Notte di Capodanno: il clandestino e il suo persecutore imbecille

Cronaca da strada. Un rifugiato al freddo, gentile e solo. Un manipolo di qualunquisti alterati. Chi vi fa più paura?

Un uomo solo

Un uomo solo

Antonio Cipriani 1 gennaio 2017

Notte di Capodanno. Un uomo solo, appoggiato a una vetrina spenta, stretto nelle spalle e le mani in tasca nel giaccone, si ripara dal freddo. Da lontano quasi non si vede, c’è un furgone parcheggiato, è una zona d’ombra. Non chiede niente. Un passante gli sorride, lui ricambia il sorriso. Non si sa quello che si dicono in quel fugace incontro di esseri umani nella notte.
Uno, gentile, percorre il marciapiede con passo veloce. Forse deve raggiungere amici, il quartiere è in fibrillazione, tra poco scoccherà il nuovo anno. L’altro resta con la testa incassata e il bavero alzato, mani in tasca, con un lieve sorriso che illumina il volto giovane. Perché è giovane, con una bellezza delicata e triste. Non si sa come si chiama, nel momento in cui le nostre vite si incrociano, percepisco solo un dolore. Il mio. E impotenza. Fatica nel percorrere quei pochi metri che mi separano dalla mia metà.


È un uomo, un migrante, un rifugiato, una persona che è scappata da qualche guerra da qualche miseria atroce. È solo. Clandestino? Irregolare? Nessun uomo sulla terra può essere mai clandestino o irregolare. Sono le leggi e le frontiere ad essere intollerabili.

Scocca la mezzanotte, l’impazzimento dei botti è atroce. Sembra una guerra, non ci si sente neanche a fare un brindisi. Ricordo che un tempo, con una decisione di civiltà, erano stati vietati. Ma quel tempo non è più. Fuoco! Si fermano due macchine al centro dell’incrocio. Scendono un manipolo di imbecilli assatanati. Penso che avranno tra i trenta e i quaranta anni. Sparano botti, sono gonfi d’alcol, urlano insulti sessisti. Uno, il più cretino di tutti mette bomboni da stadio sotto le macchine e si gode il boato.  Una delle esplosioni è talmente forte che getta a terra una moto. In mezzo alla strada col ghigno feroce e lo sportello dell’utilitaria bianca spalancato c’è un idiota con i capelli bianchi.  Urla risentimento e i trenta/quarantenni sciamano sui marciapiedi buttando a terra tutto quello che incontrano.

Risalgono sulle macchine e fuggono dalla loro impresa bellica sgommando. Mi resta incisa l’immagine dell’idiota con i capelli bianchi e il giaccone avana. La faccia deformata da una risata crudele, vendicativa, alterata. Anche lui è un uomo, anche i suoi amici imbecilli sono uomini. Ma non sono rifugiati, magari si sono solo allontanati dai loro quartieri per una notte di soli uomini. Sicuramente non sono clandestini, non sono irregolari e non varcano alcuna frontiera rischiando la vita.

Poi votano l’ordine e la disciplina. E stabiliscono che il ragazzo appoggiato alla vetrina al freddo, con le sue cicatrici nel cuore, è un pericolo. E loro sono i giustizieri della notte. Bruttoni dentro e fuori che hanno un cecio al posto del cervello e la fortuna di essere nati in Brianza e non ad Aleppo. Mi vergogno tanto per loro. Per i loro occhi feroci che mi inquietano e che spero non abbiano incontrato in questa notte gli occhi dolci del ragazzo stretto nella sua giacca.

Dice un amico che ormai è tutto così. Ha vinto l’ululato feroce, il qualunquismo razzista, la stupidità ha occupato con i suoi migliori esponenti i posti che contano. Chi ci salverà da quel deficiente con i capelli bianchi, dal suo potere becero, dalla furia distruttiva di teste vuote? La bellezza? La poesia? La gentilezza? Vedo facce dubbiose tra voi che leggete. Quando la cattiveria del cuore non ha alcun Dio a tenerla a bada, è forse invincibile come sembra? No, è fragile. E quando una cosa, anche gigantesca, è così fragile può crollare con un semplice colpo di tosse. Non sappiamo come, se non che si deve coltivare il dubbio e la cultura, per avere un terreno fertile sotto i piedi.  Oggi ci sembra percorso dagli scarponi ferrati degli eserciti ottusi, ma domani fiorirà.