Io resto umana: noi Arrigoni saremo sempre così

Intervista a Egidia Beretta, la madre: nonostante la tragedia nulla è cambiato rispetto i miei convincimenti. Credo nella pace e nella giustizia.

Egidia Beretta

Egidia Beretta

Gianni Cipriani 13 aprile 2012

Vorrei chiederle, proprio ad un anno dalla morte di suo figlio, cosa significa per lei oggi l'impegno per la pace e per la fratellanza dei popoli? Come vive queste idealità?
Non è cambiato. Questo impegno personale lo avevo anche pubblicamente sottoscritto nel 2004 quando vinsi le elezioni a sindaco. Non ne parlai per farmi bella: ho sempre ritenuto fondamentale lavorare per la pace. Per la pace e per la giustizia. Dissi che la giustizia è madre e sorella della pace. Senza la giustizia non ci può essere pace. Io sono rimasta come allora, come sono sempre stata. Certamente con la morte di Vittorio tutto ciò è diventato ancora più importante per me. Ma nulla è cambiato rispetto i miei convincimenti di tutta una vita.
Il motto di Vittorio era "restiamo umani" ed anche con questo motto noi abbiamo scelto di ricordarlo. Lei, per usare quell'espressione, è riuscita a restare umana, a non perdere l'orizzonte dell'umanità, nonostante la sua personale tragedia di madre?
Può forse sembrare strano, ma non mi è diventato più difficile restare umana dopo quello che è successo un anno fa. Perché anche io, come Vittorio, penso che l'essere umani e poi rimanerlo dovrebbe essere qualcosa di insito nella mente e nel cuore degli uomini. Il dramma che ho vissuto non mi ha fatta allontanare da questo convincimento. Io sono restata umana come ho sempre fatto. Forse questa espressione di Vittorio ha sempre colpito più gli altri, al di fuori della nostra famiglia, più che noi. Si stupivano nel sentirlo ripetere, quasi come un'ossessione, queste due parole. Sembrava strano che lui riuscisse ancora a pronunciarle durante Piombo Fuso ad esempio. Di questo mi meravigliavo anch'io e molte volte glielo chiedevo. Ma lui mi rispondeva che è proprio in questi momenti in cui l'umanità è schiacciata e quasi soppressa che uno deve sforzarsi di conservarla dentro di sé.
Ha mai pensato a coloro che hanno ucciso Vik? Lei considera quei carnefici degli assassini, oppure in qualche modo essi stessi vittime di un sistema sociale, culturale, religioso? Persone che si sono abbeverate di odio e solo odio potevano esprimere?
E' una domanda difficile. Ma per me sono degli assassini. Possono essere stati spinti a farlo? Forse ci sono state delle concause, ma la loro azione è stata comunque frutto di una libera scelta. Credo che queste persone che hanno fatto del male a Vittorio siano state guidate dai loro principi e dalle loro convinzioni. Forse si sono fatti irretire da qualcuno che magari aveva loro presentato la cosa come un'azione spettacolare. Ma non li vedo vittime di nulla, ma persone che sapevano quello che facevano. Tanto è vero che uno di questi giovani si era fatto amico di Vittorio frequentando la stessa palestra e quindi era cosciente di quello che stava facendo. Sarà stato un salafita ma era uno di quelli che frequentava Vittorio, che conosceva il suo lavoro, il suo impegno. Quindi penso che sia stata, magari nell'incoscienza, una scelta voluta. Sono assassini. Non li giustifico né do loro delle attenuanti.
Vittorio che vive a Gaza, si impegna per la causa palestinese e viene ucciso proprio da coloro che cercava di aiutare. Come leggere questa enorme contraddizione?
Non ho mai creduto che coloro i quali hanno ucciso Vittorio fossero coloro i quali lui stava aiutando. Perché non sarebbero arrivati a questo. Vittorio era molto amato. No, non condivido che si dica che è stato ucciso dalle stesse persone che stava aiutando. Le persone che lui stava aiutando mai si sarebbero comportate così. Aiutava gente comune, pescatori, contadini, giovani. I suoi assassini non lo conoscevano da questo punto di vista.
Dopo la morte di Vittorio voi come famiglia sceglieste di riportarlo a casa facendolo passare nel valico di Rafah e non attraverso Israele. All'epoca se ne parlò molto, ci furono polemiche. Non ha mai avuto ripensamenti da allora?
Per me è stata una decisione così lineare e inevitabile, che mi stupisco di coloro che si stupiscono. Noi non potevamo fare altrimenti. Ricordo benissimo mio marito, il papà di Vittorio che è morto a dicembre, che disse lapidariamente: Israele non l'ha voluto da vivo, non l'avrà neanche da morto. Vittorio avrebbe dovuto transitare dall'aeroporto Ben Gurion dove era stato incarcerato, picchiato, ferito. Lui era entrato a Gaza dall'Egitto, da Rafah. Era giusto che uscisse da Rafah. Se avessimo fatto diversamente Vittorio sarebbe stato moralmente offeso. Certo sarebbe stata la via più comoda. Non le dico la fatica per convincere anche la prefettura di Lecco, quando mi dissero che era troppo complicato. Poi ci siamo riusciti tra mille difficoltà. Comunque non la vedo come una scelta di odio o di rancore verso Israele ma una linearità di comportamento. Non sarei stata tranquilla con la mia coscienza. Per questo abbiamo voluto che uscisse da Rafah. Potrei poi dire che è stato trattato come un pacco postale, ma è un discorso che ancora mi addolora e non mi vorrei addentrare...
Un anno fa la morte. Nei prossimi giorni si parlerà molto di Vittorio Arrigoni. Ne parleranno e leggeranno coloro che già conoscevano la sua storia. Altri magari potranno avvicinarsi a Vik per la prima volta. Qual è per lei la chiave più giusta per ricordare suo figlio?
La chiave giusta può essere quella di ricordarlo come una persona che ha fatto una scelta radicale. Ma non per velleità di protagonismo. Lui credeva veramente che la giustizia, la libertà, i diritti umani, il diritto a vivere e a sopravvivere come nella Striscia fossero fondamentali. E quando ha avuto l'occasione di occuparsi di questi problemi lui si è dedicato anima e corpo. Quando vado nelle scuole a parlare con i ragazzi io dico loro: Vittorio non deve diventare un mito o un simbolo. Potrebbe diventare un riferimento quando ciascuno di noi si troverà a fare delle scelte della propria vita. Mettere davanti al nostro naturale egoismo quella capacità di sognare, di intraverere l'utopia anche quando sembra molto lontana. La capacità di indignarsi di fronte all'ingiustizia e trovare il coraggio di fare qualcosa. Direi anche la voglia e la volontà di informarsi. Di andare a fondo, di non accontentarsi mai. Di prendersi a cuore un popolo o una situazione, o persone, siano in Italia, in Palestina o ovunque. Conoscere per potere essere in grado di agire. Ecco, mi piacerebbe che Vittorio fosse un punto di riferimento per coloro che non vogliono restare addormentati, che non vogliono subire le notizie. Ma che vogliono svegliarsi e agire.
A lei, come madre, come piace farcelo ricordare?
Ricordo i tanti momenti che abbiamo passato assieme, la sua irruenza, la sua ricerca della propria strada. E poi lo ricordo anche nei momenti affettuosi. Con lui si scherzava, mi prendeva anche in giro. Ci raccontavamo le cose, ci sostenevamo a vicenda. Per me Vittorio è ancora al mio lato, non è una frase fatta. Quando devo parlare di lui mi metto una mano sulla testa e sento la sua voce che dice: non dire stupidate mamma, pensa alle parole che stai per pronunciare... il dolore è grandissimo. Mi manca la sua presenza. Alcuni per rincuorarmi dicevano: fai finta che sia rimasto a Gaza. Ma lì c'era la gioia dell'attesa, del rivederlo. Così invece... non so quando ci rivedremo. Ho voluto un gran bene a Vittorio e gliene voglio ancora. Io ero la sua mammi, così mi chiamava, questa sintonia che c'era tra di noi non si è mai spezzata. Neanche adesso.