All’Aquila l’arte piano piano rinasce, il difficile è viverci

A nove anni dal terremoto molti restauri procedono, la quotidianità è faticosa. Cosa dicono la soprintendente, un ambientalista, una giovane gallerista, uno storico dell’arte

L'Aquila al 5 aprile 2018. Foto Francesco Cardarelli

L'Aquila al 5 aprile 2018. Foto Francesco Cardarelli

redazione 6 aprile 2018Culture

Stefano Miliani


All’Aquila devono stare attenti a regolare il traffico. Non quello, consueto, delle auto. Piuttosto l’intrecciarsi di gru dei cantieri che costellano il profilo del centro storico e non possono stare troppo vicine. Nella città che il 6 aprile 2009 vide il mondo sprofondare, dove morirono 309 persone, il cuore antico è appunto un pullulare di cantieri. La città è un gioiello dall’architettura in prevalenza settecentesca (molto fu ricostruito dopo il sisma devastante del 1703). Per vastità è il sesto centro storico italiano. Convivere con i ponteggi, fra una via aperta e una chiusa, non è facile. Pur se si avvertono segnali incoraggianti: rispetto a due anni fa lo scenario è mutato.
Torniamo alla domanda: come procedono i lavori dei monumenti? Senza dimenticare che nei paesi del Cratere aquilano terremotati la situazione è più difficile soprattutto per quanto riguarda il ritorno della vita civile, e senza parlare delle frazioni, in città al Castello Spagnolo, per dire, i contenziosi di qualche ditta hanno rallentato i cantieri; la chiesa del Suffragio conosciuta come Anime Sante si avvia alla fase finale; entro l’anno, fa sapere il Segretariato Regionale del Ministero dei beni e attività culturali e del turismo, dovrebbero terminare i restauri delle mura urbiche, delle chiese di Santa Maria del Suffragio e di Santa Maria del Soccorso, del Teatro San Filippo; con lavori pagati dal governo russo, il settecentesco Palazzo Arghindelli nel 2019 diventerà una appendice aquilana del Museo d’arte contemporanea Maxxi di Roma. Capitoli conclusi? La Fontana Luminosa; le chiese di San Vito, di Santa Maria del Ponte, della Santissima Annunziata di Roio Colle; a dicembre ha riaperto la Basilica di Santa Maria di Collemaggio.


La soprintendente: restauri all’avanguardia, gli italiani lo sanno?


«La mia valutazione su quanto ricostruito nel patrimonio culturale? È molto positiva. Sono qui da tanti anni e, da allora, molto è stato fatto e si sta facendo a passo spedito – risponde Alessandra Vittorini, architetto, Soprintendente Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per L’Aquila e il cratere – Sono stati avviati e conclusi quasi tutti gli aggregati di interesse culturale in centro, e restituiti luoghi del calibro del Palazzetto dei Nobili, le 99 Cannelle, gran parte delle Mura, l’ex Mattatoio con il Munda – Museo nazionale d’Abruzzo, la chiesa di San Vito alla Rivera, la Fontana luminosa, San Bernardino, solo per dirne alcuni. E molti altri sono in via di ultimazione. Senza dimenticare il restauro del simbolo della città, la Basilica di Collemaggio, iniziato a gennaio 2016 e terminato a dicembre 2017, nel tempo record di due anni senza mai privare la città del rito della Perdonanza». Molto resta da fare, ma è indispensabile ricordare come la ricostruzione nel centro storico sia di fatto scattata a fine 2012 con l’avvio dei programmi di finanziamento decisi dall’allora ministro per la coesione territoriale nel governo Monti Fabrizio Barca. «La Soprintendenza ha approvato progetti per circa 240 aggregati, in gran parte all’Aquila, alcuni anche nelle frazioni, e ogni aggregato contiene in genere più di un bene culturale». Il che porta il conto a circa 340 edifici vincolati. Oltre a ricordare i cantieri dei beni culturali come un poderoso motore economico (i fondi per gli aggregati sfiorano il miliardo di euro), Alessandra Vittorini rimanda a quanto accaduto a Firenze dopo l’alluvione del 1966. Quell’esperienza ha contribuito al consolidarsi della scienza del restauro - e più in generale della scuola italiana del restauro - con un aggiornamento metodologico e tecnico-scientifico di cui tutti oggi beneficiano. Nella ricostruzione a L’Aquila succede qualcosa di analogo e anche più ampio. È maturata un’esperienza incredibile. Anche con sperimentazioni coraggiose e pianificazioni felici, come dimostra Collemaggio dove l'attenta fase di studio progettuale ha dato esiti positivi nei tempi e nella qualità del risultato. Tanta esperienza nelle vicine zone terremotate di Umbria, Marche e Lazio risulterebbe preziosissima. «I cantieri dei beni culturali sono veri laboratori e bisogna parlarne, non si può solo conteggiare quanto ancora manca», rivendica Alessandra Vittorini. L’Aquila viene spesso - e giustamente - citata come "città della conoscenza” per l’università, il Gran Sasso Science Institute, i laboratori di fisica del Gran Sasso, le aziende innovative. Tutto vero. Eppure anche il lavoro di restauro è diventata un’eccellenza, un importante contributo alla "conoscenza" dagli standard avanzatissimi. Infatti sono venuti dal Giappone e dalla Corea, a studiare e vedere. E dove è stata invitata a parlare della ricostruzione aquilana, l’architetto? A Cambridge. A Istanbul. A Parigi. E in Italia? «Proviamo a raccontarla ovunque, in convegni e seminari, anche con le università e le scuole di specializzazione. Ma occorre moltiplicare le occasioni e farne materia di approfondimento scientifico e metodologico, altrimenti si rischia che questa eccellenza maturi nel silenzio e nell'indifferenza».


La gallerista: la città rinasce, però disagi incredibili


«L’Aquila sta rinascendo molto più bella di prima – esclama fiduciosa Sara Cavallo, storica dell’arte under 30 che ha aperto dalla fine del 2017 lo spazio d’arte contemporanea Sharky Art Gallery in pieno centro – Il problema è la lentezza dei cantieri. Siamo indietro. Al Duomo per esempio la ricostruzione non ci pare partita. Certo, i problemi sono davvero tanti: si procede a macchia di leopardo, appena finisce un cantiere inizia quello il palazzo di fronte. E uno dei problemi più grandi nel centro storico è quello dei sottoservizi: si sta facendo un tunnel chiamato “intelligente” ma andava fatto prima di far rientrare le attività e i residenti perché si creano disagi incredibili. A nove anni dal terremoto ancora non possiamo dire che l’Aquila è stata ricostruita».


L’ambientalista: i monumenti riaprono nel vuoto


Giovanni Cialone, consigliere della sezione aquilana di Italia Nostra, è molto più critico: «Abbiamo fatto un dossier a fine 2016. Le uniche grandi chiese recuperate sono Collemaggio e San Bernardino. Nella Cattedrale i lavori non sono partiti, alle Anime Sante hanno messo i soldi i francesi. A Santa Maria Paganica crollò la navata centrale e il transetto ed è indietro. È vero, ha riaperto il palazzo della Regione, ma non quello del Comune». Il vero nodo da sciogliere, puntualizza, è però la vita quotidiana, altrimenti avremo monumenti che gradualmente riaprono nel vuoto. «Prima abitavano almeno cinquemila persone nella zona storica, ora saranno duecento. Senza la gente manca la vita. Servono reti, allacci dei servizi. E bisogna pensare all’immagine cromatica: manca un piano del colore e abbiamo una città monocromatica sui beige e grigi quando invece L’Aquila è settecentesca e ha, o dovrebbe avere, anche colori vivaci».


Lo storico dell’arte: città a "macchie", pur tra segnali incoraggianti


Luca Pezzuto, storico dell’arte, ricercatore all’ateneo aquilano, rappresenta una voce significativa: 35enne autore di studi originali ad esempio sul pittore-architetto d'inizio '500 Cola dell’Amatrice che all'Aquila ha progettato l'imponente facciata di San Bernardino, da pochi mesi vive nel centro storico. Mutuo a parte, ha potuto acquistare una piccola casa perché i prezzi delle abitazioni sono precipitati da anni e un giovane, magari in coppia, qui può osare passi che altrove non potrebbe neanche sognare. Il segnale è incoraggiante. «Abbiamo più case che abitanti. I lavori in centro per la verità sono stati fatti, le arterie principali si vedono, lungo il Corso ci sono riprese positive. Il problema è quando esci dalle direttrici principali e trovi il degrado oppure situazioni paradossali tra cose nuove o sistemate e altre a pezzi». Sui beni culturali il giudizio è grosso modo positivo: «La riapertura a dicembre di Collemaggio ha dato un senso di ripartenza forte, è uno del luoghi-simbolo; a San Bernardino, aperta, stanno concludendo gli interventi nelle cappelle laterali. I simboli vanno bene, è il resto che attende di essere recuperato».