Petrolio, il sangue di Pier Paolo Pasolini

Estratto dagli atti del convegno “Petrolio 25 anni dopo” tenutosi all’Università di Pisa il 9 e il 10 Novembre 2017

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

di Carla Benedetti 


Parlando di Petrolio, quando siamo di fronte a opere non finite, i letterati di solito amano citare la famosa frase di Valéry: “Il n'y a pas d'oeuvre achevée, il n'y a que des oeuvres abandonnées” (“Non esistono opere finite, esistono solo opere interrotte”). Persino quando l’autore dichiara finita la sua opera, essa è sempre interrotta. La frase di Valéry, apparentemente paradossale, è in realtà molto profonda, perché dà valore al cammino stesso dell’opera mentre cerca la sua forma. E sappiamo quanto sia vera nel caso di Petrolio, dove è addirittura l’autore stesso a portare in primo piano l’evolversi dell’opera, accumulando una serie di appunti per un’opera da farsi, che alla fine sono l’opera, lasciata volutamente dall’autore allo stadio progettuale. “Io vivo la genesi del mio libro”, si legge in Petrolio.


Ma il fatto che l’autore di Petrolio sia stato assassinato è un accidente esterno all’opera, che in teoria non dovrebbe condizionare in alcun modo la vita del testo, cioè la sua cura filologica e la sua lettura critica. Che l’autore sia morto di morte naturale come Musil, o di morte violenta come Pasolini, non dovrebbe fare nessuna differenza. Invece l’ha fatta, eccome, nel caso di Petrolio! Quell’accidente ha condizionato molte cose, e tutte in negativo, influendo:


- sui tempi della sua pubblicazione,


- sulla decisione di non inserire i discorsi di Eugenio Cefis,


- e certamente sulla sua interpretazione.


Vediamo questi punti a uno a uno:


Il ritardo nella pubblicazione


 Per quanto complessa potesse essere l’edizione di Petrolio, 17 anni sono tanti. E infatti Aurelio Roncaglia, nella postfazione alla prima edizione pubblicata da Einaudi, da lui supervisionata, sente il bisogno di giustificare tale ritardo, e dice con onestà che il ritardo non fu dovuto ai dubbi sulla legittimità dell’operazione. Come è successo in molti altri casi famosi, tra cui Musil e Kafka, era del tutto legittimo pubblicare le carte lasciate da Pasolini. Il problema non era di legittimità bensì di opportunità:


“… per Petrolio, la questione più delicata è un’altra: non di legittimità, bensì d’opportunità circa la scelta del momento [..]. Essenzialmente di qui nascevano le perplessità che hanno procrastinato la decisione”.


Quindi, un ritardo dovuto a prudenza. Ma Pasolini avrebbe approvato tale prudenza degli eredi? Lui che si gettava nei temi più arroventati dl suo tempo (si pensi solo alle sue posizioni sull’aborto e sul ’68). Le ragioni di opportunità sono del resto proprio quelle che egli rigettava. Si ricorderà che in uno dei suoi scritti corsari più celebri, “Il romanzo delle stragi“ (quello che inizia con queste parole: “Io so […] ma non ho le prove”). Pasolini condanna il criterio dell’opportunità, quello che appunto guida la diplomazia dei politici, e in particolare del PCI di allora, il quale, pur avendo le prove, taceva, seguendo appunto delle ragioni di opportunità. E aggiungeva: “so bene che non è opportuno in questo momento storico… ma queste sono ragioni della politica non della verità“.


Ancora Roncaglia:


“I tre lustri abbondanti che ci separano dalla morte di Pasolini, mentre hanno visto rafforzati con la sua fama gli argomenti a favore della pubblicazione, hanno pure, se non eliminato, almeno stemperato le perplessità che non era irragionevole nutrire di fronte al rischio d’una recezione frastornata da reazioni a caldo, nell’immediatezza di situazioni contingenti (politiche e di costume), oggi non certo dimenticate, hai qualche modo lasciate alle nostre spalle. Oggi la società è mutata, ed è mutato il quadro politico. Il pubblico (non soltanto per la maturazione promossa dagli studi critici, che non hanno certo trascurato Pasolini) appare più preparato di vent’anni fa ad accogliere un’opera come Petrolio, anche i suoi aspetti anacronisticamente scandalosi e provocatori”.


Se Petrolio fosse uscito nel suo tempo –scrive Roncaglia avrebbe corso il rischio di una ricezione frastornata … per situazioni contingenti, anche politiche… Di cosa sta parlando, in quel modo velato e allusivo? Cos’è che, in quegli anni, avrebbe fatto correre a Petrolio il rischio “d’una recezione frastornata da reazioni a caldo”? Forse ci si riferisce al fatto che quelli erano anni arroventati, punteggiati di stragi, di attentati, di omicidi oscuri? E che proprio uno di questi omicidi oscuri era quello dell’autore di Petrolio? Cosa dunque temevano gli eredi di Pasolini tanto da rinviare la pubblicazione di quasi due decenni?


Difficile dirlo. Però possiamo fare un esercizio di immaginazione e ipotizzare cosa sarebbe successo se Petrolio fosse uscito uno o due anni dopo la morte di Pasolini e se un lettore, ancora scioccato da quell’atroce omicidio, avesse visto che in quelle pagine, interrotte dalla morte, si parlava dell’omicidio di Enrico Mattei, che addirittura se ne indicava il mandante nella persona di Eugenio Cefis, che si raffigurava l’ENI come un “topos del potere”, e che si descriveva per 18 pagine l’impero economico di Cefis accumulato con denaro pubblico? Cosa avrebbe pensato quel lettore? Probabilmente si sarebbe chiesto se tutto ciò poteva avere qualcosa a che fare con l’omicidio dell’autore. E allora forse la sceneggiata della rissa omosessuale, che era stata martellata dai media e suggellata dai tribunali, e che per tanti anni è stata la versione ufficiale dell’omicidio di Pasolini, avrebbe fatto più fatica a essere creduta. Quanti avrebbero continuato a credere, come è stato per decenni, al racconto di un poeta frocio ucciso da un minorenne per legittima difesa?


Invece Petrolio fu letto in un altro tempo, in un panorama letterario, sociale e politico assai diverso – appunto come scrive Roncaglia - da lettori che non condividevano più con l’autore la cronaca del tempo, da cui Petrolio trae spunti e materiali, che non hanno più il vivo ricordo delle stragi, delle bombe, dell’omicidio di Mattei, della scalata di Cefis alla Montedison, e di ciò che più tardi si sarebbe chiamata la P2, ma che allora non era ancora di dominio pubblico e che Pasolini a suo modo racconta.


Ma anche da un punto di vista letterario, molto è stato sottratto a quest’opera, per il fatto di esserle venuta a mancare la ricezione viva dei contemporanei. Se fosse uscito nei suoi tempi ‘naturali’, alla fine degli anni ’70, mettiamo nel ’79, stesso anno di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Calvino.


Entrando in libreria avremmo trovato assieme, sullo stesso scaffale, l'ultimo 'romanzo' di Pasolini e l'ultimo 'romanzo' di Calvino. Due opere che, in effetti, hanno molto in comune, nonostante la grande diversità. Pensate alla loro caratteristica principale, quella che salta subito agli occhi: la pluralità e la frammentazione, la compresenza di scritture eterogenee, nessuna delle quali viene definitivamente scelta dallo scrittore.


Se una notte d'inverno è un itinerario tra i possibili romanzeschi (dal romanzo simbolico al romanzo politico-esistenziale, al romanzo apocalittico etc.), fatto di incipit di innumerevoli volumi, tutti interrotti. Una "biblioteca di apocrifi", secondo la definizione di Calvino. Petrolio dal canto suo è una biblioteca di "progetti" d’opera, talvolta contraddittori, che vengono accolti l'uno accanto all'altro (dal 'romanzo filologico' come un'"edizione critica di un testo inedito", fino alla costruzione di una "greve allegoria, quasi medievale"). In tale compresenza di scelte eterogenee, se ne incontra persino una ascrivibile a quell'area che Pasolini aveva maggiormente avversato, quella della neoavanguardia. Mi riferisco appunto al progetto di inserire nel libro "documenti" del tempo, testimonianze, reportage giornalistici sull'ENI, e tra questi i discorsi di Cefis. Negli anni ’90 questa possibilità 'mostruosa' di accogliere dentro a un'unica opera molteplici scritture, senza sceglierne nessuna, era diventata meno comprensibile che negli anni ’70. Ciò che allora sarebbe apparso come ibridazione, ora sembrava illeggibilità dovuta a incompiutezza.


Ricordo bene quella lunga e aspra polemica che accompagnò l’uscita di Petrolio. Anche perché fu in quei giorni che Antonietta Grignani e io incominciammo a progettare un convegno su Petrolio (con l’intento di contrapporre degli studi seri a tutta quella cattiva stampa), che poi si svolse nel novembre del ‘93 a Pavia. Il convegno si intitolò A partire da ‘Petrolio’. Pasolini interroga la letteratura, di cui poi uscirono gli atti con molti contributi, letterari e filosofici.


Eravamo rimasti tutti colpiti, allora, dall’arrivo improvviso di questa sorta di meteorite, piovuto dal cielo di vent’anni prima, e che riapriva con forza una serie di domande sulla letteratura, sui miti che si erano sviluppati successivamente, sull’idea di letteratura che si era attestata in quegli anni di tardo postmoderno, negli anni in cui Petrolio era rimasto nei cassetti.


Se si legge la lunga serie di recensioni negative che Petrolio accumulò al momento della sua prima pubblicazione, si resta colpiti dalla loro diffusa tendenza a mettere l'accento non semplicemente sui contenuti sessuali, ma sul loro carattere autobiografico. Come se Pasolini parlasse di sé quando rappresenta in Petrolio delle scene di sesso


Probabilmente, se Petrolio fosse uscito con i discorsi di Cefis al centro, come voleva Pasolini, una simile chiave di lettura, fuorviante e occultante sarebbe stata molto più ardua da sostenere. Petrolio sarebbe allora anche apparso come un romanzo sul potere che aveva al suo centro la figura di Cefis e non sarebbe stato preda di quell’incredibile biografismo sessuocentrico, inusuale nella critica letteraria italiana, ma che purtroppo si è abbattuto con tanta superficialità su Petrolio e su Salò. Non si riesce davvero a capacitarsi del fatto che tanti critici abbiano saputo o voluto vedere in quelle opere solo il documento di un’esperienza privata dell’autore, cosa mai accaduta per nessun’altro opera, nemmeno per i testi di Sade.


Oppure, continuiamo ancora un po’ con gli esercizi di immaginazione, se al posto delle venti fellatio del “Pratone della Casilina”, “l’Espresso” avesse anticipato qualcuna delle pagine in cui Pasolini descrive l’impero di Cefis, forse il romanzo avrebbe avuto fin da subito tutt’altra lettura.


Salò e Petrolio sono opere assai complesse nella forma e di grande densità di pensiero. Ma alcuni esegeti li hanno semplificati al punto da vedervi solo la spia di una disperazione personale o il sintomo di una deriva sadomasochistica, passando sopra anche alle indicazioni di lettura date dallo stesso autore. Evidentemente è stato lo scenario di quella supposta morte per sesso a indirizzare le antenne esegetiche verso quel tipo di “messaggio”, escludendo tutti gli altri.


Se per ipotesi Pasolini fosse morto in quella stessa data ma di morte naturale, forse la lettura di quelle opere sarebbe stata più letteraria, più storico-politica o più filosofica, certamente più fine e non così brutalmente sessuo-patologica.


Petrolio ci è arrivato dopo tutte queste peripezie come un ordigno disinnescato, o meglio un ordigno che si è cercato di disinnescare in tanti modi.


Nella sua storia, come ho già accennato, si può anche leggere l’Italia, la sua la cultura e i suoi intellettuali e a volte mi chiedo cosa sarebbe successo a Pasolini se il cinema non gli avesse permesso di uscire da questo milieu, e di essere conosciuto internazionalmente attraverso il linguaggio cinematografico, che non ha confini linguistici.


L’idea di questo convegno è quindi di restituire a quel capolavoro controverso ciò che gli è stato sottratto. Ovviamente alcune cose non gliele potremo mai restituire. Non possiamo ridare a Petrolio la compiutezza, né possiamo sostituirci a Pasolini per dare noi un compimento a ciò che gli è stato impedito di portare a termine. Non possiamo nemmeno tornare indietro nel tempo e far sì che ciò che rimaneva di Petrolio venisse pubblicato nei suoi tempi ‘naturali’.


Però altre cose possiamo tentare di risarcirle, anzi dobbiamo. Possiamo per esempio auspicare una nuova edizione di Petrolio, integrata delle parti mancanti, e soprattutto proporre nuove letture critiche adeguate alla sua complessità e profondità, sia artistica che di pensiero. Ed è questo che ci auguriamo di fare in seguito a questo convegno.