Che Guevara, l'hombre nuevo che immaginò un altro socialismo

A 50 anni dalla morte il libro "Io e il Che" di Nadia Angelucci e Gianni Tarquini ripercorre la vicenda umana e politica del Comandante. Vi proponiamo l'intervista allo scrittore Massimo Carlotto

El Che

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redazione 8 ottobre 2017Culture

Simbolo della lotta all’oppressione Ernesto Che Guevara è da sempre un mito universale che non conosce confini. A 50 anni dalla sua morte, avvenuta in Bolivia il 9 ottobre 1967, Nadia Angelucci e Gianni Tarquini danno alle stampe per Nova Delphi Libri "Io e il Che", un saggio unico nel suo genere ne ripercorre la vita e il pensiero del Comandante grazie alla testimonianza di donne e uomini della cultura che lo hanno conosciuto, amato, studiato o incontrato sulla propria strada. Ognuno di loro raccontato il suo Che. Il volume raccoglie conversazioni inedite con Paco Ignacio Taibo II, principale biografo di Guevara, Juan Martín Guevara, fratello del Che, José “Pepe” Mujica, ex presidente dell’Uruguay, Loyola Guzmán, guerrigliera con il Che in Bolivia, e poi ancora Erri De Luca, Osvaldo Bayer, Valerio Evangelisti, Pino Cacucci, Letizia Battaglia, Miguel  Benasayag, Luciana Castellina, Piergiorgio Odifreddi e molti altri ancora. Vi proponiamo un estratto con l'intervista allo scrittore Massimo Carlotto.


di Nadia Angelucci e Gianni Tarquini


Hai attraversato il Centro America per molti anni, entrando e uscendo da luoghi e situazioni, accompagnando anche le battaglie di quei posti. Il Che è presentissimo in America latina in varie forme. Tu come hai vissuto l’eredità di questa figura, che è precedente anagraficamente alla tua esperienza?
Nel mio studio, da molti anni ormai, ho una piccola foto di Che Guevara. Ma non si tratta del Guerrigliero eroico né di un Guevara sorridente con il sigaro né del combattente con il basco nella Sierra Maestra. È la foto del suo alias Ramón Benítez: calvo, completamente calvo, completamente rasato e fornito di grossi occhiali con una spessa montatura nera. Irriconoscibile anche ai suoi figli. È la foto del falso passaporto uruguayano con cui Guevara lascia l’Avana per Mosca il 23 ottobre 1966, per compiere un lungo periplo in Europa e giungere all’ultima tappa del suo viaggio e della sua vita, in Bolivia. Questa fotografia mi accompagna da anni perché secondo me è la sintesi perfetta della soggettività politica del Novecento. Per me Ernesto Guevara è soprattutto questo e ciò che poi ha ispirato dal punto di vista politico e l’enorme dibattito che ha creato nelle organizzazioni politiche. Dei miei anni latinoamericani e dei miei passaggi tra Messico e Guatemala ricordo soprattutto le discussioni sul guevarismo e sulla concezione del socialismo che aveva coniato il Che. Una visione che in quegli anni era molto dibattuta e anche criticata. Confesso che anche io sono tuttora profondamente in disaccordo con queste teorie, però secondo me il Che è stato quello. La foto che vi ho descritto rappresenta ciò che è stata l’esperienza più forte del Novecento dal punto di vista della soggettività politica.
Quali sono le critiche che muovi a quel pensiero e a quell’esperienza?
Innanzitutto la teoria del foquismo rivoluzionario. Prendere come modello la concezione del foco guerrigliero è stato un errore da molti punti di vista perché le esperienze positive, di Cuba prima e del Nicaragua sandinista poi, sono state, sostanzialmente, due colpi di fortuna. Con questo non voglio dire che non abbiano avuto dei risultati straordinari ma pensare di esportare quel modello ha generato un disastro. Quello che è successo in seguito in Salvador e in Guatemala lo dimostra; ma ovviamente questo non è colpa del Che ma di una sinistra molto coraggiosa, che ha pagato prezzi eroici alla storia ma che è stata anche incapace di rielaborare quello schema. Cuba va difesa fino in fondo ma è stata un’esperienza nata da un colpo di fortuna, da un errore degli americani; poi loro la lezione l’hanno capita. Noi invece no; c’è stato un momento in cui, secondo me, l’esperienza della soggettività comunista in quell’area non ha compreso che quel tipo di esperimento era fallimentare dal punto di vista militare, nel senso che gli Stati Uniti e i governi locali erano perfettamente in grado di bloccare militarmente quel tipo di esperienze e così è stato. Una riflessione su tutto questo l’abbiamo fatta molto tempo dopo la sconfitta perché avevamo una strana concezione della figura del militante, pensavamo che fosse qualcuno tutto d’un pezzo, in grado di resistere a qualsiasi cosa e comunque avevamo la sensazione che alla fine avremmo vinto e questo è stato un disastro. La mia personale critica al modello guevarista, come membro di Lotta Continua, è legata soprattutto all’individuazione del soggetto rivoluzionario che noi vedevamo nella classe operaia e non nei movimenti rurali. E anche la concezione dell’hombre nuevo è stata complicata per noi da digerire perché andava contro quella ventata di controcultura che ha rivoluzionato la nostra società nel suo complesso.
Quali sono quindi le tue impressioni sull’esperienza cubana?
Io sono sempre e comunque un grande difensore della Rivoluzione cubana. Sono stato a Cuba molti anni fa e sono tornato felicissimo. Venivo da un’esperienza di base con i movimenti che lavorano con l’infanzia e l’adolescenza in Centro America e vedere quello che accade a Cuba in questi ambiti è incredibile. Poi mi sono ammalato e ho fatto l’esperienza della sanità cubana che è eccellente. Cuba è facilmente criticabile per molte cose, il tema dei diritti umani, dell’omosessualità, ma resta un’eccellenza nel campo della sanitàe dell’educazione. Poi sono tornato anni dopo con una delegazione di scrittori italiani e mi sono snervato nel fare il giro dei dissidenti, una noia mortale.