"Triplicate" di Bob Dylan: viaggio nella storia della canzone americana

Il 31 marzo è uscito il suo trentottesimo lavoro in studio. Triplicate (Columbia, 2017) è il suo primo triplo album.

Bob Dylan

Bob Dylan

Vincenzo Esposito 8 aprile 2017

di Vincenzo Esposito


Nella sua autobiografia, Chronicles volume I (Feltrinelli, 2004), Bob Dylan scriveva: «Non so perché il numero 3 sia metafisicamente potente, ma è così». Neanche noi sappiamo perché questo numero eserciti un fascino “metafisico” su di lui, ma certamente non possiamo prescindere dalla semiologia della cifra per esprimere alcune considerazioni in merito al suo ultimo lavoro, che s’intitola, appunto, Triplicate.


Si tratta del trentottesimo disco in studio di Dylan, che esce a breve distanza dal conferimento del Premio Nobel: un album triplo con 30 canzoni, nel quale, ogni disco, della durata di 30 minuti, si compone di pezzi di circa 3 minuti. C’è, evidentemente, dell’aritmetica nella struttura di quest’opera che contiene cover scelte nel repertorio del grande canzoniere americano. Classici e standard (29 su 30 cantati precedentemente anche da Frank Sinatra) che sono stati composti durante un arco temporale che va dagli anni ’20 agli anni ’50: cioè, più o meno, 3 decenni; quelli in cui la popular music americana era ancora giovane (When the World Was Young), l’epoca d’oro del Tin Pan Alley e del musical di Broadway; quando Dylan non era ancora nato, oppure era solo un ragazzino. Un omaggio alla storia della canzone americana classica, quella che proprio Dylan e la sua generazione spazzarono via negli anni ’60; un tributo a “The Voice” da parte di chi ha fatto della sua “contro-voce” una cifra stilistica e un atto politico.


In Triplicate, in effetti, non si avverte un approccio meramente nostalgico: gli arrangiamenti sono eleganti ma essenziali, non c’è una big band alle spalle a creare un’epica, le atmosfere sono notturne e lunari, i pezzi sono eseguiti spesso da un quintetto dal quale emergono sia la nuova voce di Dylan, allusiva, da crooner, da cantante confidenziale, sia la steel guitar di Donnie Herron, che dona a ogni pezzo una gamma cromatica metafisica. Questa terza incursione di Bob Dylan nel Great American Songbook (dopo Shadows in the Night e Fallen Angels), è un viaggio nei precordi: in quei luoghi sacri dei sentimenti collettivi, delle emozioni condivise e senza tempo (Once Upon a Time), dove un verso semplice e diretto come «I love you» non poteva mai mancare (P.s. I Love You). Triplicate è un Sentimental Journey “in triplice copia” che riflette sul senso profondo del passare del tempo (As Time Goes By), sulla finitudine dell’amore (Stardust), ma anche sulla capacità di certe canzoni di immaginarselo eterno (Imagination).


Ogni disco di questo triplo album di Dylan porta un titolo (‘Till the Sun Goes Down; Devil Dolls; Comin’ Home Late), ognuno è il “sequel” dell’altro, e, in qualche modo, lo risolve. E se la semiologia del 3 ha davvero un senso in questo lavoro sui segni e sulla semantica dell’amore e del tempo che lo consuma, allora non possiamo non pensare a un altro triplo album famoso: Trilogy (1979) proprio di quel Frank Sinatra che Dylan ha voluto omaggiare nei sui ultimi tre dischi; che dai rapporti della “triade” trae struttura e ispirazione, organizzandosi, però, secondo un piano temporale semplice e lineare, intestando cronologicamente ai tre dischi i “segni” del tempo: The Past; The Present; The Future.


Nella triade di Dylan, invece, il tempo non è lineare («The future for me is already past», cantava lui stesso in un pezzo del 2001): del resto, niente è mai stato “lineare” nella sua vita e nella sua opera. Eppure, anche queste canzoni semplici dell’altra America possono parlarci dell’universo complesso a cui Dylan appartiene; e benché i versi non siano i suoi, ci sembra difficile non cogliere, qua e là, segni della sua autobiografia artistica: come accade, ad esempio, nel finale puntellato da quesiti inevasi: «Why was I born?/Why am I living?/What do I get?/What am I giving?». Si tratta di un pezzo scritto nel 1929 da Kern e Hammerstein - Why Was I Born -, cantato da Sinatra negli anni ’40, e che qui funge da epilogo, ma quei versi degli anni ’20 sarebbero potuti benissimo uscire dalla bocca del personaggio più stralunato interpretato da Dylan al cinema, quello che Sam Peckinpah aveva voluto affidargli in Pat Garrett e Billy Kid. Sì, proprio quel film in cui Dylan si chiamava Alias!