Il Consiglio di Stato nega il parere a Bonisoli: non si capisce che cosa volete

Il ministro dei Beni culturali chiedeva lumi per preparare il decreto che sostituisce le domeniche gratis. Risposta lapidaria: «Non indica in modo chiaro le scelte operate e le modalità di raggiungimento dei relativi obiettivi»

Alberto Bonisoli, ministro dei Beni culturali

Alberto Bonisoli, ministro dei Beni culturali

Tommaso Verga 12 novembre 2018Hinterland

di Tommaso Verga


«Diteci cosa volete fare, come e perché»: non solo dai motivi ma nei toni si capisce che il Consiglio di Stato (specificatamente, la Sezione consultiva per gli atti normativi) non appare esattamente convinto di quel che intende fare il ministero dei Beni culturali. Perché il quesito – che modifica un solo articolo della legge in vigore –, propedeutico al decreto non è riuscito a spiegare gli intendimenti del ministro.
In ballo, lo «Schema di regolamento recante modifiche al decreto ministeriale 11 dicembre 1997, n. 507_Norme per l’istituzione del biglietto d’ingresso ai monumenti, musei, gallerie, scavi di antichità, parchi e giardini monumentali dello Stato». In sostanza, la vexata quaestio delle domeniche gratuite care a Dario Franceschini che Bonisoli prima ha detto di voler abolire e successivamente modificare in modo che... a suo tempo si capirà.
Un passo determinante – premette il Mibac – è costituito dal «presente schema di decreto, secondo quanto rappresentato nella relazione ministeriale, che “si prefigge l’obbiettivo di razionalizzare i periodi di libero accesso ai luoghi della cultura, non già nel senso di una loro diminuzione, ma in quello di una diversificazione e modulazione dell’offerta di ingresso libero, in considerazione delle specifiche esigenze del bacino di utenza e del territorio di riferimento di ciascuna istituzione culturale, ferma restando la finalità di incoraggiare lo studio e la conoscenza dell’arte, quali stimoli e occasioni di un generale progresso civico e culturale”».
GRATUITE LE PRIME DOMENICHE DA OTTOBRE A MARZO E... La «scaletta» delle modifiche: all'abolizione dell'ingresso gratuito ogni prima domenica del mese, il libero accesso sarà riservato alle «prime domeniche dei mesi da ottobre a marzo» con l'aggiunta della «settimana dedicata alla promozione dei musei e dei luoghi di cultura, compresa nei mesi da gennaio a marzo, individuata ogni anno dal ministro».


Ai direttori viene delegata la facoltà di stabilire ulteriori otto giornate o, in alternativa, fasce orarie di libero accesso in una misura complessiva corrispondente a otto giornate, tenendo conto delle esigenze dell’utenza e delle caratteristiche del territorio e che il relativo calendario sia adeguatamente pubblicizzato. Seguono la riduzione a due euro del costo del biglietto e la redazione di una relazione biennale sull'andamento della nuova regolamentazione.
Un affastellarsi di competenze e di date sul quale il Consiglio di Stato annota che «non appaiono sufficientemente chiari gli obiettivi delle modifiche previste, né sembrano adeguatamente definite le modalità attraverso le quali potranno essere raggiunti». In sostanza, non avete specificato «se l’obiettivo prioritario sia quello della riduzione dei costi della misura, o quello di una maggiore flessibilità dell’offerta di ingresso libero, oppure quello di assicurare la migliore gestione del flusso degli utenti anche a tutela dei beni culturali».
Segue la stoccata: «Pertanto, posto che il regolamento ministeriale deve indicare in modo sufficientemente chiaro le scelte operate e le modalità di raggiungimento dei relativi obiettivi, si invita l’amministrazione ad esplicitare nelle relazioni di accompagnamento al decreto e nella scheda tali profili». Quindi la prima versione del decreto è da cancellare.
IGNORATA LA LEALE COLLABORAZIONE CON GLI ENTI LOCALI. Non solo le otto giornate. I direttori devono integrare i musei locali con la regolamentazione nazionale. Nobile intento. Se non fosse che il decreto brilla per l'assenza totale «degli enti locali spesso anch'essi titolari di musei e istituti di fruizione pubblica».


Decisamente duro il CdS nel definire la mancanza non disattenzione ma rifiuto del Mibac di «leale collaborazione nella promozione dei beni culturali insistenti sul territorio. Senza sottacere che anche la scelta dei giorni o delle fasce orarie dovrebbe tenere conto della realtà delle situazioni locali (ad esempio feste patronali, manifestazioni particolari etc.) come anche dell’andamento dei flussi turistici e di eventuali problematiche logistiche (orari di punta, flussi di traffico, concomitanza con fiere e mercati etc.) dati tutti a conoscenza degli enti locali».
I soldi infine. Nemmeno questi si prestano a un giudizio. Perché il Mibac, annota il CdS, «ha fornito delle tabelle da cui emergerebbero “maggiori introiti” (rectius minori costi) a seguito dell’introduzione delle modifiche proposte per un ammontare di euro 5.353.930,26». Peccato che manchino «elementi esplicativi».
Per questi motivi, il Consiglio di Stato «sospende l’espressione del parere in attesa che l’amministrazione fornisca gli elementi e i chiarimenti» richiesti. Insomma, se lo sarà ancora, il ministro torni alla prossima sessione d'esame.