Lo strano suicidio del radarista testimone di Ustica: la procura riesuma il corpo

Alberto Dettori era in servizio quando ci fu la strage del Dc9 e tornò a casa sconvolto. Si cerca la verità.

Alberto Dettori, testimone della strage di Ustica

Alberto Dettori, testimone della strage di Ustica

globalist 16 marzo 2017

"Non ho mai creduto al suicidio di mio marito, certo nei suoi ultimi giorni era preoccupato e inquieto". Carla oggi ha 70 anni e nel guardarsi indietro, seduta al tavolo della cucina della sua casa di Grosseto, incontra le stesse lacrime e le stesse ombre. "Sono stati tempi difficili senza Alberto, tre figli da far diventare grandi, molte solitudini e mille domande senza risposta ". Si apre così un interessante ritorno sulla strage di Ustica fatto dall'edizione fiorentina di Repubblica. Trent'anni fa, Alberto Dettori venne trovato appeso a un albero sulla riva dell'Ombrone, impiccato. Nemmeno un'autopsia, un fascicolo di indagine da chiudere in fretta, come fosse tutto chiaro. Con l'intervista a Carla, vedova di Alberto Dettori, Repubblica, nelle pagine di Firenze, torna sulla strage di Ustica. La novità è che adesso la procura di Grosseto, dopo l'esposto presentato dalla famiglia e l'associazione Rita Atria, ha fatto riesumare i resti del sottufficiale, e disposto accertamenti presso l'istituto di medicina legale di Siena.


La ricostruzione di Repubblica nell'articolo dell'inviata Laura Montanari: "Il maresciallo dell'aeronautica non era un nome qualunque. Era in servizio come "identificatore di caccia", cioè radarista nella base di Poggio Ballone, in Maremma, la notte del 27 giugno 1980, cioè la notte della strage di Ustica. Davanti a quei monitor fu un testimone. "La mattina dopo tornò a casa verso otto e mezzo. - riprende Carla Pacifici accendendosi una sigaretta - . Me lo vedo ancora lì, dove c'è il fornello, in piedi, zitto, scosso e zitto. Io gli dicevo: Albe' non ti togli la divisa? E lui niente, sembrava da un'altra parte. In casa non parlava, non diceva niente di Ustica e ho capito dopo, molto dopo, che lo faceva per proteggerci ". Alla cognata però in quegli stessi giorni disse: "Abbiamo sfiorato la terza guerra mondiale". Adesso la procura di Grosseto, dopo l'esposto presentato dalla famiglia e l'associazione Rita Atria, ha fatto riesumare i resti e disposto accertamenti presso l'istituto di medicina legale di Siena.


 "Finalmente qualcosa si muove" dice Barbara Dettori, operaia, ex sartina della Mabro, storica fabbrica di Grosseto ora chiusa. Barbara aveva 16 anni quando suo padre venne trovato impiccato. "Hanno scritto che fu scoperto da colleghi dell'aeronautica, ma non è vero: fu trovato da amici di famiglia che non vennero mai sentiti da nessun investigatore... ". Dopo la notte di Ustica, Dettori si era confidato con il capitano Mario Ciancarella e con Sandro Marcucci, ufficiale che aveva aderito al movimento costituito all'interno delle forze armate per "democratizzare" l'universo delle stellette.


Ciancarella e Marcucci indagavano: "Mio padre disse a Ciancarella, ti do tre elementi, uno di questi era di andare a vedere a che ora quella notte fossero decollati e atterrati i due caccia dalla base di Grosseto - riprende Barbara - I piloti dei due aerei erano Nutarelli e Naldini, morti a Remstein il 28 agosto 1988, durante una esibizione delle Frecce Tricolori". Anche Marcucci muore in un incidente aereo con il suo piper il 2 febbraio del 1992 e un anno fa la procura di Massa ha disposto la riesumazione dei resti. Ciancarella viene espulso dall'aeronautica con un provvedimento firmato dall'allora presidente Sandro Pertini, ma il tribunale di Firenze lo scorso settembre dichiara falso documento e firma. Dettori convive con segreti e paure: "La situazione peggiora quando venne mandato in missione a Cap Martin in Francia era il 1986 - riprende la moglie Carla - tornava a casa nei fine settimana, era molto dimagrito. Una volta ci portò un tale Roland, era una cosa molto strana perché mio marito non ospitava mai nessuno. Disse che lo avrebbe aiutato a portare dei mobili a mia suocera".


Chi era Roland? "Lo ricordo con un giovane taciturno, con la pelle olivastra " aggiunge Barbara. "Alberto doveva rimanere sei mesi in Francia - riprende Carla Dettori - ma alla fine di quell'estate tornò a Grosseto. Mi chiamò di notte era sconvolto: mi chiese se gli volevo bene. Dissi certo Albe', ma cosa ti hanno fatto? Mi disse che vedeva sui muri la scritta "Il silenzio è d'oro e uccide". Io gli dicevo di stare tranquillo e di tornare da noi. Andai a prenderlo alla stazione: Albe' ma che c'hai? Lui mi fece cenno di tacere, poi a casa si mise a cercare microspie, smontò il telefono, un armadietto, mi fece togliere degli orecchini. Era anche sicuro di essere pedinato. Mi prese un braccio e disse: Lo vuoi capire che se io parlo toccano la nostra famiglia?...". Perché Dettori aveva paura? Qualcuno lo aveva minacciato? "Ricordo la mattina in cui l'ho visto vivo per l'ultima volta - aggiunge Carla pensando al 30 marzo 1987 - non mi guardò nel viso uscì per accompagnare a scuola uno dei figli, sapevo che doveva tornare per giocare a tennis con Barbara. Io lavoravo la mattina e quando sono tornata Barbara mi disse che Alberto non era rientrato. Sono andata in camera per vedere se mi aveva lasciato qualche biglietto, ma trovai il suo bracciale e mi sono preoccupata". Come in un puzzle i ricordi di quei giorni riaffiorano prima scomposti, poi piano piano rimessi in ordine: "Quando uscì aveva una busta con un maglione" ricorda Barbara. Poi l'allarme, il ritrovamento, il dolore, il mistero, le domande, i pensieri, il muro di gomma, i figli da crescere, un lavoro da trovare: "Dopo mille proteste al ministero mi diedero un posto nelle cucine della base dell'aeronautica di Grosseto. Sbucciavo la verdura, preparavo i pasti. Tornavo a casa, mi guardavo intorno e sentivo una grande freddezza".