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La nuova guerra in Sudan Kartoum bombarda il sud

Segnale è preoccupante: il conflitto tra nord e sud Sudan è stato il più lungo combattuto in Africa. Juba, il bersaglio, alleato strategico di Usa e Israele [Francesca Marretta]

redazione
martedì 27 marzo 2012 21:44

da Londra
di Francesca Marretta

Khartoum ha bombardato la zona petrolifera dello Stato di Unity in Sud Sudan. Il Presidente sudanese Omar al-Bashir, primo capo di Stato in carica a beccarsi una condanna della Cpi per crimini di guerra e contro l'umanità, nonché genocidio per le stragi compiute dalle milizie Janjaweed in Darfur, prima ha negato i bombardamenti, avvenuti a circa 35 chilometri dalla capitale Bentiu senza causare vittime, poi il suo governo ha reso noto che la "tensione" di confine è stata causata da uno sconfinamento delle truppe sud-sudanesi nel territorio del nord.

Il segnale è preoccupante, considerato che il conflitto tra nord e sud Sudan è stato il più lungo tra i tanti combattuti sul continente africano. Il vertice in programma il 3 aprile a Juba tra Omar al-Bashir e il suo omologo del Sud, Salva Kiir è dunque saltato.

Il ministro dell'informazione sud-sudanese ha dichiarato che il suo paese non intende «entrare in una nuova guerra senza senso» con il Sudan, ma ha anche sottolineato che le forze militari di Juba, alleato strategico di Usa e Israele, «sono in grado di difendere il proprio territorio e la propria integrità».

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha espresso preoccupazione per i venti di guerra di queste ore, in una zona in cui l'Onu è presente da anni con missioni di peacekeeping.

La crisi attuale è stata ampiamente preannunciata. Un paio di mesi fa Omar al Bashir dichiarava che con Juba « clima è più vicino alla guerra che alla pace». Il petrolio su cui Khartoum intende continuare ad allungare le mani è concentrato nelle zone di confine sotto la giurisdizione di Juba o contese come l'area di Abyei.

I negoziati tra Khartoum e Juba sull'oro nero, sciagura della popolazione sudanese, vittima di guerre e sfollata in molta parte del paese per anni, si sono sempre conclusi con un nulla di fatto.

Dopo che a fine gennaio il Sud Sudan si è accordato col Kenya per la costruzione di un nuovo oleodotto che sposta le rotte del greggio di Juba a sud, al Bashir si è sentito mancare la terra sotto i piedi. La nuova pipeline che troverà sbocco sull'Oceano Indiano a Lamu taglia Khartoum fuori dai giochi, ed è chiaro che il Generale al Bashir non ci sta.

In queste ore ha allertato il suo vice Ali Osman Mohammad Taha per la «mobilitazione dei jihadisti» del suo paese (il Sudan è un paese islamico, mentre il Sud è in prevalenza cristiano-animista) pubblicizzata dal quotidiano Sudan Tribune. Anche i paramilitari delle Forze di Difesa popolare sono pronti a entrare in azione contro Juba.

I primi a pagare le conseguenze di una crisi che rischia di essere preludio a una nuova guerra sono i circa 16 mila rifugiati che vivono nel campo di Yida presso il lago Jau, vicino alla frontiera tra Sudan e Sud Sudan.

«L'Unhcr ritiene che il campo sfollati Yida non sia sicuro a causa della sua vicinanza alla contestata zona di confine» ha dichiarato la portavoce della stessa agenzia Onu, Melissa Fleming, che ha aggiunto: «Riteniamo che la vita degli sfollati sia a rischio, per questo li invitiamo ad andarsene». Il punto è che sono sfollati proprio perché non hanno più casa, né un posto dove andare.