#iostocongabriele, libertà per chi testimonia il dramma dei migranti

Gabriele da anni racconta "le persone prima dei fatti", e solo così poteva spiegare il fenomeno della migrazione.

Gabriele Del Grande

Gabriele Del Grande

Claudia Sarritzu 18 aprile 2017

Per essere uno dei migliori giornalisti in circolazione oggi non hai certo bisogno di avere un tesserino da professionista. Gabriele Del Grande forse neppure ce l'ha. Servono invece gambe e coraggio, quello di andare nei posti. In questa epoca il giornalismo lo si fa dalla redazione, a volte da casa smistando agenzie e tweet. Eppure dovremmo raccontare quello che accade e per farlo dovremmo vederlo con i nostri occhi.


In più Gabriele possiede una dote speciale: quella di riuscire a restare umano. Il fatto raccontato in modo freddo non arriva a nessuno, Gabriele lo sa bene che questo non è un mestiere che si fa per portare il pane a casa (anche perché ormai è tra i più sottopagati al mondo). L'informazione usa e getta la fanno già in tanti. Lui invece imprime le sue parole, scava dentro le viscere di chi legge. Ci riesce perché per fare bene questo mestiere devi mantenere sempre il desiderio di cambiare il mondo, devi restare ventenne anche quando ne hai più di 30.


Gabriele da anni racconta "le persone prima dei fatti", e solo così poteva spiegare il fenomeno della migrazione. E' probabile che se avessimo solo giornalisti con la sensibilità di Gabriele: Salvini, Le Pen e Trump non esisterebbero. Questo perché noi votiamo e ci formiamo un'idea politica anche e soprattutto per colpa di chi ci informa e di come lo fa. Il giornalismo può rendere un paese civile o alimentare odio e razzismo. 
Gabriele è come quei rari medici che non perdono l'umanità. Non si è lasciato proteggere da una corazza di indifferenza. E vi assicuro che costa farsi travolgere dalle emozioni. Costa portarsi "a casa" il dolore che hai raccolto a lavoro. Sarebbe più facile chiudere i rubinetti della nostra umanità.
Gabriele ha trasformato i numeri raccolti negli anni con pazienza e grande professionalità in un'opera denominata "migrant files" in cui la tragedia di queste persone in cerca di una approdo sicuro dopo che la loro casa gli è stata tolta con la violenza delle armi, viene descritta non come semplice statistica ma come vita vissuta da persone in carne e ossa, persone come noi. L'immigrazione di massa per Gabriele non è un semplice fenomeno da fotografare, lui lo vuole capire e per farlo bisogna conoscere le persone impegnate in questi drammatici viaggi. Solo così la frase "aiutiamoli a casa loro" può apparire, alle orecchie di chi l'ascolta, talmente stupida che chi la dice perde qualsiasi credibilità. 


Gabriele non ha dietro un giornale che finanzia questo suo modo di raccontare. I giornali oggi assumono sempre più spesso soldatini che timbrano il cartellino facili da manovrare e comandare, l'unica cosa che conta e l'aver frequentato una scuola di giornalismo a pagamento.


Senza alcun sostegno se non quello dello stesso pubblico che segue il suo blog dove posta i suoi racconti e partorisce i suoi il film, Gabriele non è diventato giornalista ma ha fatto il giornalista (una differenza che non è un dettaglio).  Proprio i suoi lettori attraverso un crowdfunding, una raccolta di fondi online, hanno permesso a Gabriele di completare quel piccolo grande film presentato alla mostra internazionale del cinema di Venezia e uscito poi anche nei cinema e passato anche in televisione: “Io sto con la sposa”. Questo film, che consiglio vivamente, racconta le persone dentro le migrazioni. Perché un migrante non è un numero ma un essere umano che decide di rischiare la vita pur di scappare a una morte certa in patria o a un'esistenza di sola sopravvivenza in un Paese ostile. 
Le persone per bene stanno tutte con Gabriele ora più che mai. Chiediamo al nostro governo di aiutare il nostro connazionale e tutti quei giornalisti che sono andati a fare il loro mestiere e sono bloccati in terre straniere accusati di aver raccontato la verità.


Sono loro i difensori della democrazia. E valgono più di mille soldati. 


"Quello che di grave poteva accadere in Turchia era già accaduto prima delle elezioni, con l’arresto di migliaia di oppositori e la chiusura quasi totale di tutti i media non allineati. Nelle carceri restano oltre 100 cronisti in attesa di processi affidati ad una magistratura che ha già subito un pesante processo di epurazione. Da giorni, infine, Gabriele Del Grande si trova in stato di fermo, sempre in attesa di essere rilasciato. Le Autorità turche hanno garantito a quelle italiane che la sua liberazione potrebbe essere imminente, ma sarà bene non abbassare la guardia e continuare ad “illuminare” la sua vicenda sino a quando non sarà davvero rientrato in Italia". Così parla la Federazione nazionale della Stampa.