Quando Ettore Scola diceva: "Sordi adesso appartiene al Mondo"

Il Direttore del Giornale dello Spettacolo prosegue nel pubblicare una serie di interviste a grandi protagonisti della Storia del Cinema.

Ettore Scola, Max Von Sydow e Marco Spagnoli al Bifest di Felice Laudadio

Ettore Scola, Max Von Sydow e Marco Spagnoli al Bifest di Felice Laudadio

Il giorno dei funerali di Alberto Sordi nel 2003, ebbi modo di intervistare Ettore Scola per un libro che sarebbe uscito di lì a poco sul grande attore romano. Ancora non sapevo che qualche anno dopo l'avrei coinvolto nei miei documentari su Giovanna Cau (Diversamente Giovane) e su Enrico Lucherini (Ne ho fatte di tutti i colori), né che avrei avuto l'onore di trascorrere con lui molti giorni insieme per il Bifest di Felice Laudadio. Penso che la sua lucidità, la sua modestia, il suo umorismo e la sua intelligenza siano stati un dono prezioso per tutti noi. 


 


L’appuntamento ha qualcosa di involontariamente allegorico: il bar Rosati di Piazza del Popolo oltre ad essere stato per anni parte integrante del salotto buono degli intellettuali della capitale, dista pochi passi da alcuni luoghi assai significativi per la carriera e la vita di Alberto Sordi. Intorno a mezzogiorno, la piazza diventa, infatti, l’epicentro di un’attività frenetica e angosciante (quella che proprio Sordi negli ultimi anni della sua vita aveva aborrito in più di un’occasione pubblica) che, però, nonostante lo sforzo non riesce a cancellare del tutto l’eco dei fantasmi che sopravvivono silenziosi tra le fontane e le colonne. Certo non gli ultimi o i più famosi degli oltre duemila anni di storia della città, eppure – di sicuro – più gentili di tanti altri. Forse questi fantasmi preferiscono passeggiare nella piazza all’alba, quando l’unico rumore rischiarato dalla luce del crepuscolo è quello delle fontane poco distanti. Del resto basta guardare da un lato all’altro lato della Piazza, verso il bar concorrente Canova e cercare di scorgere una volta ancora la figura di Federico Fellini che – negli ultimi anni – trascorreva ore e ore seduto ad un tavolino come un Nume tutelare impossibilitato a fare il suo lavoro dalle circostanze e dal tempo ormai trascorso in cui "il mercato" aveva preso il sopravvento sull'Arte. Pochi passi più in là c’è Via Margutta che al di là dei ricordi in bianco e nero suscitati da “Il segno del Comando” serie televisiva con Ugo Pagliai, è stato il quartier generale di Sordi e Fellini in un’era in cui incontrare per la strada questi giovanotti sconosciuti non avrebbe destato alcuna particolare impressione. Tornando verso la piazza, poi, in via del Babuino c’è l’Hotel de Russie, per oltre cinquanta anni sede della Radio della Rai in cui sono nati i personaggi del Conte Claro e di Mario Pio. Chissà se Sordi, come José Ferrer – Toulouse Lautrec nel finale del “Moulin Rouge” del 1952 diretto da John Huston ha visto negli ultimi momenti della sua vita improvvisamente popolarsi la stanza delle sue creature: sarebbe interessante immaginare l’artista circondato dai suoi e dai nostri amici. Tutti là da Guglielmo il dentone al compagnuccio della parrocchietta, dal Maestro di Vigevano al Diavolo, dal Vigile al Mafioso, da l’eroe della Grande Guerra fino all’indistruttibile ed impermeabile Nando Moriconi, quello che “è stato rovinato dalla guera”. Personaggi che apparterranno al suo pubblico per sempre e che nonostante il chiasso, il traffico e il degrado di cui sono vittima anche i grandi registi bloccati nel traffico, non potranno mai essere messi a tacere.


Il giorno dopo i funerali di Alberto Sordi a Piazza San Giovanni, Ettore Scola parla dell’uomo, dell’attore e dell’amico con un coraggio ed una forza d’animo che – nonostante tutti gli sforzi – non siamo capaci di non invidiare.
Sordi adesso appartiene al mondo...


Sì, l’aria ai funerali era quella di un lutto privato di ognuno. Non sembrava di stare assistendo alla celebrazione di un lutto pubblico.
Un caso più unico che raro...
Non era accaduto con altri grandi amici della gente come Gassman, Mastroianni, Anna Magnani o Claudio Villa. C’è quindi da chiedersi perché Sordi sia stato a tal punto vicino alle persone e come abbia fatto a diventare parte di tutti quanti. Un dato ancor più sorprendente se si pensa che lui non ha mai fatto nulla per piacere. E’ vero, si divertiva, ma era soprattutto un disturbatore ed un dissacratore. Sordi è andato sempre contro i luoghi comuni, contro le convenienze. Il pubblico non è mai stato “ricattato” dalla sua simpatia e dalla sua bontà. Credo piuttosto che sia stato ammaliato e colpito dalla sua grandezza come attore e come uomo.


Un elemento straordinario, soprattutto se si pensa che la maggior parte dei film di Sordi sono amari e tutt’altro che “rassicuranti”. Come spiega il successo legato a questo difetto di “buonismo”?  


Tutti i suoi film, anche quelli meno riusciti, sono ritratti straziati e laceranti di certi aspetti dell’uomo.
Qual è la definizione di Sordi data in questi giorni che più la disturba?


Quella secondo cui avrebbe rappresentato l’“italiano medio”. Lo trovo sbagliato. Sordi non ha nulla di medio e non ha mai fatto nulla che possa assomigliare alla normalità. Non so da dove arrivi questa idea, ma mi domando come si possa parlare di “italiano medio” mettendolo in relazione con Sordi e tantomeno con Fellini. Forse Pupi Avati e Gabriele Muccino hanno ritratto ambienti familiari e classi sociali in cui si trovano degli italiani medi. In Sordi tutto questo non c’è. Sordi non è un ritrattista, bensì un inventore di personaggi  in cui riecheggiano Roma, i difetti nazionali, la furbizia, la pigrizia, il pressappochismo.


Lei è l’unico autore e amico di Sordi che l’ha seguito in media diversi, dalla radio al cinema e – soprattutto – l’unico che ha scritto per e con lui, in un’epoca dove era raro che il regista fosse anche sceneggiatore…


Ho conosciuto Sordi nel 1950. Essere amici per più di mezzo secolo ci ha aiutato a lavorare insieme in un certo modo. Non era un attore facile, non era molto amato dai registi, proprio perché era uno che voleva sempre sapere e capire quello che accadeva al suo personaggio. Voleva entrare dentro il suo ruolo, metabolizzando tutto e cercando così di restituire un’immagine molto personale e meditata del suo personaggio. Molti registi mi hanno detto: “Ho lavorato malissimo con Alberto Sordi”. Io no: ho lavorato benissimo con Alberto, forse, perché ci conoscevamo e ci intendevamo, ma soprattutto perché si fidava e non chiedeva spiegazioni.


Sordi sapeva dove volevo condurlo, sapeva che non intendevo “fregarlo” per ottenere cose che non facevano parte della sua natura o che potevano convenire più a me in quanto regista che a lui come attore. Non ho mai insistito. Proprio perché sono nato con lui alla radio prima ancora addirittura di pensare di arrivare a fare il cinema.
Come vi siete conosciuti?


All’epoca ero collaboratore e – in seguito – redattore del giornale umoristico “Marco Aurelio”. Quando sono arrivato alla Radio ho incominciato a lavorare prima ad “Oplà” con Corrado e Riccardo Mantoni, poi, a “Rosso e Nero” e “Punto interrogativo”. Non esistendo la televisione e nemmeno il cabaret, tutto confluiva alla radio dove Sordi aveva già una sua identità ben precisa. Era noto perché aveva già fatto “I compagnucci della parrochietta” e “il Signor Dice”. Vittorio Veltroni che era un funzionario – autore della Radio, ci fece lavorare insieme dando mezz’ora ad Alberto per una trasmissione intitolata “Il teatrino di Alberto Sordi”. Un’opportunità che nessun altro attore aveva mai avuto prima. Fu Veltroni a presentarci. Eravamo entrambi giovanissimi. Lui aveva trenta anni e io venti.


In quegli anni sono nati personaggi come il Conte Claro e Mario Pio che – a differenza di tanti altri -  erano cattivi e – come si sarebbe detto in seguito – politicamente scorretti…


Beh, quella era proprio una matrice “marcaureliana”: il Marco Aurelio era un giornale satirico più penetrante di altri come “Il travaso”. Avevamo l’abitudine ad osservare l’attualità e a sfotterla. Il difetto della testata, però, era quello di un certo qualunquismo. Si sfotteva dovunque senza grande distinzione. All’epoca sia io che Sordi eravamo rimasti colpiti da una trasmissione radiofonica fondata sul patetico e che – mi sembra – fosse intitolata “Sorella Radio”. C’era una certa Maria Grazia Spaziani che conduceva una rubrica del tipo “telefonate a Maria Pia” in cui si riversavano casi lacrimevoli cui veniva sempre fornito un consiglio patetico. Noi inventammo così Mario Pio e le sue finte telefonate degli ascoltatori. 
E la 'Maria Pia originale' stette allo scherzo?


No no, anzi. Si disturbò moltissimo. Anche perché le trasmissioni andavano quasi in contemporanea. Una vera con il cuore in mano, con telefonate reali e strazianti; un’altra finta con un imbecille al telefono che rispondeva alle finte telefonate di altri attori come Gianni Agus. 
E il conte Claro?


Lui era stato ispirato dalla Contessa Clara e dalle tante rubriche di posta che in quegli anni impazzavano nei rotocalchi. Soltanto che il Conte Claro era un affamato, un poveretto, un disgraziato. Da ogni caso, da ogni lettera voleva ottenere un tornaconto anche minimo: farsi pagare un caffè, un panino…almeno un supplì.


Dopo tanto successo alla Radio arriva il cinema con lei che presiede alla sceneggiatura di “Due notti con Cleopatra” primo ed unico incontro da protagonisti di Sordi con Sophia Loren…


Tutto era abbastanza improbabile: io ho lavorato in seguito con entrambi separatamente. Devo dire che a noi la toga c’ha sempre fatto ridere. La commedia faceva un po’ di tenerezza, perché era molto semplice ed elementare. Lì tutto era giocato sull’eterno doppio. Sordi faceva il legionario romano sprovvisto di tutto, costruito sull’immagine consolidata del compagnuccio della parrocchietta.  
Vi divertivate a prendere in giro i kolossal americani...


Limitiamoci a dire che a noi la tunichetta con le gambette storte e nude sotto ci ha sempre fatto ridere. Così come i calzari e le corone d’alloro. Sia sui giornali umoristici che alla radio e al cinema non abbiamo mai preso troppo sul serio questi elementi propri della nostra antichità, tenuti, invece, in enorme considerazione dal cinema americano di quegli anni con pellicole come “Quo vadis?”, “Ben Hur” e “Cleopatra”.  Noi, invece, quando li abbiamo affrontati, abbiamo sempre dimostrato di crederci poco…


Dopo un periodo di separazione artistica vi siete ritrovati alla fine degli anni Sessanta per “Riusciranno i nostri eroi…”. Che tipo di esperienza è stata?


Quello fu un attestato di amicizia nei miei confronti. Alberto per nessun’altra persona al mondo sarebbe andato per due mesi in Africa e – poi – in una zona difficile come l’Angola che non era certo il Kenya. Avevo girato per un paio di mesi nel continente per cercare una regione opportuna e scomoda.
E' stato facile lavorare lì?


Tutt’altro! Non c’erano alberghi e vivevamo accampati. Ogni mattina quando ci svegliavamo la prima cosa che mi diceva era: “Ahò, ma ‘ndo m’hai portato?”. Mi rimproverava parecchio e poi scherzava dicendo: “Ma non lo potevamo fa’ a Fiumicino?” Gli piaceva molto il copione, ma dubito che l’avrebbe girato con qualche altro regista. Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa 


E’ la ricerca di qualcuno che non si vuole far trovare nell’attesa, peraltro, di ritrovare se stessi. Al personaggio di Sordi di trovare il cognato non gliene poteva fregare di meno. Quando sente che è “raggiungibile”, quasi si arrabbia…


Come è riuscito a gestire gli ego diversi di attori come Sordi e Manfredi che – in seguito  nel corso degli anni - si sono tirati più di una frecciata…


Tutto si basa sulla conoscenza. Molti film non convincono, perché ti accorgi che qualcosa non funziona nel rapporto del regista con gli attori. Io conoscendo bene questi interpreti, credo di avere avuto sempre una grande facilità a lavorare con loro, così come loro l’hanno avuta nel lavorare con me.
Qual è il trucco?


Ogni attore ha un proprio specifico. Nella macchina film tu puoi spingere il pedale giusto al momento opportuno. Oppure farlo in modo e momento sbagliati rovinando tutto. Quando hai due attori come Sordi e Manfredi sullo schermo insieme sai che non devono essere “diversi” da come sono di solito. Non è che io li prendessi da parte, dicendo a Sordi: “Guarda che c’è Manfredi con te. Devi essere diverso e fare così e così.” E viceversa. No. Anzi, Ognuno doveva rimanere se stesso con le proprie capacità e con i propri strumenti comici, perché il divertimento nasce proprio da queste diversità. Altrimenti non si fa altro che trasformare degli attori protagonisti in spalle. Tutto diventa meno interessante.   Nel 1964 mi trovavo a Buenos Aires con Dino Risi e Vittorio Gassman. Scrivevo la sceneggiatura de “Il gaucho” giorno per giorno mentre loro giravano. Mentre ci trovavamo lì in Argentina, era in tournée “Rugantino”. Così ho detto a Risi: “Perché non ci inventiamo una scena tra Gassman e Manfredi?”. Anche lì è una sequenza riuscitissima tra due italiani all’estero che non vogliono confessarsi di essere dei falliti. In qualche maniera è diventata la seuqneza migliore del film proprio perché trova il suo rilievo grazie alle differenti potenzialità che avevano sia Vittorio Gassman che Nino Manfredi.  La scena è costruita proprio sulle differenze tra loro e non sul compromesso.
All'epoca i registi, in genere, non lavoravano sulle sceneggiature: perché?


Per motivi diversi: Steno, ad esempio, faceva così tanti film che non aveva il tempo di seguire anche le sceneggiature; Antonio Pietrangeli – un altro grande regista – assisteva alle riunioni per la sceneggiatura, le leggeva, le rileggeva, diceva la sua. Ricordo che – addirittura – le copiava a macchina, perché voleva così “farle sue” imparandole come un compito a casa. Non è, però, che stava lì a scrivere le scene con noi.


Scrivere per un attore, però, è una cosa che aiuta a costruire l’immagine cinematografica…


Io, Age, Scarpelli e Maccari facevamo proprio questo: studiavamo i caratteri degli attori e dei personaggi. Cercavamo di capire quale scambio poteva esserci tra di essi prima di consegnare al regista la sceneggiatura. Io l’ho fatto sempre anche in seguito. Non saprei mai dirigere una sceneggiatura scritta da qualcun altro. La devo vedere crescere. Per me il lavoro di conoscenza dell’attore è continuato sia come attore che come regista.


Il film successivo “La più bella serata della mia vita” mantiene un tono esistenzialista, anche se le atmosfere subiscono una virata verso il thriller metafisico. L’impressione è che a Sordi lei chiedesse sempre di più, spingendolo al massimo delle sue possibilità artistiche…


Credo che Sordi mi amasse proprio per questo. Tutti gli chiedevano naturalmente di fare dei film in cui si ridesse il più possibile, anche a rischio di qualche ripetizione. Personalmente sono sempre stato convinto che Sordi fosse un attore tragico anche quando era comico. Era una maschera tragica cui affidavo dei personaggi particolari. Certo se facevano ridere, eravamo tutti contenti, però, questo a patto che la materia comica fosse basata su una sostanza tragica, esistenziale. Non basta uno che va in Africa vestito da buffone per fare un film….allora fai “Totò Tartan” che proprio io avevo già fatto. “La serata più bella della mia vita”, quindi, nasce dall’idea di partire da un vuoto esistenziale, da un’insoddisfazione, dalla paura della morte. Paradossalmente era così che la sua comicità faceva ancora più ridere. In quel film è un “piccolo Berlusconi” talmente fiero delle proprie canagliate da esporle ai giudici inorgoglito. E’ un personaggio tragico degno di Shakespeare: un potente, un ricco che è disperato come – mi auguro personalmente – che anche lo stesso Berlusconi sia. E’ un uomo reso inconsolabile da se stesso, dalla personalissima contemplazione dell’abisso. Non pensa certo né alla salvezza dell’anima, né della mente.


Alberto Sordi era l’unico attore al mondo possibile per personaggi del genere che potevano far ridere (come era nostro dovere), ma anche obbligare a riflettere.


Molto lontano dalla rappresentazione dell’uomo medio di cui si parla tanto oggi…


Ma che uomo medio! L’uomo medio qui non c’è. Se l’uomo medio va in Africa fa solo il safari e basta. Sordi rappresentava l’umanità in certe situazioni di disperazione, di dubbi esistenziali, di solitudine, di dubbi teologici e politici.


In seguito Sordi ha incominciato a dirigere se stesso. Forse non è molto elegante chiederlo oggi a poche ore dalla sua morte, ma non le sembra che in alcuni film il Sordi regista non sia all’altezza dell’attore? “Fumo di Londra” è una pellicola interessante, ma alcune opere più recenti degli anni Ottanta e Novanta sono veramente poco riuscite…


Si può dire, ma sa anche questo è un ragionamento con molte sfaccettature. Ad esempio di Totò si dice sempre che non abbia avuto dei grandi registi. Ma Totò è Totò proprio grazie al fatto di non avere avuto dei grandi registi. Se avesse fatto soltanto pellicole come “Viva la libertà” di Roberto Rossellini o “Uccellacci e Uccellini” di Pier Paolo Pasolini, non sarebbe mai diventato quel Totò che tutti conosciamo ed amiamo. Forse è proprio il lavoro di un piccolo artigiano come  Mattoli ad avere consentito alla personalità di Totò di esprimersi in un certo modo. Anche al di sopra delle trame, delle storie, delle vicende che non era – alle volte – neanche necessario mettere. Anche per Sordi è la stessa cosa. Certo, con Monicelli è stato più rigoroso. Con me ha sempre esplorato un sostrato se non filosofico, certamente esistenziale che non gli interessava, peraltro, cercare nei suoi film. Però, anche nei suoi film c’è sempre qualcosa di straordinario: anche nei più brutti e meno riusciti ci sono sempre un paio di sequenze da salvare e da apprezzare fino in fondo. Si tratta di tasselli memorabili della carriera straordinaria di questo grande artista. Anche come regista ha fatto quello che doveva fare.


Qual è il film di Sordi cui lei non ha collaborato e che, invece, le è piaciuto di più?


Non posso rispondere. Ce ne sono tanti. Il bello della nostra amicizia era che “ci piacevamo molto”. E quindi eravamo anche poco critici.


Quello che ha amato di meno?


“Sono un fenomeno paranormale”. Posso dire di averlo quasi del tutto rimosso…


Qualcuno termina unilateralmente la filmografia di Alberto Sordi a “Romanzo di un giovane povero” in cui lei lo ha scelto per un ruolo mefistofelico quasi da personaggio da Patricia Highsmith come il Thomas Ripley de “L’amico americano” e “Il gioco di Ripley”. E’ giusto ignorare “Incontri proibiti”?


Non sono d’accordo. Anche lì ci sono delle scene indimenticabili: il tango che fa lui con la Marini è all’altezza di quello di Jack Lemmon in “A qualcuno piace caldo”. Questo succede anche in letteratura. Basta una sola grande pagina a salvare un intero romanzo. Del resto anche l’ultimo film che abbiamo girato insieme è poco noto, poco visto, poco fortunato e – forse – anche poco riuscito. Anche lì, però, c’era un personaggio di Sordi che si rapportava (da parte sua inconsciamente, da parte mia no) al grande cinema espressionista tedesco. Quel tipo di operazioni si potevano tentare solo con Sordi. Con altri grandi come Manfredi non le avrei tentate, perché sapevo che non mi sarebbe riuscito. Con Alberto ero stimolato a trovare personaggi sempre più difficili per un attore e anche per il pubblico. Se avessimo avuto altro tempo lo avrei spinto ancora in questa direzione.  


Adesso grazie al Dvd potremo rivedere la vostra filmografia con la qualità audio, video migliore, il formato giusto, e con extra che vadano in fondo fino alla nascita del film e alla sua lavorazione.
Che tipo di lavoro si potrebbe fare?


Certo sarebbe stato meglio pensarci prima quando Sordi era ancora in vita. Sia perché era un affabulatore e un raccontatore che io non sono. Con lui ogni Dvd sarebbe stato un capolavoro. Forse, molto più bella del film fatto. Una cosa che mi ha sempre colpito era ascoltare i racconti della nostra esperienza in Africa vista da lui. C’ero anche io, ma lui aveva molte ore libere, mentre io preparavo le riprese. E’ stato un reporter molto efficace di quella lavorazione. Certo si potrebbero recuperare delle scene eliminate anche se non credo esistano ancora. Ogni volta che si fa il primo montaggio di un film questo dura due ore e mezza, due ore e quaranta. Poi pian piano si lima fino ad arrivare alla durata prefissata che in genere è al di sotto delle due ore.


In più io avevo un secondo film di Sordi con i bambini neri, a confronto con la vita nelle capanne, Sordi e gli animali. Naturalmente non l’ho montato, perché avevo una vicenda da portare avanti.


Quale scena le sembrerebbe la più notevole per gli extra di un Dvd?


Quella dell’ammazzamento di un bue. Il popolo in mezzo al quale ci trovavamo viveva secondo la credenza che non si possa mangiare nulla contaminato dal sangue. Il loro metodo di macellazione ha dunque qualcosa di rituale, perché tre o quattro uomini affrontano l’animale senza armi e a mani nude, cercando di torcergli la testa e non versando così neppure una goccia di sangue. E’così che l’animale moriva.


Io avevo realizzato una ripresa di tale avvenimento in tempo reale con Sordi che cercava di dissuadere senza peraltro riuscirci gli indigeni dall’impresa.


Questi materiali esistono ancora?


Temo di no, perché nel giro di un anno sia la Technicolor che Cinecittà li dovevano eliminare per problemi di spazio. Si trattava di spasi fisici limitati.  All’epoca non esisteva ancora “l’elettronico”.


Negli stessi anni in cui lei era Ministro Ombra del PCI, Alberto Sordi ospitava nel suo taxi cinematografico un notabile democristiano come Giulio Andreotti. Come lo spiega?


La grandezza di Alberto Sordi era proprio questa: tutto era reso compatibile da lui e dal suo spirito. Più di tutti noi, Sordi aveva un grado di follia decisamente maggiore della media. Era imprevedibile. Stare con lui in situazioni ufficiali era perfino imbarazzante. Una volta è capitato che si è alzato facendo una tiratissima arringa in difesa degli alpini non sollecitato da nulla e da nessuno. Soltanto, perché aveva adocchiato un paio di generali...


In quali occasioni Sordi era più “pericoloso”?


Tutte. Anche quelle private di ricevimenti e feste. Era imbarazzante perché Sordi era un pazzo ed un provocatore.


Come si concilia l’immagine del provocatore con quella del conservatore?


Certo, aveva una base cattolica e conservatrice. Quella era la sua cultura. Aveva un grande intuito e sebbene fosse di area democristiana (anche se in pubblico non ha mai parlato di partiti) diceva sempre le cose come stavano. Odiava profondamente i ladri e i “birbaccioni” e più volte – con largo anticipo – mi ha parlato male di personaggi in seguito coinvolti nel ciclone di Tangentopoli. Sordi pur essendo contro la Sinistra e i comunisti, riconosceva loro qualche merito.


C’è un episodio in particolare che ricorda?


Una volta – dopo averlo a lungo pregato – sono riuscito a trascinarlo alla mia sezione del PCI al quartiere Salario. I compagni erano entusiasti della visita e gli hanno fatto un sacco di feste. Quando siamo andati via, mentre lo riaccompagnavo a casa in macchina mi diceva: “So’ proprio gagliardi ‘sti compagni tua. Non credevo mica. ” Con Sordi la politica era meno importante del piano umano e del suo intuito naturale nei confronti della qualità intrinseca delle persone.


Cosa era accaduto alle sue idee dopo la fine della DC?


Sordi si era trovato più volte d’accordo con molti noti esponenti democristiani del passato. So che non amava affatto Forza Italia. Non gli piacevano le persone di questo partito.


E la Lega? Cosa pensa dei commenti di Speroni e Bossi su “Sordi attore locale”?


Si tratta di sciocchezze. Sordi al Nord era adorato. Quando andavamo a Milano e a Venezia lo trattavano come se si trovasse a Roma. Questi della Lega sono accecati dal loro desiderio di centralismo padano al punto da rendersi provinciali al massimo grado. Solo dei provinciali possono dire che un attore come Sordi è “locale”.


Un altro lato oscuro riguarda il suo rapporto con le donne. Soprattutto negli anni Cinquanta Sordi era stato un bell’uomo fascinoso…


Sordi era buffo e goffo anche con le donne. O meglio “si truccava” da goffo…


In che senso?


Sordi aveva un successo enorme. Piaceva a tutte. Agli occhi di chi lo guardava come amico sembrava goffo, mentre le donne restavano affascinate dalla sua simpatia e dalla sua grande disponibilità. Sordi le faceva sentire importanti e centrali nella sua vita di quel momento. Si permetteva di farsi degli strani ciuffi di capelli, di vestire in maniera un po’eccentrica…


La leggenda narra che Sordi avesse una mini garçonniere in casa di Piccioni e che lì portasse le sue donne e non a casa per non “disturbare” le sorelle…


Appunto: è solo una leggenda.


Perché non si è mai sposato?


Non ne aveva bisogno. La pace del focolare ce l’aveva con le sorelle. Del resto Sordi non aveva vita privata, né – tantomeno – tempo libero. Sordi lavorava e basta, pensava solo al lavoro e al cinema. La sua vacanza era il lavoro. Mentre stavamo finendo un film già pensava ad un altro. Ricordo che una volta è andato in Brasile e dopo tre giorni mi ha chiamato dicendo: “Aò, qua me sto a fa du’ palle! Stavo pensando che se potrebbe fa’ un film su una certa situazione che ho visto…”


L’elenco dei premi ricevuti da Sordi è lunghissimo. Cosa ne faceva?


Li aveva tutti a casa conservati con grande cura e accanto alla sua poltrona preferita (dove negli ultimi tempi stava purtroppo più a lungo del solito) metteva quelli più prestigiosi. Aveva gli scaffali pieni di premi e riconoscimenti e venivano tenuti in ordine dalla sorella e dalle cameriere con grande zelo. Inoltre aveva una geometria tutta su che seguiva le forme e le dimensioni di ciascun premio: i David di Donatello di qua, le grolle di là, i nastri d’argento su, il Golden Globe giù. Era una sorte di grande altare con centinaia di oggetti.


Vi siete visti spesso negli ultimi tempi?


No, ci sentivamo soprattutto telefonicamente quasi tutti i giorni. Lui non amava farsi vedere in decadenza. Mi diceva di avere i reumatismi, ma naturalmente c’era qualcosa di più, visto che non ce la faceva neppure a stare in piedi. Volevo coinvolgerlo nel mio ultimo lavoro “Giornalino romano”. Io l’ho aspettato anche fermando le riprese, ma lui mi ripeteva che fino a quando faceva freddo non sarebbe uscito. Mi ero offerto di andare a casa sua. In un primo momento lui ha accettato, poi, mi ha richiamato dicendo che sarebbe stato, forse, meglio aspettare la bella stagione così avremmo fatto questa ripresa all’esterno di casa sua. Non c’è stato il tempo…


Qualche rimpianto?


No, perché in occasione di una retrospettiva tenutasi all’Ambra Jovinelli di recente, lo avevano convinto a girare un video che sarebbe stato meglio non girare, né fare vedere per quanto Sordi era affaticato e decaduto. Io insistevo più che altro per tenerlo su e mantenerlo interessato, ma in realtà non avevo gran voglia di avere un’immagine sua così decaduta nel mio film. Piuttosto che vederlo così, avrei preferito rivedere per la milionesima volta Nando Moriconi nella scena di “Maccarone tu m’hai provocato e io me te magno!”.


Lei ha lavorato con tanti grandi interpreti che purtroppo non ci sono più…


Sono morti tutti…


E’ quasi una “strage”…


Ma mica penserà che sono io a portare  jella…è l’anagrafe!


Almeno queste persone sono state fortunate ad avere un amico come lei che ha contribuito a renderli “immortali”. Da Massimo Troisi a Jack Lemmon, da Marcello Mastroianni a Vittorio Gassman, da Bernard Blier a Alberto Sordi, cosa prova quando pensa a questi giganti?


Non sono particolarmente triste quando uno dei miei amici muore, ovviamente se questo accade per cause naturali e non accidentali. Non mi fanno una grande tristezza questi congedi naturali, perché non credo che – alla fine – cambino qualcosa. Il nostro è uno strano mestiere in cui le eredità sono visibili. I ricordi, le risate, la vita insieme è qualcosa che nessuno ti può togliere. Ovviamente il dispiacere sta nel non potere accumulare altri di questi tesori. Accettare tutto questo fa parte del vivere e del sopravvivere. E’ agrodolce come la primavera romana.


Cosa le mancherà di più di Alberto Sordi a livello quotidiano?


Il buonumore. Non ho mai conosciuto nessun altro che abbia avuto un costante buonumore come Alberto Sordi. Alle volte sentivo squillare il telefono: non facevo in tempo a sollevare la cornetta che dall’altra parte sentivo la sua inconfondibile risata. Sordi era pieno di gioia interna che trasmetteva in ogni cosa che diceva. Mi chiamava anche per dirmi: “Hai letto il giornale, hai visto quello? Ma li mortacci sua!” Poi rideva con tutto il suo spirito, perché era convinto in una continuità del senso della vita che andava ben oltre gli eventi della stessa esistenza. Tutto questo mi mancherà.


Tornando ai funerali di Sordi, crede che lui si sarebbe aspettato un evento simile ed un tale bagno di folla?


No, assolutamente. Sordi era umile. Non era mai stato presuntuoso, né arrogante. Quello che è accaduto in questi giorni è per tutti noi un segno. L’ultima volta era successo con Berlinguer. Come la gente vent’anni fa gridava “Enrico!” con le lacrime agli occhi, oggi chiamava “Alberto!”. La cosa che mi ha più colpito è stata che le persone non hanno partecipato ai funerali di Alberto Sordi, ma si sono piuttosto identificati nell’evento. Da San Giovanni tutti quanti si sono portati un pezzo personale di Sordi. Non esiste più un Sordi unico, ma tanti Sordi privati.

Alberto Sordi appartiene a Roma e al mondo.

Alberto Sordi è di tutti.