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Politics

Vendola: giornalismo e politica devono saper volare

Il leader di Sel a Globalist, su politica e giornalismo. Il paradosso di Ingrao: per fare buona informazione oggi bisogna essere "acchiappanuvole". [Antonella Marrone]

venerdì 24 febbraio 2012 16:07

di Antonella Marrone

La sede della Regione Puglia, a Roma, è sinuosa. Bianca e legno, un legno con venature calde chiare e scure che ricordano gli ulivi centenari. Nichi Vendola è preso da molte altre cose, in questi giorni. E il tema "informazione" arriva inatteso. Ma c'è sempre da riflettere, non si sottrae. Il microfono, poi, è già piazzato lì, tra la terra e il cielo. Anzi tra le nuvole. «Per essere militanti di una buona informazione, oggi, bisogna incarnare il paradosso di Pietro Ingrao: essere acchiappanuvole», dice.

Già, siamo clouding, è tutto sopra le nostre teste. Per questo ha scelto di fare informazione politica esclusivamente online?
«La scelta di vivere la comunità nella dimensione Rete è nata in campagna elettorale, soprattutto perché li dentro, in quella giungla di segni e messaggi, si possono capire tante cose, ci si può confrontare con nuovi linguaggi giovanili, si può capire tanto di ciò che sfugge all'inchiostro della carta stampata. Ma non ho scelto l'online rispetto al cartaceo: semplicemente non ce lo siamo potuti permettere. Se ci fossero disponibilità lo farei, per una ragione semplice: un giornale si fa in una redazione, dove si cresce, si discute, si impara a fare un lavoro, dove c'è una comunità di lavoro. È un impegno alto per chi vuole fare politica. Non penso ad uno strumento di propagamda, ma a uno strumento di crescita e di orientamento».

Però cambia l'informazione, cambiano i giornalisti. Sempre più precari, dunque ricattabili, dunque meno liberi.
«La precarizzazione del lavoro è un delitto. Nel caso dell'informazione è un doppio delitto. Se nella parte che interessa tutti i giovani precari ci sono gli elementi comuni della paura, della solitudine, della ricattabilità, quel vivere il futuro non come promessa ma come minaccia, per chi lavora nel campo dell'informazione è un delitto supplementare perché è attentato alla libertà. Perché nel lavoro di chi è nel sistema informativo si determina un prodotto che ha a che fare con la libertà di tutti».

Il dato di oggi è che la sinistra rischia di rimanere senza più strumenti di crescita e di orientamento, travolta dal libero mercato, ingrigita ed impigrita, balbettante sul fronte analitico.
«I giornali della sinistra sono da un lato barricati nei loro fortini, dall'altro combattono orgogliosamente tra testate importanti e significative per la cultura generale del paese. Penso a il manifesto. Un paese che perdesse il manifesto è un paese inimmaginabile. È come se fosse normale non avere ogni giorno quella spina nel fianco, quella raccolta di pensieri critici».

Ma la Rete è utilizzata male da chi fa politica. Anche dalla sinistra. Viene utilizzata come megafono, come vetrina. Non è realmente interattiva. «La sinistra si è cimentata con i nuovi mezzi, trovando dei competitori abbastanza agguerriti, come Grillo, che non è sinistra ma populismo con caratteristiche regressive nella cultura, con tratti reazionari fino ad immaginare il ripudio della democrazia politica».

Grillo sembra vincere, però.
«Su che cosa è difficile la contesa con Grillo e su che cosa lui è il re della rete? Sul punto più becero, sul qualunquismo, l'idea che la complessità non esiste e che sia un'invenzione. Un'invezione dell'avversario. Il mondo "vecchio" , in senso metaforico, in cui ci si mette dentro tutto, acquista un significato negativo, può essere liquidato in modo che il mondo nuovo possa sorgere dalla catarsi di una parolaccia, dalla bestemmia salvifica, dal vaffanculo rigenerante. Ma questa è una cultura intimamente autoritaria, che contiene dentro un'ipoteca di fondamentalismo».

Scricchiola il mondo dell'editoria di sinistra. L'Associazone Altramente (www.altramente.info) ha organizzato qualche settimana fa un seminario dedicato a questo: "Sinistra senza informazione". Per arrivare ad un dunque. Dunque che si fa, che cosa serve, che cosa vogliamo fare, come vogliamo utilizzare gli strumenti dell'informazione.
«Domandiamoci come prima cosa: è possibile che l'informazione sul nostro mondo, sul degrado dell'universo, dell'ambiente, è possibile che la debba dare il Papa? Che l'informazione legata al collasso economico la debbano dare il Finacial Times o il Sole 24ore? E che lì si trovi un pensiero radicale, il punto di vista di un Krugman per esempio, che galleggia tra i fogli e fa parte della capacità di essere pluralisti di questi giornali? Il punto non è l'informazione, il punto è la sinistra. Non c'è, non c'è una visione critica. Non c'è più la politica come noi abbiamo il dovere di immaginare e cioè come un codice di autoeducazione. La politica è educazione alla complessità, alla ricerca di punti di equilibrio, di avanzamento, di mediazione. Se salta questo si salta nel populismo».

Questo spiegherebbe il successo di iniziative editoriali legate alla "semplificazione" della realtà, all'interpretazione "digitale" veloce dei fatti. Dimostrando, però, di possedere una autonomia "intellettuale" che prima apparteneva alla sinistra.
«C'è una relazione stretta tra la crisi della politica e la crisi del sistema informativo. Quando parlo della crisi della politica mi riferisco soltanto ad un cosa, al tentativo di sterilizzare l'elemento dell'alternativa. La politica come contesa tra programmi alternativi, tra modelli sociali alternativi. Il tentativo di abolire l'alternatività, rende poco percepibili le vere distanze sulle questioni di fondo che riguardano la direzione della società. Il fatto che possa essere considerata tecnica una riforma di destra del mercato del lavoro fa si che, progressivamente, venga meno meno un punto di riferimento. Diciamolo meglio: la crisi della politica è crisi della sinistra».

Un'afonia esasperante. Nel mare delle notizie e delle analisi e dei commenti, alla fine provi autentico smarrimento. Ma gli anni de L'Unità da "un milione" di copie non torneranno. Per fortuna e purtroppo.
«Paradossalmente in un partito che praticava le censure, il centralismo democratico, come era il Pci, si era determinata la costruzione di una rete di produzione di informazione che è stata la fabbrica di una delle più grandi scuole di giornalismo in Italia. Unità e Rinascita sono stati due luoghi straordinari di crescita, di professionalità, di pensiero. Ma questo si può fare se la politica viene vista come contesa. Se la politica, al contrario, è globalmente la guardiana delle politiche dei poteri forti, nella selva di informazioni ti smarrisci. Il problema non è l'informazione ma come tu ti collochi di fronte all'informazione, quale è il telescopio con cui guardi il cielo dell'informazione. Questo è il cuore del nostro smarrimento. Sia nel campo grande e che nel campo piccolo. Nel campo grande perchè il sistema informativo in Italia si sta coordinando per fare una campagna che possa rendere di sinistra la cosa più di destra. Vedi l' articolo 18. Ma anche nei piccoli gruppi locali. Faccio un esempio: sulla Rete si legge che Vendola plaude per la sentenza Eternit di Torino e non fa niente per le diossine. Eppure nel pieno della più grande crisi economico finanziaria del mondo ho ottenuto che il più grande gruppo siderurgico d'Europa portasse le emissioni di diossina da 600 gr all'anno a 3,5 grammi all'anno, certificati da scienziati. Questo fatto è occultato, nascosto. Questa informazione nella giungla delle informazioni senza pensiero critico, è stata cancellata».

Se fossimo in tv le direi che faremo una puntata dedicata al suo rapporto con i movimenti sociali e con l'associazionismo - che spesso lo attacca - perché è interessante questo contatto conflittuale, sul filo costante della polemica, con realtà che, a rigor di logica, dovrebbero sostenerla. Ma siamo tra le parole scritte, per cui, potrà essere magari una prossima intervista.

Commenti
  • virginia rondinelli 01/05/2012 alle 03:12:41 rispondi
    vendola-informazione-diossine
    Infinita tristezza per questo scampolo di autodifesa in luogo non appropriato sull'emissione della diossina. Vendola omette che l'emissione-risultato di cui parla è il più grave inganno che potesse perpretare ai danni di Taranto e provincia e delle vite lì messe in pericolo. Scientificamente è stato dimostrato che quell'emissione non è certificata in "monitoraggio continuo", ci sono decine di pagine di perizie tecniche, pubblicate anche da Repubblica, che lo confermano. Il monitoraggio parziale, ed in una frazione di tempo nota ai responsabili dell'acciaieria, non costituisce risultato scientifico per nulla. Vendola lo sa perciò le sue opinabilissime difese ad un falso controllo le insinua qui dove forse pensa di non trovare lettori corregionali troppo obnubilati da polveri sottili, sostanze volatili e cieli rosseggiati da diavolerie industriali per competere con gli "acchiappanuvole" e cogliere l'ennesimo tentativo di dolo: non è sufficiente, non per ingannare tutti almeno, saper "usare" delle citazioni.