Web assassino: lo stalking psicologico ha ucciso Tiziana Cantone

Un banale video hot diffuso sui social rovina la vita di una ragazza, neppure cambiare città e identità l'hanno salvata dal crudele stalkeraggio.

Tiziana Cantone

Tiziana Cantone

Claudia Sarritzu 14 settembre 2016

Ieri Tiziana Cantone si è uccisa: il suo video "hot" diffuso sui social le aveva rovinato la vita. Aveva anche lasciato città, la sua Napoli, e chiesto il cambio di identità per voltare pagina, ma non ha trovato pace. L’assassino è stato il web.


Il difensore della donna aveva ottenuto un provvedimento d'urgenza per rimuovere i filmati dal web, dopo aver citato in giudizio Facebook Ireland, Yahoo Italia, Google, Youtube. Secondo il giudice Monica Marrazzo, i video sarebbero dovuti essere eliminati molto prima, onde evitare di rovinare una vita.


Ha trascorso due anni d’ inferno. E alla fine ha deciso di farla finita per colpa, non solo di chi ha diffuso vigliaccamente  quelle immagini che non avevano nulla di criminale –è pieno di coppie che si riprendono in momenti intimi- ma della morbosità di una società che gode nello spiare dal buco della serratura la vita degli altri, nello stalkerare la vittima “donna” fino all’esasperazione.


Intanto la procura di Napoli va  verso l'apertura di un fascicolo per istigazione al suicidio, per accertare la presenza di responsabilità tali da indurre la donna a togliersi la vita.


Ma nessuna storia neppure la più tragica come questa sembra far imparare la lezione.


Ci spostiamo a Rimini. E troviamo una ragazzina di 17 anni ubriaca, così tanto da non capire più nulla, da diventare incosciente. L’hanno violentata praticamente da svenuta. L’Italia del “se l’è cercata” sta già scaldando i motori. Il fatto che fosse completamente in balia dell’alcol è un problema che il mondo intero soprattutto l’Occidente sta sottovalutando. Ma dei danni che bere fino al coma etilico produce ne parliamo un’altra volta.


Questa volta la notizia è che a violentarla non è stato solo un ragazzo che ha approfittato del suo stato in un bagno di una discoteca. O almeno non è stato il solo. Questa volta la violenza, quella più feroce gliel’hanno fatta le “amiche” (amiche? Ma che termine usano i giornalisti per definire questi esseri mostruosi e perversi?) che hanno filmato la violenza e hanno fatto girare il video su Whatsapp.


Questa volta  le stupratrici sono donne, sono penetrate nel momento più dolorose della vita di una loro coetanea che definivano “amica” (amica forse ai tempi di Facebook, dove schiacciare un bottone ci fa illudere di non essere poi così tanto soli) per umiliarla e spogliarla della sua dignità e sbeffeggiarla in rete.


La ragazza ha 17 anni e per fortuna dopo essere venuta a conoscenza del video fatto dalle sue coetanee   arrampicate nella toilette di fianco a quella dove lei è stata abusata, ha raccontato tutto alla mamma che si è subito recata dai carabinieri.


 A quei sottosviluppati che commenteranno “Perché ha bevuto così tanto?” vorrei ricordare che un uomo invece può bere quanto vuole, al massimo viene ridicolizzato o derubato, tutte cose molto meno violente e dolorose di uno stupro. Se invece sei donna entrano dentro di te e ti fanno sentire sporca anche se non lo sei per il resto della tua vita. E’ questo il punto: dobbiamo cercare in tutti i modi di crescere in una società dove gli stupri si avvicinino allo zero.


Dobbiamo rifondare una cultura affettiva che abbia come punto di partenza il rispetto del corpo. Non abbiamo altra scelta, non c’è prigione che possa educare quanto la prevenzione.


Per quanto riguarda le “amiche” reporter dell’orrore, anche loro andrebbero punite severamente e obbligate dallo Stato a svolgere volontariato in centri specializzati dopo vengono curate vittime della miseria e cattiveria umana. Forse proverebbero un briciolo di vergogna e pentimento.