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Vecchie armi chimiche, grave minaccia in casa

Migliaia di bombe, ordigni chimici e laboratori militari eredità delle passate guerre rischiano di danneggiare il territorio italiano. Legambiente chiede una bonifica.

Desk
martedì 28 febbraio 2012 10:42

Migliaia di ordigni nel fondo del mare, armi chimiche e laboratori bellici minacciano e inquinano il territorio italiano. La denuncia arriva dal dossier "Armi chimiche: un'eredità ancora pericolosa" realizzato dal Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche, di cui fa parte anche Legambiente.

In poco più di venti pagine è possibile leggere di oltre 30mila ordigni inabissati nel sud del mare adriatico, di cui 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte Torre Gavetone, a nord di Bari; 13mila proiettili e 438 barili contenenti iprite, un pericoloso liquido irritante, e diversi ordigni chimici contenenti iprite, lewisite (liquidi irritanti) e fosgene (gas asfissiante) nel golfo di Napoli; 4.300 bombe all'iprite e 84 tonnellate di testate all'arsenico nel mare antistante Pesaro.

E ancora: laboratori e depositi di armi chimiche della Chemical City nei boschi della Tuscia in provincia di Viterbo e l'industria bellica nella Valle del Sacco a Colleferro (Roma), nata 100 anni fa per fornire tecnologie e sostanze di supporto agli armamenti. Infine le aree di sgancio degli aerei Nato nel basso adriatico, dove giacciono, secondo le stime dell'allora Istituto centrale per la ricerca scientifica applicata al mare, oggi Ispra, migliaia di "bomblets", piccoli ordigni derivanti dall'apertura delle bombe a grappolo sganciate sui fondali marini.

Legambiente chiede a gran voce la bonifica di questi siti: «Sostanze altamente inquinanti, derivanti prevalentemente dalla pesante eredità bellica del periodo fascista, che continuano a minacciare l'ambiente e la salute delle popolazioni locali».
Ecco i principali siti su cui occorre un'intervento immediato:

La Chemical City sul lago di Vico. Nel viterbese le cisterne cariche di fosgene degli impianti di produzione delle armi chimiche sono state scoperte, nel 1996, per l'intossicazione di un ciclista causato da una fuga del gas asfissiante durante operazioni segrete di svuotamento delle cisterne stesse. Nel 2000 la bonifica delle cisterne si è conclusa e ora si sta lavorando per rimuovere gli ordigni e gli altri residuati bellici che ancora giacciono nel sito minacciando la salute dei cittadini e del bellissimo lago di Vico.

Le discariche belliche nel mare di Molfetta (Ba). Nel mare pugliese ci sono voluti i lavori di dragaggio del porto di Molfetta, con il conseguente ritrovamento di alcuni ordigni bellici, per far partire la bonifica di quest'area che però ancora oggi procede a rilento.

Le aree di sgancio nel basso Adriatico. Nel basso adriatico, invece, agli arsenali chimici dispersi sui fondali durante la seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi alla fine del conflitto, si sono aggiunti gli ordigni lasciati dagli sganci degli aerei Nato nel 1999 durante il conflitto del Kosovo.

L'iprite nei fondali pesaresi. Nel mare marchigiano un gruppo di cittadini ha iniziato già nel2010 ha chiedere notizie certe rispetto agli ordigni all'iprite e all'arsenico abbandonati dai tedeschi in mare nel 1944 durante la loro ritirata. Nel luglio scorso è partita la prima campagna di monitoraggio sui sedimenti marini dall'Arpa Marche, a partire dalle coordinate dei siti marini dove sono le bombe sono state affondate, in cui non si sono riscontrati valori al di sopra delle soglie stabilite.

Gli ordigni inabissati nel Golfo di Napoli. Per il Golfo di Napoli invece la situazione è testimoniata al momento da documenti militari americani segreti, di cui sono noti alcuni stralci, che indicano l'area come sito di abbandono di bombe chimiche subito dopo la fine della seconda guerra mondiale.

L'area industriale di Colleferro (Rm). A Colleferro, in provincia di Roma, quest'anno ricorre il centesimo anno dell'industrializzazione dell'area che ospita già dal 1912 produzioni belliche (Snia, BPD), in particolare dedicate alla fornitura di tecnologie atte a trasformare armi convenzionali in armi chimiche. Una produzione che continua anche negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, tanto che alcuni documenti riportano una correlazione tra la produzione dell'industria bellica di Colleferro e le tecnologie fornite all'Iraq di Saddam Hussein negli anni ottanta. Ancora oggi nell'area sono attive produzioni belliche ma sull'inquinamento ci sono ancora poche informazioni pubbliche, a causa del segreto militare e di una contaminazione molto complessa che deriva da tantissime attività che si sono succedute negli anni in tutta la Valle del Sacco, diventata recentemente Sito di interesse nazionale da bonificare.