Il cinema entra nelle Stanze aperte degli ospedali giudiziari

L’umanità e l’orrore degli Ospedali psichiatrici giudiziari in un racconto verità. Emozionante proiezione del docu-film di Francesco e Maurizio Giordano a Scampia. [Valentina Soria]

redazione 8 maggio 2014


[i]Il trailer del film.[/i]



[b]di Valentina Soria[/b]



Le vite interrotte degli internati raccontati in un film. "Le stanze aperte", di Francesco e Maurizio Giordano, nasce da un lavoro durato sei mesi all'interno dell'Opg (ospedale psichiatrico giudiziario) di Secondigliano, dove nel 2009 ha avuto luogo il trasferimento dei detenuti dalla sede di S. Eframo, ritenuto inagibile.



«Sono rimasta molto sorpresa. Non pensavo che dietro quelle persone, considerate "diverse" dal senso comune, ci potesse essere tanta profondità emotiva e umana». Queste le parole della giovane Stefania Fusco, una delle spettatrici che hanno affollato la sala del centro Caritas, visibilmente commossa ed emozionata. «È un film che tocca le nostre corde più profonde e stimola una riflessione che non finisce al termine della pellicola», così Ciro, un piccolo commerciante di Scampia.



Nel film, la rappresentazione della realtà è affidata a immagini riprese da una macchina che guida l'occhio dello spettatore grazie ad un montaggio invisibile, ma onnipresente, fuori dal linguaggio convenzionale. Al centro l'uomo e le sue mutevoli sfaccettature, pur se si tratta di un'umanità "altra", quella degli internati. Unico attore professionista Vincenzo Merolla, che ha potuto lavorare insieme agli internati e con loro ha creato quasi una simbiosi, rendendo perfettamente la loro condizione.



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[i]Un momento precedente all'inizio delle riprese del film. Il regista Francesco Giordano sta insegnando ad un internato stagista l'uso della telecamera.[/i]



Il film nasce dall'idea di trasporre in immagini alcune storie, a testimonianza di esistenze ignorate o anonime, eppure straordinariamente vive e capaci di vivere ancora, magari in modo diverso.



Racconta Francesco Giordano: «L'idea nasce proprio dalla chiusura per legge degli ospedali psichiatrici giudiziari italiani. Problematica che rappresenta ancora una piaga a causa del lento processo di dismissione delle strutture. Le strutture erano sei in Italia e a Napoli c'era quello di S. Eframo. Era un istituto altamente funzionante. Così, almeno fino al 2009, anno del provvedimento che programmava una dismissione progressiva degli Opg, con data ultima aprile 2014, termine prorogato a maggio 2015. Proprio nel 2009 i detenuti furono trasferiti nell'ala destra del carcere di Secondigliano, e proprio lì è stato girato il film ed è avvenuta la prima proiezione».



La sceneggiatura è stata scritta da Giuliana Del Pozzo: «A telecamere accese, e in qualità di documentarista, mi sono introdotta nell'edificio entrando in contatto con i protagonisti, per poter apprendere le vicende quotidiane di una realtà separata dal reale da un perenne muro. Dalla testimonianza che ne ho raccolto ho costruito un filone narrativo che parte dall'apporto quotidiano dei detenuti all'interno del carcere, ma anche dalla possibilità di un ritorno a casa, con tutti i cambiamenti anche emotivi che ciò comporterà».



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[i]Veduta esterna del carcere di Secondigliano. L'ala destra ospita gli internati dell'Opg di S.Eframo, dichiarato inagibile nel 2009.[/i]



Il protagonista del film è Enzo Arte, interpretato da Vincenzo Merolla. Un personaggio volutamente contraddittorio, nel quale convivono faticosamente sogno, realtà e follia. Egli vive in modo personale il legame tra la precedente struttura di S. Eframo e quella attuale di Secondigliano. Di qui l'inizio della storia attraverso la sua testimonianza.



L'opera costituisce, quindi, un film di finzione girato con tecnica documentaristica: i personaggi del film, reali o costruiti, non possiedono una fisionomia psicologica e relazionale propria, ma sono identica espressione e manifestazione di più personalità, segno tangibile dell'anonimato a cui la loro condizione li condanna realmente.



Il taglio documentaristico è poi avvalorato dal fatto che l'azione si svolge quasi tutta all'interno del carcere e che le linee guida del film, anche se lateralmente, suggeriscono agli spettatori interrogativi a cui la coscienza civile non può sottrarsi. Gli autori non lo hanno fatto. I registi sono stati in stretto contatto con le persone detenute. Hanno creato un laboratorio e hanno formato e individuato chi potesse lavorare per le riprese, le luci, l'audio e per la produzione del film. Gli attori, la troupe tecnica e i truccatori, a esclusione dell'attore protagonista e di quelli scelti per le scene esterne al carcere, sono detenuti e internati, infermieri, educatori, agenti di polizia penitenziaria e il frate cappellano.



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[i]Una scena girata durante le riprese del film "Le stanze aperte" all'interno del carcere di Secondigliano. Gli attori e il ciakkista sono detenuti.[/i]



Un'opera certamente non convenzionale, che dal punto di vista filmico e del linguaggio tenta una strada alternativa al tradizionale film sulle carceri italiane.



«Occorre sottolineare il merito di un lavoro che nei momenti più alti assume un aspetto onirico, spiazzante, inaspettato, dovuto anche all'uso di versi e di musiche sinfoniche classiche, in rapporto ad un contesto affatto armonico. Da Alda Merini a Shakespeare, dalla Genesi a Vivaldi, passando per Bob Marley». Così Francesco Giordano, visibilmente soddisfatto illustra gli aspetti tecnici e stilistici più caratteristici del film. «Il titolo è stato scelto da un internato, perché in questa struttura le celle sono aperte tutto il giorno e chi vuole può uscire e passeggiare nei corridoi come nei reparti ospedalieri. C'è poi il lavoro vero e proprio. Molti di loro si occupano della serra o di altre attività. Altri non ci riescono».



Un'esperienza unica per gli autori del film, ma anche complessa, sia da un punto di vista burocratico, per ottenere i permessi, che psicologico. «Devo riconoscere la particolarità dell'approccio con i detenuti. La loro reclusione ha un qualcosa di singolare, caratterizzata in alcuni casi da un "fine pena mai". Lavorare con loro significa arricchirsi di un'esperienza umanamente incredibile, sotto tutti i punti di vista. Abbiamo assistito a racconti disarmanti di chi sa già, una volta a casa, di non poter essere considerato accettato dalla propria famiglia, chi ha provato sulla propria pelle il rifiuto, la discriminazione, l'impossibilità di sentirsi al sicuro, e che, una volta libero, ha bussato di nuovo a quelle stesse porte», aggiunge il regista.



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[i]I registi napoletani Francesco e Maurizio Giordano, la sceneggiatrice Giuliana Del Pozzo e una fotografa dopo la premiazione del film, vincitore del premio "Parole, immagini, suoni. Squarciare i silenzi".[/i]



Fondamentale il ruolo guida dell'attore protagonista Vincenzo Merolla, un punto di riferimento per tutti gli attori detenuti. «Quest'esperienza mi ha dato quel che mi mancava dal punto di vista umano e professionale. Ho trascorso molte ore del giorno con loro, nelle celle, concentrandomi su un internato in particolare e cerando di carpire il limite della loro libertà». Vincenzo, ha la voce rotta dall'emozione nel ripensare ai momenti vissuti durante le riprese del film. «Gli internati mi chiamavano "maestro". Mi trattavano con gentilezza. La loro naturalezza è disarmante. Io non so chi sono stati prima di entrare nell'Opg, né se riusciranno mai ad essere altro, né se diventeranno diversi da quello che sono oggi. Il ciclo della loro vita resta in parte aperto, a mio avviso, sempre. Quella realtà nuova mi ha riempito, e forse arricchirebbe umanamente molti altri, se solo avessero il coraggio di confrontarsi con l'alterità, che in quanto tale fa paura».



La problematicità del diverso è una tematica centrale nel film. Sottolinea Giordano: «È un problema atavico siamo arrivati ad un bivio: o riconosciamo l'altro perché diverso da me o siamo destinati a sbranarci vicendevolmente, soprattutto oggi con un'interconnessione globale sempre più potente».



Il docu-film, prodotto dalle associazioni Ved e Baruffa Film, ha ricevuto il premio "Parole Immagini Suoni. Squarciare i Silenzi", proprio per essere riuscito a porre l'attenzione su una tematica troppo spesso lasciata ai margini. Il film ha inoltre visto la diffusione in diversi circoli e cineclub. «È la prima volta che assisto a un film girato all'interno di un ospedale psichiatrico giudiziario e non pensavo potesse essere un'esperienza così umanamente stimolante», racconta Maria Gargiulo, educatrice nel carcere di Avellino, che ha assistito ad una delle proiezioni del film organizzate nel centro Caritas diocesiano di Scampia. «C'è troppo pregiudizio sui cosiddetti "malati di mente". Questo ci impedisce di squarciare il velo dell'ipocrisia che attanaglia la nostra società. I registi del film sono riusciti con sensibilità e professionalità a dar voce al silenzio».



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[i]Alcuni cartelloni all'interno del centro Diocesano di Scampia, realizzati dai ragazzi del quartiere.[/i]