Chiara Saraceno: dire “prima gli italiani” è oggi più che mai una scelta suicida

L’Italia avrà tanti anziani e pochi giovani. Un convegno dà l'allarme. La sociologa: “Bisogna intervenire ora. L’immigrazione? Suicida dire “prima gli italiani”. Chi curerà i nostri anziani?

Anziani e bambini

Anziani e bambini

redazione 23 novembre 2017Culture

Stefano Miliani


 


«Verso la metà del secolo l’Italia avrà molti milioni di abitanti in meno. La regressione demografica porterà a una forte diminuzione dei giovani e degli adulti e a un fortissimo aumento della popolazione anziana. Uno stravolgimento della struttura per età mai avvenuto nella storia del paese, che metterà in tensione il sistema di welfare, frenerà la produttività e ridimensionerà il peso economico dell’Italia nel sistema internazionale». Non è una profezia, è quanto accadrà in una terra che oggi, su quasi 61 milioni di abitanti, conta 17,5 milioni over sessantenni e appena 11,1 tra gli zero e i 19 anni (fonte l’associazione Neodemos). Se ne parla nel convegno “Verso la metà del secolo. Un’Italia più piccola?” all’Auditorium della Fondazione Niels Stensen di Firenze venerdì 24 novembre alle 16.30, a ingresso libero, organizzato per i dieci anni di Neodemos. Intervengono tra gli altri Ilvo Diamanti, Telmo Pievani, Romano Prodi, Gad Lerner e la sociologa Chiara Saraceno. Che, in questa intervista a Globalist, registra un dato significativo sul mercato del lavoro e connesso al tema: «Nel 2016 l’85% delle dimissioni volontarie è stato di lavoratrici madri». E ritiene si debba investire su un’immigrazione qualificata o da qualificare e sui figli di immigrati: «Dire “prima gli italiani” è suicida. Chi curerà i nostri vecchietti?»


Si profila un futuro drammatico per l’Italia?


Sì, sarà drammatico. Non voglio esagerare ma se continuiamo a questo ritmo lo squilibrio sarà grave con persone non più in età da lavoro, a volte anche fragili e che necessitano di cure. Non potrà reggerla una generazione più giovane sempre più ridotta, per di più fragile economicamente per il lavoro.


Non sembra una priorità sul fronte politico.


No, non ci si riflette sufficientemente nel dibattito politico.


Si allungano le prospettive di vita e quindi si alza l’età in cui andare in pensione.


Va bene alzarla ma con un po’ di criterio. Non si può fare il muratore o la maestra d’asilo fino a 70 anni. Non si può impunemente lavorare per ogni anno di speranza di vita in più.


Il problema è la salute.


Infatti accanto all’indicatore della speranza di vita grezzo dovremmo mettere la speranza di vita in buona salute. Statisticamente è probabile che gli anni in più siano di vulnerabilità, di cattiva salute.


Quale sarebbe il rapporto per mantenere l’attuale popolazione?


Ogni donna (si misura sui figli per donna, non per coppia) dovrebbe avere 2,2 figli, invece oggi il rapporto è 1,2,, per cui è molto inferiore.


L’immigrazione non garantirà più un livello adeguato?


Come dice il mio maestro Massimo Livi Bacci (docente di demografia, ndr), ci vorrebbe tanta immigrazione per compensare il calo delle nascite. Però quella che sarebbe necessaria supera quanto sia reggibile di sicuro politicamente ma anche in termini di capacità del paese. Sono persone, non embrioni, con le loro storie, esigenze, ferite, necessità di integrarsi. E parte delle pensioni attuali è garantita da immigrati che pagano contributi, i quali hanno una fecondità lievemente più alta ma alla lunga la differenza si riduce.


Siamo un paese ostile agli immigrati?


Sì, a causa della superficialità nel passato nel trattare il tema. Non siamo mai andati oltre l’emergenza: siamo bravi a salvare persone in mare, ma dopo averli tirati su dall’acqua siamo rimasti al centro d’accoglienza come in Sicilia a Mineo. Troppo tardi abbiamo cominciato a lavorare sulla diffusione nel territorio con piccoli numeri. Molti comuni non vogliono partecipare. In più l’Unione europea distingue tra richiedenti asilo e migranti economici, il migrante economico cerca lavoro, il richiedente asilo non può cercarlo ed è molto più a carico del sistema.


E la lotta l’immigrazione è nell’agenda politica.


Ci sono movimenti politici che sul disagio reale o anche immaginato ci marciano. L’immigrazione per loro è una risorsa, la agitano come uno spettro. Poi non sono in grado di risolverla come non ci sono riusciti quando erano al governo. Il discorso è inquinato da notizie fasulle, si pensa che i musulmani siano un terzo della popolazione e non è vero. C’è forte responsabilità da parte di chi non ha sviluppato un discorso diretto senza affrontare il tema, di chi ha buttato gli immigrati nelle periferie e chi fa la professione di anti-immigrati e guadagna molti benefici dalla situazione.


Di fronte a questo scenario cosa andrebbe fatto?


Occorre agire su tre livelli. Che la popolazione invecchi è un problema che va affrontato a prescindere dall’immigrazione. Ci sono meno figli e figlie di un tempo e con la riforma delle pensioni staranno più a lunga al lavoro: bisognerà mettere ordine in questo puzzle, bisognerà investire in servizi che peraltro creeranno lavoro. Come primo punto per incoraggiare a rendere un figlio in più desiderabile demograficamente bisogna dare un minimo di garanzie economiche e non i per tre mesi del contratto a termine. Vale soprattutto per le donne: per loro è diventato sempre più rischioso entrare in maternità non solo per la mancanza di servizi ma perché con i contratti a tempo determinato le donne sono c’è il rischio fortissimo tu venga licenziata quando entri in maternità o che non venga rinnovato il contratto. Gli ultimi dati dell’Ispettorato del lavoro, ufficiali quindi, nel 2016 indicano che l’85% delle dimissioni volontarie è stato di lavoratrici madri, con un aumento del 40% rispetto al passato. E qui siamo al secondo livello: se vogliamo che donne facciano più figli occorre sostenere l’occupazione femminile con servizi e più certezze.


Il terzo livello?


Regolare l’immigrazione non solo per contenerla ma perché sia un investimento per il futuro della società. Occorre sostenere la qualificazione degli immigrati, riconoscerne la qualità, non viverli come chi portano via cose che oltre tutto non è vero. Bisogna investire anche in loro come capitale umano a partire da chi nasce qui.


Qui si tocca il tema della legge sulla cittadinanza detta “Ius soli“, non ancora approvata.
Temo non passerà. Sono passate tante fake news, si è potuto dire in piazza che la norma avrebbe incentivato donne incinta ad arrivare e partorire qui quando invece sarebbero riconosciuti cittadini italiani bambini nati da genitori con permesso di soggiorno europeo, quindi qui già da lungo tempo, non quelli che sbarcano. Possono avere la cittadinanza minorenni arrivati entro 12 anni e che abbiano fatto almeno un ciclo scolastico, è “ius culture” più che “ius soli”. Chi è integrato, è andato a scuola, è un giovane su cui investire. Ma prevale un sentimento di reazione: dire “prima gli italiani” è suicida. Chi curerà nostri vecchietti?