Il nuovo sacco della Rai, senza donne

Di nuovo le mani dei partiti su viale Mazzini. Nomine tutte al maschile, contravvenendo alle leggi che regolano i rapporti Stato-Rai e le norme sulle Pari opportunità. [Di Silvia Garambois]

Le torri della Rai

Le torri della Rai

Silvia Garambois 15 maggio 2020Giulia

Non c’è una donna alla guida di un tg o di una rete Rai. “Epurate” ha scritto Maurizio Belpietro sulla “Verità”: ha ragione. Chi non ha sentito ragione è stato il direttore generale Salini, il presidente Foa, il cda della Rai. E soprattutto i partiti, nient’affatto dietro le quinte. Eppure, per tempo, ai primi boatos, le donne e le giornaliste avevano alzato la voce. Se non altro, allertato. Perché ci sono leggi per la parità nel nostro Paese, e la Rai – si cavilli quanto si vuole – è cosa pubblica.


 


Una vergogna. Qualcosa di più, di molto di più. Un’offesa a quel 51% di donne che sono la popolazione di questo Paese, e insieme alla professionalità delle tante, tantissime, giornaliste Rai.


Un segno orrendo, peggio se possibile di quelle task force – quante? diciotto? – in cui si erano “dimenticati” di inserire le eccellenze femminili. Un Paese a metà.


 


Ma stavolta non c’è stata nessuna “urgenza” a far sbagliare e ad accecare. No: tutto studiato a tavolino, caselle da incastrare, muscoli da mostrare. La lottizzazione più becera, quella mille volte condannata, decenni di manifestazioni, movimenti, proteste. “Giù le mani dalla Rai”, sempre la stessa storia. Non si salva nessuno.


 


Ma la novità è l’azzeramento femminile. Una informazione “finalmente” monosessuata, roba da uomini. Le donne possono sorridere in video. Anche dalle zone di guerra, se vogliono. Ma comandare no. Come, cosa, secondo quale rilevanza, secondo quale impostazione i tg raccontano le notizie, non lo devono decidere loro. Non devono pensare all’identità delle reti, gli show, i talk, le scelte sulla fiction, come, chi. Sorridano. Facciano ascolti. Loro, le “sciacalle”, secondo la definizione scelta da Vito Crimi per i giornalisti.


 


Due considerazioni. La prima riguarda proprio i giornalisti: i partiti li muovono come se fossero figurine di loro pertinenza. Eppure ce lo ricordiamo bene il movimento dei giornalisti Rai “a schiena dritta”, tutti quelli che rifiutavano di essere schiacciati su “partiti di riferimento”. E ci ricordiamo pure bene il putiferio che scoppiò quando Bruno Vespa, direttore del Tg1, indicò la Dc come “partito di riferimento” del suo telegiornale. Alla fine fece i bagagli.


Oggi siamo punto e daccapo. E le donne, a quanto pare, non sono abbastanza etichettate. Birichine… Mica tutte, mai fare di ogni erba un fascio. E certo non tutti gli uomini. Abbiamo abbastanza rispetto dei colleghi da sapere che non è così, anche tra quelli scelti come direttori “in quota di…”. Poi ci sono i pasdaran, e le pasdaran, ma nella vita è così.


Noi partiamo dall’assunto che i colleghi proposti per i nuovi incarichi siano ottimi colleghi. Ma è la somma che fa il totale. E le donne non ci sono più.


 


 


La seconda considerazione riguarda i partiti. Le logiche di spartizione. Tanti voti, tanti uomini. A occhio e croce complessivamente oggi tra poltrone e poltronissime dovrebbe essere in vantaggio la Lega (se non altro ha uomini che per la Lega si erano persino seduti in Parlamento). Ma sarebbe il Pd, dicono le cronache, ad aver forzato la mano per questo ennesimo “giro di valzer alla Rai” (ma quante volte lo abbiamo scritto?). Qualcuno ha posto il problema su “che informazione?”, “che ascolti?”, “che errori?” (e quante multe costate alla Rai, che cioè ricadono direttamente sulle nostre bollette della luce). No, non risulta: solo figurine da spostare. L’informazione una merce di scambio. Un mercato.


 


E allora, se non c’è nessuna naturale, connaturata, idea che le donne in questo Paese valgono quanto gli uomini e devono contare quanto gli uomini, a partire dalla cosa pubblica (e la Rai, repetita iuvant, è cosa pubblica), ci sono le leggi. Quelle che le donne hanno strappato, con le piazze in subbuglio e le parlamentari solidali contro i loro stessi partiti.  E la legge recita che gli atti discriminatori sono nulli.


La Rai è soggetta al Contratto di Servizio, e lì è scritto nero su bianco che la Rai deve garantire anche nella governance – non solo nelle trasmissioni – parità di genere e pari opportunità. E non solo: il Codice delle Pari opportunità prevede espressamente a proposito della concessionaria pubblica che occorra “eliminare condizioni di disparità tra i due sessi in sede di assunzioni, organizzazione e distribuzione del lavoro, nonché di assegnazione di posti di responsabilità”. Ma le conoscono le leggi?


Per ora associazioni di donne stanno rivolgendosi alla Commissione di Vigilanza sulla Rai, a chieder conto alla politica. Ma già le avvocate sono allo studio sui codici.


Eppure non è così che volevamo questo Paese, triste dover ricorrere ai tribunali per dire che le donne non possono solo stare a guardare. E magari a sorridere.