Migranti, la Chiesa si divide su come affrontare l'emergenza

Le parole di Renzi sono state commentate in maniera diversa dal segretario della Cei Galantino e il segretario di Stato Vaticano Parolin

Papa Francesco

Papa Francesco

Diego Minuti 14 luglio 2017

Uno pensa: la Chiesa cattolica è una ed indivisibile e meno male che sia così. Anche perché, pure in tempi recentissimi, papa Francesco ha, cristianamente, messo da parte quei porporati e prelati che non la pensano come lui e le esternazioni dei quali potevano lasciare pensare ad una Chiesa lacerata ben oltre la realtà delle dinamiche curiali d'oltre Tevere. Ma ci sono questioni sulle quali chi si muove nella curia, chi sta ai piedi del soglio pietrino, non riesce ad avere opinioni coincidenti o anche simili. Come la vicenda dell'accoglienza da riservare e se riservare ai migranti, siano quelli che fuggono situazioni di guerra o quelli che cercano di allontanarsi dalla povertà.
Il concetto espresso dal segretario del Pd, Matteo Renzi, e che può essere sintetizzato come 'aiutiamoli anche a casa loro', ha mosso a due distinte prese di posizioni monsignor Nunzio Galatino, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, e il cardinal Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. Il primo di aperto dissenso (''se non si dice dove, quando e con quali risorse, non solo rischia di non bastare, ma può anche essere un modo per scollarsi di dosso le responsabilità'') , il secondo di cauta apertura (''Il discorso dell'aiutiamoli a casa loro è valido, così la migrazione non è più una realtà forzata, ma è libera''). Detta così, la disparità di giudizio sulle parole di Renzi è solo apparentemente concettuale perché invece, a mio avviso, in realtà si scontrano due distinte e per certi versi antitetiche visioni.
Monsignor Galantino ne fa una questione politica, sostenendo, se ho bene inteso il senso della sua dichiarazione, che Matteo Renzi, ipotizzando interventi economici laddove nasce il fenomeno, si limita ad esprimere una mera e strumentale ipotesi – con evidente attenzione al dibattito in corso e con un occhio alle prossime scadenze elettorali - perché non spiega i meccanismi economici con i quali tali aiuti dovrebbero dispiegarsi. Insomma, Renzi ha parlato, ma non ha proposto un piano particolareggiato dell'intervento. Dal canto suo, il cardinal Parolin pone, forse per la prima volta da parte di un esponente della Chiesa, un discrimine netto tra chi oggi fugge la povertà e chi invece, domani, aiutato a casa sua, potrà decidere se restare o continuare ad inseguire il sogno dell'emigrazione. Quindi non la necessità di scappare, ma la scelta di farlo.
La differenza tra i due esponenti della Chiesa (Galatino, italiana; Parolin, vaticana) è quindi netta e poco vale spiegare che il segretario generale della Cei, in virtù del suo ruolo, si sente di parlare a nome dei vescovi italiani, spesso in prima linea sul problema emigrazione.
Allo stesso modo con cui monsignor Galantino ha espresso con chiarezza le sue perplessità, gli si potrebbe obiettare che, ad oggi, la Chiesa si è limitata a perorare la causa dell'assistenza e della solidarietà non chiarendo come praticamente fare fronte al relativo impegno economico ed anche alle implicazioni sociali che il fenomeno implica. Come bene rappresentato dalla destra xenofoba di casa nostra che sembra vivere attaccata al tablet in attesa che qualche emigrato si macchi di un delitto per chiedere fustigazione, castrazione (anche solo chimica....), espulsioni e quant'altro.
Se la Chiesa italiana, che mai s'è sottratta al dialogo sulle tematiche sociali più pregnanti, vuole essere parte importante del confronto si muova concretamente molto più di quanto sta facendo. Qui non si parla di pasti gratuiti alla Caritas, di coperte e bevande calde da distribuire a qualche centinaio di disperati. Qui si tratta di capire come un intero Paese possa continuare a farsi carico del problema, che ha ormai numeri fuori controllo (anche in queste ore la navi delle Ong hanno portato nei porti italiani migliaia di profughi, senza entrare nello specifico dei Paesi di provenienza e delle situazioni che si sono lasciate alla spalle) e che restringono sempre di più i margini di movimento.