Troveranno pace gli olivi pugliesi flagellati dalla xylella?

Il batterio che devasta gli olivi in Puglia è al centro di un decreto detto 'dei veleni' che rischia di peggiorare la situazione

Ulivi devastati dalla Xylella

Ulivi devastati dalla Xylella

Michele Cecere 23 maggio 2018

Al viaggiatore che scende in Puglia dalla Selva di Fasano, a cavallo fra le province di Bari e Brindisi, si mostra uno scenario straordinario: i suoi occhi guardano giù e colgono stupiti la visione di due mari: il primo, enorme e verde, il secondo, sullo sfondo, azzurro, apparentemente lontano.


Quel mare verde è in realtà un enorme tappeto di ulivi, un’infinita distesa di piante che si perde a vista d’occhio tra Fasano e Monopoli. E a mano a mano che scende, quel viaggiatore si tuffa nel verde mare, scoprendo che quel che dall’alto pareva una massa informe è invece fatta di tanti alberi, piccoli e grandi, ma tutti diversi, unici nelle loro spesso spettacolari forme.


Ogni viaggiatore può lavorare con la fantasia e con quelle forme immaginare, soprattutto al tramonto, il profilo di un antico dinosauro, un uomo al lavoro nei campi, lo spaventapasseri curvo che cerca invano di allontanare gli uccelli, un bruco che diventa farfalla, un gruppo di uomini stretti in cerchio, un uomo e una donna che si abbracciano proprio come nella “Favola d’amore”: si, forse anche Hermann Hesse è passato da qui!


Sono tanti i “mari verdi” in Puglia, si stimano tra i quaranta e i cinquanta milioni gli ulivi della regione, molti dei quali, per forma e dimensione, possono essere considerati dei veri monumenti secolari. L’ulivo è ricchezza per l’olio prodotto, ma può significare anche povertà, perché spesso se ne produce troppo e di qualità non eccelsa, ragion per cui, nei primissimi anni di questo secolo, qualcuno preferiva privarsi di queste piante per mille euro o poco più. Piante che andavano ad abbellire le ricche ville della Lombardia, piante destinate a morire in pochi anni. Accadeva insomma che i pugliesi, invece di considerarli un patrimonio turistico immenso, li sradicavano e li vendevano, svendendo la loro storia, una storia che si perde davvero nella notte dei tempi: pare infatti che il primato assoluto dell’olio pugliese risalga al Settecento, per via di una legge del re che prometteva vantaggi fiscali a chi piantava questi alberi. Trecento anni dopo, nel 2007, la Regione Puglia varò una legge per salvare almeno gli olivi considerati secolari.


Sembravano salvi gli olivi di Puglia, protagonisti assoluti di quel paesaggio divenuto immancabile in tutti i film e le fiction girate in questa regione negli ultimi anni. E invece, appena un anno dopo, era il 2008, si è cominciato a parlare di Xylella fastidiosa, un batterio arrivato in Puglia probabilmente con una pianta ornamentale importata dall’America e che ha, in pochi anni infettato forse dieci milioni di piante nel Salento, terra in cui tradizionalmente non si è mai avuta una buona manutenzione e potatura delle piante. In questi anni si è sviluppato un intricato conflitto di competenze tra le autorità preposte al controllo, dalla Regione all’UE, dalla magistratura agli esperti scientifici, e in mezzo cittadini e associazioni del territorio coinvolto, sempre più ampio.


Ora, a dieci anni dall’avvento del batterio e con un’ epidemia che coinvolge ormai quasi mezza Puglia, si vivono giorni di fermento e ribellione per via del “decreto dei veleni”, ovvero quello promosso dal ministro Martina e che impone per legge 4 trattamenti con pesticidi altamente pericolosi (anche se non tutti banditi dalle normative UE). Il timore per coloro che protestano (fra cui numerosi sindaci che hanno diffidato i cittadini dal procedere con le irrorazioni prescritte dal decreto) è che la modalità individuata per sconfiggere la xilella porti ad ulteriori danni per il patrimonio naturale della regione. In parole povere, è come se “hai il morbillo? Ed io lo combatto facendoti venire un tumore!” E’ proprio questa ipotesi di messa in pericolo della sanità pubblica, oltre che dei campi, ad allarmare i pugliesi negli ultimi giorni, portando alla rivolta e alla disobbedienza civile contro il decreto tantissime aziende agricole, associazioni e comitati di cittadini. Senza contare l’ultima decisione della Commissione europea che qualche giorno fa ha deferito l’Italia per non avere applicato le misure prescritte, in particolare l’abbattimento degli alberi essiccati per impedire il propagarsi del batterio-killer.


Oggi la Regione Puglia, accusata in passato di ritardi negli abbattimenti delle piante infette, apparentemente appoggia il decreto Martina e condanna le ordinanze dei sindaci che vietano l’utilizzo di fitofarmaci nella lotta al Philaenusspumarius, l'insetto ritenuto il vettore della Xylella.


Ma cosa sostengono concretamente gli oppositori al decreto? Innanzitutto fanno proprie le parole dell’entomologo Francesco Porcelli, colui che individuò l’insetto vettore e che sostiene che “Il danno che si rischia di provocare è molto più vasto delle presunte utilità che si professano”. Inoltre il batterio è presente solo nel 2% degli alberi colpiti dal disseccamento,dunque uccidere l’insetto vettore è una mossa del tutto discutibile per contrastare il disseccamento, ma letale per l’ambiente e per tutti gli esseri viventi.


Importanti anche le parole dei Medici per l’Ambiente dell’Associazione Isde, secondo i quali «i pesticidi dannosi per l’ambiente e per la salute umana non possono essere imposti per legge, tenuto conto che gli effetti dei neonicotinoidi sull’uomo devono ancora essere chiariti».


E tra i pesticidi che dovrebbero essere impiegati, ve ne sono anche a base di Imidacloprid, principio attivo che una decisione approvata dall’Ue lo scorso 27 aprile (dunque due mesi dopo il decreto Martina!) col voto favorevole della stessa Italia, ha vietato per tutti gli usi esterni, in quanto ritenuto tra i maggiori responsabili della moria delle api, la cui funzione di impollinazione è notoriamente fondamentale per la natura. Cambiare il decreto sembra allora l’unica strada per salvare api e olivi di Puglia.