Cucchi, la moglie del carabiniere: mi disse che lo avevano gonfiato di botte

Parla Anna Carino, ex moglie di Raffaele D'Alessandro, uno dei cinque militari a processo. Davanti ai giudici conferma, mima i calci contro Stefano, dice: pestavano soprattutto drogati e immigrati

Ilaria Cucchi con una gigantografia del fratello morto

Ilaria Cucchi con una gigantografia del fratello morto

globalist 12 giugno 2018

Non ha paura quando parla Anna Carino, ex moglie di Raffaele D'Alessandro, uno dei carabinieri sotto processo per la vicenda della morte di Stefano Cucchi. Anche oggi in Aula a Roma per il processo bis sulla morte di Stefano Cucchi ha ripetuto quanto aveva sentito dall'uomo: "Mi disse che la notte dell'arresto, Cucchi era stato pestato, aggiungendo: C'ero pure io, quante gliene abbiamo date".


La donna è stata sentita in aula come teste nel processo che vede imputati cinque carabinieri, tre dei quali accusati di omicidio preterintenzionale per aver ucciso il geometra romano, morto all'ospedale Pertini il 22 ottobre del 2009 sei giorni dopo essere stato arrestato per possesso di droga.


Anna Carino è stata perfino "redarguita" dall'ex marito. In una telefonata intercettata dalla Procura, D’Alessandro insulta l’ex moglie. I due litigano molto animatamente dopo che Carino ricorda al carabiniere che lui aveva raccontato a diverse persone di quanto si erano "divertiti a picchiare" Cucchi. La donna, un mese dopo, disse di essere pronta a testimoniare in un futuro processo. Anna Carino ha mimato in Aula anche il calcio che sarebbe stato sferrato contro Cucchi e ha detto: "Questa delle botte ai detenuti, soprattutto drogati - dicevano 'drogati di merda' o immigrati - erano pratiche che accadevano in caserma".
Lo scorso luglio il gup del Tribunale di Roma aveva disposto il rinvio a giudizio dei carabinieri imputati nell'ambito dell'inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi: Alessio Di Bernardo, Raffaele D'Alessandro e Francesco Tedesco devono rispondere in giudizio dell'accusa di omicidio preterintenzionale, perché ritenuti gli autori del pestaggio. In più, il maresciallo Roberto Mandolini, comandante interinale della stazione di Roma Appia, deve rispondere di calunnia e falso, così come Tedesco e Vincenzo Nicolardi di calunnia nei confronti di tre agenti della penitenziaria che furono processati per questa vicenda e poi assolti in maniera definitiva.