La imbarazzante 'guerra dei bottoni' tra Kim e Trump fa scadere la diplomazia in pochade

La risposta del presidente americano alle minacce del dittatore di Pyongyang, al netto di interpretazioni errate, segna un ennesimo punto negativo della querelle

Kim Jong Un e Trump

Kim Jong Un e Trump

Diego Minuti 3 gennaio 2018

Siamo ormai alla farsa, alla pochade e se non ci fosse in ballo il futuro di una buona porzione di Terra verrebbe anche da ridere, o sorridere. Ma il tono della guerra di parole tra il presidente americano e il dittatore nordcoreano è arrivato ormai ad un livello di contumelie cui ben raramente s'è assistito nella storia recente del mondo.
L'ultima battaglia si sta combattendo sul ''bottone nucleare'', un riferimento al quale Kim Jong Un è ricorso (ce l'ho sulla mia scrivania) per sottolineare d'essere pronto a tutto, per difendere il suo amato Paese, che gli vuole bene nonostante sia ridotto alla fame, che lo considera - come i padre ed il nonno - un dono del cielo, che gli verrà dietro anche quando dovesse decidere di scatenare una guerra (o una reazione, poco importa: le conseguenze sarebbero devastanti allo stesso modo).
Già l'immagine di un ''bottone'' su una scrivania, che (nell'immaginario collettivo) potrebbe essere attivato involontariamente da una donna delle pulizie, mette i brividi. Ma a rendere la querelle ancor più surreale è la risposta di Donald Trump che ha ribattuto a Kim di avere un bottone nucleare più grande di quello del giovane dittatore e che, in ogni caso, il suo funziona. Per quelli della mia generazione, l'unica guerra con al centro un bottone ci riportava ad un bellissimo film francese del 1962, metafora della guerra vera, in cui due bande di ragazzini si battevano per motivi che ormai nessuno più ricordava.
Ora, a volere essere dei puristi della lingua, nulla in quello che ha scritto Trump è manifestamente volgare, ma fermiamoci qui perchè, in tutte le traduzioni possibili, la risposta del presidente americano appare per quel che è: un modo greve di sostenere le proprie idee, gettando una discussione che dovrebbe essere ben seria sul piano della battutaccia, di quelle che facevano sbellicare le platee dei teatri d'avanspettacolo, in cui tutto doveva avere un doppio senso.
Fermo restando che siamo pronti a fare ammenda nel momento in cui Trump dovesse spiegare che la sua risposta era un esempio di alta politica e di sopraffina diplomazia, tutto lascia pensare che il bottone di trumpiana prosa sia un sinonimo e che la capacità di usarlo e la susseguente potenza abbiano riferimenti che entrano nella sfera sessuale. Ci si dirà: pensi sempre male. Ok, può darsi, ma, mi chiedo, è mai possibile che tra tanti argomenti che potevano essere usati, Trump ne ha scelto uno che, agli occhi di noi disincantati,  tra paragoni e petti gonfi, è quanto meno a rischio di interpretazioni maliziose?