Tomaso Montanari: “Con due giorni di spese militari pagheremmo l’ingresso gratis nei musei”

Lo storico dell’arte ha proposto “dieci idee per rilanciare i beni culturali”. “Basta schiavismo”. Sulla sinistra: “La vedo nelle associazioni e nelle strade, non in Parlamento”

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari

redazione 29 maggio 2020Culture
di Chiara Zanini

Tomaso Montanari (nato a Firenze nel 1971), insegna storia dell’arte e istituzioni e gestione dei beni culturali all’Università per stranieri di Siena. È “normalista”, ovvero laureato alla Scuola Normale di Pisa. Autore di numerosi saggi, eccellente divulgatore anche in televisione, già presidente di Libertà e Giustizia, come ricorda il suo profilo dell’ateneo “ha vinto il Premio Giorgio Bassani di Italia Nostra per il giornalismo in difesa del patrimonio culturale. Ha ricevuto dal Presidente della Repubblica l'onorificenza di Commendatore «per il suo impegno a difesa del nostro patrimonio». Scrive sul «Fatto Quotidiano» e sul «Venerdì di Repubblica»”. Ha proposto sul Fatto dieci idee per rilanciare i beni culturali. Lo abbiamo intervistato.

Professore, la prima sua proposta è di smetterla con le esternalizzazioni.
La prima urgenza è ricostruire un lavoro culturale che sia dignitoso, mentre ora questo si regga sullo schiavismo. In questo momento il sindaco di Firenze non riapre o musei comunali, usandoli come materia di ricatto, come ostaggio contro il governo centrale perché ripieni il buco lasciato dall’assenza della tassa di soggiorno. Il che denuncia che Firenze stava vivendo al di sopra delle sue possibilità, usando una bolla di turismo distruttivo. Questi musei sono retti da personale stagionale, con part time non volontario. Studenti brillantissimi che escono dall’università o dal dottorato vengono poi schiavizzati come custodi in una macchina che garantisce ai vertici ministeriali stipendi da manager aziendali. È inaccettabile. La prima sfida è re-internalizzare le funzioni che sono dissennatamente state date all’esterno a partire dalla Legge Ronchey (1993, ndr), funzioni cruciali come per esempio la biglietteria, la vigilanza o la didattica e la comunicazione: l’anima stessa dei siti culturali è stata data in appalto a concessionari che gestiscono i lavoratori in modi che non sono quelli propri dello Stato. Un lavoro non dignitoso non potrà mai portare ad una produzione culturale degna.
Lei chiede l’accesso gratuito a tutti i musei statali: è un’idea economicamente sostenibile?
Costerebbe quanto due giorni di spesa militare all’anno. Concetto Marchesi diceva che il presidio non è l’esercito ma la scuola. Il patrimonio culturale è un’altra grande scuola per tutti. Svincolare i musei dalla bigliettazione li renderebbe misurabili soltanto sugli introiti, li sgancerebbe da una logica aziendalista e permetterebbe di misurarli sull’efficacia con la quale trasmettono la conoscenza.
Anche il Louvre è tra i musei che ospitano eventi commerciali e...
Come tanti musei, anche il Louvre si è incamminato sulla strada della privatizzazione. Fa moltissima ricerca, è un modello, però in alcuni ambiti, a partire dal Louvre di Abu Dhabi, ha ceduto ad una cattiva politica: il patrimonio culturale al servizio del mercato. Nel 2012 ad esempio ha sponsorizzato Ahae (che non appariva mai in pubblico ed era in realtà un imprenditore, ndr) che si dilettava di essere fotografo ma non lo era (autoprodusse con una propria società la mostra, ndr).
Lei è contrario a quelle che potremmo chiamare le mostre blockbuster.
Perché non trasmettono conoscenza, si rivolgono a consumatori frettolosi, usano un patrimonio straordinario di tutti per produrre reddito privato. Sono imprese commerciali. Come per i film ci sono mostre di cassetta, mostre-panettone, e mostre paragonabili ai film di Fellini. Queste sono sempre meno. Una mostra inutile è anche dannosa, perché le opere d’arte sono pezzi unici che vengono messi a rischio e consumati per produrre soltanto reddito privato.
Di che tipo di mecenatismo abbiamo bisogno?
Diffuso. I mecenati possono aggiungere qualcosa. Ma non possono sostituire lo Stato. Non dobbiamo consentire a pochi ricchi di prendersi la cultura.
Il Museo Egizio di Torino rischia di chiudere.
È portato come esempio dai fautori della privatizzazione e il ministro Franceschini ha detto in più di un’occasione che tutti i musei avrebbero dovuto conformarsi a quel modello, ma è una fondazione di diritto privato con dei soci che sono gli enti locali e le grandi banche e con le nomine del museo in mano all’oligarchia torinese: il primo presidente è stato Alain Elkann. Con il Coronavirus si scopre che si regge sui biglietti. Ora sono a rischio sia i lavoratori, sia le collezioni. Lo Stato non dovrebbe ricomprarlo, perché le collezioni sono ancora dello Stato, sono pubbliche. Dovrebbe pagare i costi per salvare le collezioni e anche i dipendenti. Ma non avrebbe senso mantenere il modello della fondazione privata: pensare che decida l’oligarchia torinese con i soldi delle tasse del contribuente operaio pugliese mi sembra eccessivo. È un modello fallito.
Esclude del tutto che un privato si possa occupare di un museo meglio di quanto può fare lo Stato?
Se ne parla ma non ne vedo. Il Museo Ginori (a Sesto Fiorentino, ndr) è fallito (il gruppo Kering ha acquisito il ramo produttivo d’azienda e il marchio Richard-Ginori, mentre il Museo è stato acquistato dalla mano pubblica anche su impulso di Montanari, clicca qui per la notizia, ndr) : questo la dice lunga sul rapporto tra moda e cultura. E alla fine nessun privato è stato disposto a tirare fuori un milione di euro, ha dovuto comprarlo lo Stato. Anche l’Egizio dovrà salvarlo lo Stato. E l’Archivio fotografico Alinari stava per finire sul mercato e l’ha comprato la Regione Toscana. Dove sono questi privati che si farebbero carico del patrimonio?! Vedo solo sciacalli che spolpano gli introti che potrebbero andare allo Stato.
Ha criticato l’uso social delle collezioni dei musei durante la quarantena...
Imbarazzante il profilo Tik Tok degli Uffizi in cui Federico di Montefeltro veniva chiamato Fernando. Nemmeno uno studente delle superiori sarebbe così pasticcione. Manca la consapevolezza che essere popolari significa distribuire conoscenza, e non fare gli sciocchi. E lo dico avendo fatto per il servizio pubblico una divulgazione che spero di qualità, vista da centinaia di migliaia di persone. Non mi si dica che sono uno storico dell’arte radical chic che parla solo ai suoi simili. Sono nella mia generazione quello che ha provato di più a parlare a tutti, nel senso di condividere la conoscenza, e non intrattenere dei clienti da tenere in uno stato di minorità intellettuale.
“La scuola, e non il mercato del turismo, deve essere la prima destinataria e interlocutrice di ogni politica del patrimonio”, ha scritto. Ma in questo momento, mancando i turisti stranieri, i Comuni non dispongono nemmeno dell’entrata della tassa di soggiorno…
Per un po’ i turisti non verranno, e se verranno non sarà come prima. Le scuole, a causa della dissennata politica dell’edilizia scolastica, non hanno spazio dove mettere i ragazzi. Fare scuola nei musei in questo momento vorrebbe dire legare da fedeltà queste generazioni a questi spazi straordinari. Durante la guerra negli spazi museali, in certi casi, ci sono stati i rifugiati. Mi pare un’idea così elementare, e il fatto che ministri e deputati non l’abbiano nemmeno ventilata fa capire in che mani siamo.
Sul Corriere della sera prosegue il dibattito su un fondo per la cultura. Cosa ne pensa?
Dibattito surreale, oscuro, senza dettagli. Si capisce che i privati vogliono soldi dallo Stato: coloro che partecipano sono in parte coloro che fanno soldi alle spalle del patrimonio culturale privatizzando gli utili e socializzando le perdite.
È capitato che si chiedesse di lavorare gratis per dei musei e lo stesso Mibact ha chiesto lavoro gratuito: il caso più recente è quello di un’open call fotografica. In molti casi, poi, alcune mansioni vengono affidate a volontari.
Lavoro gratuito e volontariato sono una piaga. Penso all’enorme retorica sul FAI e le Giornate di Primavera (manifestazione che si ripete tutti gli anni dal 1993, ndr). Il FAI si basa sul volontariato, non fa ricerca, non produce cultura originale e fa passare l’idea che la storia dell’arte sia il gingillo delle classi agiate. Il lavoro gratuito è il primo problema del patrimonio culturale.
La Certosa di Trisulti diventa patrimonio dell’estrema destra che vuole farci la scuola politica di Steve Bannon: il Tar gli ha dato ragione contro il Mibact che a sua volta ricorrerà contro la decisione del tribunale (clicca qui per la notizia) ...
Con un bando al miglior offerente Franceschini glielo dette. Se il patrimonio culturale si mette in vendita a chi paga di più, le grandi lobby se lo prendono. Avrebbe potuto prenderlo qualsiasi organizzazione legata all’Isis, se in modo occulto. Il patrimonio culturale non deve andare sul mercato, altrimenti la sua destinazione finale è incontrollabile.
Su Repubblica lei aveva parlato delle critiche al ministro Franceschini rispetto alla scelta di nominare nel 2015 come direttori alcuni storici dell’arte stranieri e aveva scritto: “Il problema non sono gli stranieri: ma semmai gli estranei”. Qual è il suo bilancio?
La maggioranza sono state scelte deteriori, hanno fatto molto male. Nessun vero direttore fece domanda per quella tornata. Gli attuali direttori erano prima direttori di piccole sezioni di musei secondari. Nessuno di loro pensava di arrivare dov’è arrivato. Sono legati come supplici, come clientes, ai piedi del patrono che è il ministro che li ha miracolati. Molti dei sostenitori della privatizzazione e di questi direttori, peraltro, in privato dicono che siamo di fronte ad un personale imbarazzante.
Cosa ne pensa della proposta dell’associazione “Mi Riconosci” di un Sistema Culturale Nazionale? (clicca qui per una indagine dell'associazione).
Molto interessante, concreta e credo ci si debba ragionare. Non c’è dubbio che la cultura sia un diritto come la salute e che si dovrebbero riproporre dei requisiti minimi a tutto il patrimonio dei comuni, delle diocesi. E che la chiave dev’essere proprio quella del riconoscimento del lavoro culturale.
È d'accordo con l’idea del reddito di emergenza?
Sì. Sono favorevole anche ad un reddito di base, ma vero, non come quello fatto dal primo governo Conte. Avevo firmato la proposta di Libera. Serve a liberare dal ricatto di un lavoro povero, non dignitoso e che ha a che fare proprio con la tenuta democratica. Il vero nodo ora è dove si possano prendere i soldi. Se la Banca centrale Europea non compra il deficit degli Stati, come fa la Banca Centrale Americana o quella giapponese, gli Stati europei non possono andare avanti. Credo che l’Europa sia l’unica strada, ma se non è percorribile c’è un’aporia che rischia di essere distruttiva.
Pensa sia ora possibile la costruzione di una sinistra unita? Aveva già partecipato in prima persona ad un tentativo con l’avvocata Anna Falcone, collocandovi distanti dal Pd.
Nel mio ultimo libro, Dalla parte del torto. Per la sinistra che non c'è (edito da Chiareletttere), cerco di dire cosa sia la sinistra. Non ne trovo traccia nelle istituzioni, nel Parlamento. La vedo nelle lotte, nelle strade, nelle associazioni, nel pensiero, nella sofferenza, nella tensione verso la giustizia. La lotta per la sinistra avviene nella formazione delle coscienze, nel tenere aperto un dibattito, nella democrazia di ogni giorno. Il punto è un pensiero di rivolta contro le ingiustizie, di radicale alterità rispetto a coloro che si sentono dalla parte della ragione. In questo momento è in gran parte un problema di mentalità, di pensiero, di punto di vista, di cultura. Dovrà venire una stagione più direttamente politica, ma non è la mia vocazione.