Flavio Caroli: «Erdogan teme la coesistenza di religioni in Santa Sofia»

Lo storico dell’arte: «Colpire le immagini è una storia antica». E sulla chiesa-moschea domanda:«Cosa faranno delle immagini cristiane? Se le cancellassero sarebbe un atto di barbarie»

Santa Sofia a Istanbul. Fonte Wikipedia

Santa Sofia a Istanbul. Fonte Wikipedia

redazione 10 luglio 2020Culture
di Stefano Miliani

«Santa Sofia era interessante e bella anche per la coesistenza di più culture e religioni. Dal suo punto di vista Erdogan può avere anche ragione, però quella coesistenza evidentemente fa paura a chi non vuole coesistere e vuole una dittatura. È una vecchia storia dell’umanità, non per niente l’iconoclastia si è manifestata anche all’inizio del Protestantesimo e durante la Rivoluzione francese».

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Chi riflette sull’ulteriore colpo di piccone alla laicizzazione del Paese realizzata dal fondatore della repubblica turca e suo primo presidente Mustafa Kemal Atatürk, che nel 1935 trasformò la moschea in un museo, è Flavio Caroli. Anno di nascita 1945, tra i più noti storici dell’arte, è accademico a suo agio tanto negli studi approfonditi come nella divulgazione sui quotidiani o come eccellente affabulatore in tv (per esempio da Fabio Fazio). Caroli conosce bene la basilica fondata del VI secolo. Tra i suoi numerosi studi ha firmato il saggio Arte d’Oriente. Arte d’Occidente. Per una storia delle immagini nell’era della globalità (Mondadori, Electa, 2006). Santa Sofia, giusto per ricordarlo, fu cattedrale greco-cattolica e poi ortodossa dal 537 al 1453, dal 1204 al 1261 fu chiesa cattolica, dal 1543 al 1931 moschea ottomana per venire sconsacrata e trasformata in museo da Atatürk appunto nel 1935. Una storia finisce.

Professore, come valuta quanto ha voluto Erdogan su Santa Sofia?
La mia valutazione è che, dal suo punto di vista, può aver ragione. Però a tutti noi dispiace perché, diventata museo, non più chiesa, Santa Sofia era un luogo di coesistenza delle culture e delle religioni. In un contesto islamico in cui si viene svegliati alle cinque di mattina dalla chiamata del muezzin, era bello che ci fosse una chiesa cristiano-bizantina. Ed era bello proprio per quella coesistenza. Rimaneva un monumento impagabile e unico per studiare fasi come il conflitto all’interno del cristianesimo fra gli iconoclasti e gli iconoduli, cioè coloro che per gli iconoclasti erano servi delle immagini. Furono 130 anni di guerre terribili: la pena per chi aveva una Madonnina era l’accecamento, non andavano tanto per il sottile. Poi vinse il partito iconodulo: ammette che è possibile fare le immagini però quelle di tipo orientale. Parliamo dell’VIII-IX secolo. Nell’XI secolo Santa Sofia diventerà ortodossa e lì sono le radici dell’ortodossia. È il modello della cattedrale di Cefalù. Ricordiamo che la figurazione occidentale e quella orientale, che diventerà ortodossa, restano diverse: la prima è narrativa, l’altra è rivelativa. Significa che se c’è San Paolo vuol dire che San Paolo è uno schermo tra chi guarda e il santo che siede in Paradiso. Da lì nasce la tradizione delle icone che da Bisanzio passa a Mosca. Nel 1453 l’Islam prende Bisanzio e come prima cosa va a pregare all’interno di Santa Sofia: entra la tradizione islamica con il suo bagaglio di iconoclastia fino al ‘900 quando, con un atto illuminato, viene resa un museo.

Anche Erdogan usa la religione usata a scopo politico, vero?
Sì. Tra l’altro anche l’abbattere le statue cui assistiamo in questo periodo è una storia antichissima. La tradizione di colpire le sculture del regime precedente comincia almeno con i sumeri: quando non potevano abbatterle rompevano il naso alle statue perché significava rompere l’autorità precedente. Un libro che ho introdotto di Viviano Domenici (Contro la bellezza. La sfida per salvare i tesori dell'arte dalla furia dell’ISIS. Sperling & Kupfer, 2015, ndr) affronta il tema dell’iconoclastia: appartiene alla natura dell’uomo. Però adesso mi viene una domanda.

Quale?
Cosa fanno delle immagini cristiane all’interno di Santa Sofia? Se le cancellassero sarebbe un atto di barbarie.