Sepolture difficili: quando la morte non cancella la repulsione

Non tutte le cerimonie funebri avvengono fra i rimpianti, l’onore ed altri omaggi al Caro Estinto. Tante storie

Il carro funebre con il corpo di Priebke

Il carro funebre con il corpo di Priebke

Enzo Verrengia 17 dicembre 2017

di Enzo Verrengia


 


Il ritorno quasi secretato della spoglie di Elena del Montenegro e Vittorio Emanuele III sul suolo italiano, nel santuario di Vicoforte, presso Mondovì, ripropongono il tema delle sepolture, sul quale si spesero, fra gli altri, il Foscolo dei Sepolcri, il Keats dell’Ode su un’urna greca e i lirici inglesi della cosiddetta poesia cimiteriale.


Forse le pietre miliari della razza umana sono le pietre tombali. Quelle dei Grandi si dilatano in cenotafi di marmo o di bronzo che traspongono dal vero il concetto di vita eterna. Ma non tutte le sepolture avvengono fra i rimpianti, l’onore ed altri omaggi al Caro Estinto. Ad Albano, quattro anni fa, la gente urlava contro il carro funebre con a bordo il corpo del mostro Priebke. Ed urlava, urla ancora, tutta l’opinione pubblica di un Paese che, per ripartire, ha dovuto fare la Resistenza. Da Gerusalemme, lo scrittore Aharon Appelfeld, sopravvissuto alla shoah, ammoniva: «Io non proclamo la vendetta su un morto e credo che la gente non dovrebbe chiedere vendetta. Lui non è energia: è solo cenere e tenebre».


Il boia delle Ardeatine non è l’unico al quale neppure la morte toglie repulsione. Anzi, la accresce, nell’inesaudito desiderio di una giustizia implacabile quanto furono i crimini commessi dal defunto in vita.


Quarti di carne appesa alla tettoia di una stazione di servizio milanese, in piazzale Loreto. A Claretta Petacci hanno legato la gonna per decenza. Dopodiché la violenza necrofila si scatena incontrollabile. In tanti si scagliano contro il cadavere del tiranno. È il popolo che ne ha subito per venti anni lo strapotere ammantato di paternalismo per nascondere la vergogna dei tribunali politici, delle carceri spietate, del confino che non era affatto una villeggiatura, e da ultimo la barbarie della Repubblica di Salò, dei fucilatori di partigiani, il sadismo della Banda Koch. Peccato che Ezra Pound vi abbia dedicato versi dei Cantos: «L’enorme tragedia del sogno sulle spalle curve del/ contadino/ Manes! Manes fu conciato e impagliato / Così Ben e la Clara a Milano / per i calcagni a Milano / Che i vermi mangiassero il torello morto». Mussolini fu seppellito al Cimitero Maggiore di Milano, nel tumulo anonimo numero 384. Tutti, però, scoprirono la verità e vi si affollarono curiosi e nostalgici. In seguito, alcuni irriducibili del regime trafugarono il corpo e al termine di rocambolesche vicende si giunse all’attuale sito di San Cassiano in Pennino, nei pressi di Predappio, luogo di un culto che offende la Liberazione.


«Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli». Una frase del Vangelo che sconvolge a vederla incisa sulla lapide Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore. Il suo nome ricorse nell’inchiesta sull’attentato di via d’Amelio, a Palermo, in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino, che il 21 maggio 1992, due mesi prima di morire rilasciò un’intervista ormai celebre. Definì Mangano «uno di quei personaggi che erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia». Condannato all’ergastolo il 19 luglio 2000 in primo grado dalla Corte di Assise di Palermo per il duplice omicidio di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano, Mangano morì di tumore il 23 luglio successivo e venne seppellito nel cimitero dell’Abbazia dei Benedettini di San Martino delle Scale.


Per analogia si pensa ad un altro pregiudicato che gode in morte di un discusso privilegio. Enrico De Pedis, detto “Renatino”, era il capo dell’esecranda e forse mai del tutto debellata banda della Magliana, i cui postumi insanguinano ancora la Roma violenta. Il gruppo di fuoco ispiratore della saga di Romanzo criminale entrò nel caso tutt’ora insoluto di Emanuela Orlandi. Si parlò di De Pedis come uno dei telefonisti, della funzione di appoggio logistico offerta dalla banda ai rapitori della ragazza, specie in seguito alle dichiarazioni di Sabina Minardi, ex amante del malfattore. Il quale, comunque, fu ucciso con un colpo di pistola alle spalle il 2 febbraio 1990 in via del Pellegrino, a Roma, nelle vicinanze di Campo de’ Fiori. Le sue spoglie furono trasportate dapprima al Cimitero del Verano tumulate nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare. Una richiesta accordata alla vedova di Renatino ed autorizzata per iscritto dal Vicariato di Roma, perché il rettore della chiesa, monsignor Piero Vergari, aveva riconosciuto a De Pedis il merito di grande beneficenza verso i poveri della parrocchia. La notizia cominciò a circolare e fu complicata dalla famosa telefonata anonima alla trasmissione televisiva Chi l’ha visto, con quella voce che disse: «Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant'Apollinare…» Dall’ispezione effettuata il 14 maggio 2012 risulta che i resti siano proprio quelli di De Pedis.


Più di recente, le esequie di Totò Riina hanno scatenato controversie non ancora ricomposte.


Spettacolare, invece, la scelta di Gene Roddenberry, il creatore di Star Trek. Le sue ceneri orbitano nello spazio intorno alla Terra dal 1997. Furono “sparate” in un contenitore grande come un astuccio di rossetto su un razzo “Pegasus” partito ad alta quota da un velivolo Lockeed Tri-Star L1011 sulla verticale delle isole Canarie. Stessa sorte per i resti cremati di Timothy Leary, il profeta dell’LSD, dell’ingegnere Benson Hanlin, ideatore del primo aereo supersonico statunitense, il Bell X1, e componente della squadra che lavorò al Saturno V, il missile della Luna. Con loro anche Gherard O’Neill, pioniere delle stazioni orbitanti, e Kraft Ekrik, collaboratore di Wernher von Braun.


Il genovese Giuseppe Marcenaro ha scritto una guida affascinante alle tombe celebri, Cimiteri. Dal Père-Lachaise parigino all’Highgate londinese, per passare poi al Nuovo Mondo, fra le pagine del libro l’interramento si rivela nella sua semplicità essenziale e rivelatrice: «Un luogo definitivo».


 

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