Il sindaco di Betlemme non protestò per l'arrivo di Giuseppe e Maria

Lo dico ai sindaci siciliani che s'affrettano ad indossare la fascia tricolore per farsi intervistare come piccoli Salvini.

La sacra famiglia dipinta da Tiziano

La sacra famiglia dipinta da Tiziano

Onofrio Dispenza 16 luglio 2017

Ho provato a rintracciare uno straccio di documento che raccontasse la protesta dell'allora governatore di Betlemme all'arrivo, non annunciato e concordato di Giuseppe e Maria. Non essendo molto preparato in tema, mi sono confrontato con un paio di amici più addentro alla materia. Gli amici mi hanno confermato che non esistono documenti o racconti su una protesta dell'allora sindaco della cittadina di Gesù, nato a Betlemme perché i suoi genitori terreni erano in fuga. Quello in cielo guardava e giudicava, come fa adesso: guarda e giudica. E annota, per parlarne al momento giusto, nel momento di massima nostra debolezza.
Lo dico all'attivissimo sindaco di Castell'Umberto, che ad ogni telecamera che gli si è fatta avanti ha parlato di insopportabile "violenza istituzionale". Praticamente, dice: come si è permesso il prefetto di pensare, solo pensare, di mandare qui questo gruppo di disperati in fuga. Prevarrebbe, per lui, l'iter istituzionale seguito pure nella virgola e nel punto e virgola - come direbbe Totò - più che la drammaticità degli eventi.
Certo, si badi bene, "non è razzismo", si affrettano a dire primo cittadino tricolorato di Castell'Umberto e le altre decine di sindaci che per non essere da meno si sono schierati con lui. Ed anche i cittadini che si sono messi di traverso per non fare passare i gruppi elettrogeni mandati in gran fretta a Castell'Umberto per rimettere in piedi l'hotel dismesso che dovrà fare da rifugio. Alla fine i gruppi elettrogeni sono passati, gli immigrati erano già dentro. Del gruppo contestato di immigrati, trenta sono minori. Ripeto, trenta minori, bambini o ragazzi. Certo, qualcuno di loro s'abbassa l'età, ma Dio lo perdonerà per questa piccola bugia.
Per capire perché scappano, uno ad uno, ciascuno di noi dovrebbe fare un salto nel Paese d'origine di chi scappa. Per lo più sono sub sahariani, vengono da Paesi dove i ragazzi sono costretti a fare per tutta la vita il militare, dove se sbagli di poco finisci in una cella sotterranea, senza aria e luce. Le chiavi gettate nel deserto, si fa per dire. E chi sta fuori paga il vivere sotto regimi criminali dediti alla ruberia e ad una scandalosa svendita di ogni bene comune. Un circuito al quale l'Italia non è estranea con gli affari di grossi gruppi industriali. anche di quelli che trafficano in "sistemi di difesa" che letti sull'altra faccia della moneta vuol dire armi e armamenti.
Veniamo ai sindaci, a questi sindaci siciliani che s'affrettano ad indossare la fascia tricolore per farsi intervistare come piccoli Salvini.
Il nostro sistema politico, il nostro quadro democratico è malato. Il sistema di ricerca del consenso è distorto. Si assecondano i votanti nelle pieghe più basse della pancia. Questo non è consenso, questa non è rappresentanza.
Sulla gestione degli immigrati si è sbagliato tutto o quasi. La risposta agli errori non è sbagliare ancora mostrando il grugno, e mostrandolo agli italiani per dire loro che quella è l'espressione da assumere. C'è in Italia un processo di generale incattivimento che non è solo sulla delicata questione dell'immigrazione. La cronaca ci offre una serie infinita di istantanee di cattiveria quotidiana e diffusa che diventa sentire diffuso. C'è una gara a chi è più cattivo, e i politici, sempre alle prese con la sopravvivenza, sono in prima fila.
Quel che accade a Castell'Umberto fa male, Male perché a guardare quel che accade sotto i loro provvisori balconi sono ragazzi. Che cresceranno avendo impresse nella mente e negli occhi, appunto, questa ostilità nei loro confronti. Cattiveria mai manifestata ai tanti ladri e criminali "nostrani", che tutti riconoscono nella comunità di appartenenza e che pure, non disgusto, ma rispetto ricevono. Quel che accade a Castell'Umberto è indegno perché sporca, offende e mortifica la storia e l'anima di una terra che conosce la fuga per fame e l'accoglienza. Offende le immagini che ho dentro e che mai dimenticherò, di una catena umana sulla spiaggia del Ragusano: uomini, donne e bambini che accoglievano un gruppo di naufraghi, coprendoli e accompagnando la coperta con carezze e abbracci. Per dire loro: ragazzo, ragazza, è finita! Siete salvi. Qui ci siamo noi, vi comprendiamo e vi accogliamo da fratelli. La Sicilia, quella vera è questa.