distanti, quasi incredibili. E la ragione di questa incredulità è tremenda, nella sua semplicità: i politici che oggi governano le sorti degli Stati nazionali, le sorti dell’umanità, sono di un’ignoranza mostruosa. E sull’ignoranza sempre più dilagante, artatamente fomentata, fondano il loro disastroso potere.


Noi oggi diamo quasi per scontato che debba essere così. Non ci diamo per inteso che se a prendere decisioni fondamentali per il nostro presente ed il nostro futuro sono personaggi totalmente sprovvisti della benché minima base culturale, individui attenti solo a beceri calcoli di potere o a brigar d’affari, tali decisioni, quali che siano, saranno rovinose per la collettività.


Nel nostro disastrato Paese la situazione è sotto gli occhi di tutti: in pochi decenni è stato distrutto un patrimonio culturale e politico secolare, è stato operato un genocidio culturale che ha azzerato anni e anni di dolorose, sanguinose conquiste materiali, di ideali e di valori, conquiste democratiche, sindacali, identitarie. Abbiamo visto presidenti del consiglio bisticciare con la propria lingua, ministri della Repubblica concionare folle di acclamanti decerebrati seminando odio e discordia, annaspando nelle buie caverne dell’ignoranza. E crediamo che sia sempre stato così.


Ma se Atene piange, Sparta non ride. La drammatica situazione d’ignoranza diffusa nelle classi cosiddette dirigenti è un male planetario, uno dei frutti avvelenati della globalizzazione.


Prendiamo gli Stati Uniti d’America. A capo di quella nazione che si autocelebra faro di civiltà e di giustizia del mondo intero, v’è un personaggio davvero agghiacciante, quanto ad ignoranza. Un individuo che ogniqualvolta esterna il suo pensiero (parola forse immeritata), col suo inglese da zoppicante scolaro di scuola media inferiore, dando libero sfogo ai suoi arrossati organi fonatori o twittando come un fulvo cappone sul giochino che gli hanno messo in mano, ogniqualvolta che costui esterna quel che gli passa per il capo c’è da rabbrividire. Da rabbrividire non solo e non tanto per l’ignoranza davvero abissale che le sue misere convinzioni denotano, ma per i risultati che esse producono nel corpo sociale, nelle coscienze di chi a quelle sue parole presta scellerato ascolto.


Non si limita, codesto individuo, a professare un catastrofico iper-liberismo economico, un nazionalismo imperialista di stampo ottocentesco, un razzismo che la storia ha da tempo decretato come inutile e perdente, oltre che moralmente abietto. Questo campione dei sovranismi tanto di moda oggidì prova ad insozzare anche territori a lui del tutto alieni, come l’arte e la cultura.


In uno dei suoi risibili comizi, tenuto a Colorado Springs, in Colorado, ammiccando al più trito revanscismo che trova sempre fertile terreno nel cuore d’America, il capo di quel democratico Paese ha esternato nientemeno che sugli Oscar. Già, al Pel di carota americano non è andata giù la storica decisione dell’Academy di assegnare, per la prima volta, l’ambita statuetta ad un film non in lingua inglese.


“Quanto sono stati mediocri gli Academy Awards quest’anno?” ha tuonato messere. “Avete visto? Ha vinto un film della Corea del Sud! Che diavolo è questa cosa?” ha retoricamente chiesto alla sua claque, col tono indignato d’un pastore fondamentalista. E ovviamente, giù cori di disapprovazione verso quei pericolosi radical di Hollywood, tutti finocchi, pervertiti e antiamericani. È una cosa ben grave, ha continuato Pel di carota, visto “tutti i problemi che abbiamo avuto con la Corea del Sud per il commercio. E quelli che fanno, gli danno il miglior film dell’anno?” Già, il commercio: non vede altro, il pover’uomo.


Si potrebbe commentare l’episodio in modo caustico ed ironico: la mente di quell’individuo è ottenebrata, la confusione in cui versa è davvero tanta. La vita, la politica, per lui è solo una partita di Risiko.


Ma al di là del fatto che quella “mente” governa il Paese più potente del pianeta, non può sfuggire una considerazione: il primato della propria nazione, il concetto politico dell’America First, è un pericolo che s’insinua in ogni campo del vivere, non soltanto in ambito economico e sociale. Per questo i danni delle politiche sovraniste sono incalcolabili: vogliono inoculare il proprio veleno anche in quella sfera umana dove il rispetto della diversità e dell’alterità sono un valore per eccellenza: l’arte. Ma quel che quel pover’uomo e i suoi tanti epigoni europei e italiani non riescono proprio a capire, è che i muri che loro amano erigere tra gli esseri umani, di cemento o ideologici che siano, quei muri l’arte e la cultura li abbattono, li disgregano, li disintegrano. Ecco perché l’arte e la cultura sono i loro nemici giurati.


Ah, naturalmente Pel di carota “Parasite” non l’ha visto: “E’ un bel film? Non lo so” ha ammesso, con sprezzo del ridicolo. Be’, lui è per i film “americani”: “Torniamo a ‘Via col Vento’, per favore? A ‘Sunset Boulevard’. Grandi film”.


Già. Peccato che costui ignori che quei capolavori sono un prodotto assolutamente multiculturale: vi hanno lavorato maestranze provenienti da ogni parte del pianeta, la loro ideazione e realizzazione è frutto di uno sforzo collettivo di menti ed identità tra le più disparate, per una volta magicamente fuse nel calderone americano. Quei film tanto amati dal Presidente sono l’espressione di un’America che non sognava muri da erigere, ma crogioli di razze da realizzare.