Cremaschi non deve parlare. Cgil a pugni chiusi. Contro la Fiom

Botte e insulti all'attivo milanese della Cgil contro Giorgio Cremaschi. Magistratura interna per un altro dissidente, Fabrizio Burattini [Checchino Antonini]

redazione 14 febbraio 2014
[b]di Checchino Antonini[/b]

La Cgil celebra l'anniversario del primo attacco alla scala mobile, il 14 febbraio del 2004, scrivendo una delle pagine più mortificanti della sua storia, anche dei lunghi capitoli della concertazione e della subalternità alle politiche liberiste.
Momenti di tensione, poco fa a Milano, all'attivo regionale della Cgil dove è presente il segretario, Susanna Camusso. Una decina di rappresentanti della Fiom, che non è stata invitata all'incontro, guidata da Giorgio Cremaschi, ha fatto irruzione nella sala dove si sta svolgendo l'incontro. Tra scontri verbali sono volati schiaffi e spintoni. Cremaschi, esponente storico della Fiom, ha detto: «Presenteremo una denuncia alla Procura della Repubblica. Noi contestiamo l'accordo sulla rappresentanza e volevamo intervenire».


«Noi contestiamo l'accordo sulla rappresentanza e abbiamo presentato un volantino che ricorda che oggi - sottolinea Cremaschi - è il 30mo anniversario del decreto Craxi che abolì la scala mobile, riteniamo che l'accordo del 10 gennaio sia altrettanto grave». Lo storico rappresentante della Fiom aggiunge che «a questa assemblea non è stata invitata la Fiom ed è un'assemblea assurda di coloro che sono per il sì. Volevamo che un nostro delegato potesse formalmente intervenire, hanno reagito - prosegue - con violenza fisica per impedire le nostre richieste di intervento». Cremaschi conclude sottolineando che «anche la Camusso è responsabile perchè è venuta da noi, le abbiamo chiesto di intervenire ma non ha fatto nulla».

Che il racconto di questa tornata congressuale sia la storia di una partecipazione al minimo storico e di un alto tasso di brogli era già stato denunciato su Popoff da Cremaschi e dai firmatari del documento alternativo. Nelle settimane scorse (e ancora oggi) quel poco di informazione che viene dedicata alla vita sindacale si è giustamente soffermata sulla offensiva che il gruppo dirigente della Cgil ha scatenato contro il segretario generale dei metalmeccanici Maurizio Landini, il quale si è visto minacciato di provvedimento disciplinare da parte di Susanna Camusso a causa del suo dissenso attorno al Testo unico sulla rappresentanza, sottoscritto dalla Cgil assieme a Cisl, Uil e Confindustria.

Fa in qualche modo notizia il fatto che la Cgil, per dirimere una pur grave divergenza interna faccia ricorso alla minaccia di provvedimenti disciplinari.

Ma la vicenda che coinvolge Landini non rappresenta un fatto isolato. Dopo la notizia che lo riguarda, apparsa sui giornali il 5 febbraio, corredata di tanto di copia della lettera che Camusso ha inviato agli organismi incaricati di gestire le vicende disciplinari, nella giornata di ieri la stampa ha reso noto che è in corso dentro la Cgil un altro “processo politico”. Anche Fabrizio Burattini, membro del Direttivo nazionale della confederazione di Corso d’Italia e uno dei rappresentanti nazionali del documento “Il sindacato è un’altra cosa”, presentato dalla sinistra sindacale per il XVII congresso, è stato deferito al Comitato di garanzia (la magistratura interna alla Cgil) per un “reato” che non può che definirsi d’opinione. La denuncia proviene da Sinistra anticapitalista, combattiva organizzazione politica vicina alla Quarta Internazionale di cui Burattini è militante. La storia verte attorno ad una proposta di ordine del giorno conclusivo da lui presentato al termine del dibattito del direttivo nazionale della Cgil il 3 giugno del 2013. Il documento proponeva di respingere l’accordo del 31 maggio (accordo in base al quale è poi stato scritto il testo unico criticato anche da Landini), definendo tale accordo “in contraddizione con i principi democratici fondativi della Cgil, con la concezione della confederalità”, ma anche “con i principi democratici costituzionali e con il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori di scegliersi liberamente i propri rappresentanti”.

La presidente del direttivo, Morena Piccinini, chiedeva a Burattini di modificare alcune formulazioni che lei riteneva inammissibili. Burattini insisteva con quelle formulazioni, peraltro già sviluppate in alcuni interventi durante il dibattito. E la Piccinini annunciava dunque che si sarebbe rivolta agli organi disciplinari, come poi ha fatto.

«Questa vicenda dimostra ancora di più come il degrado del dibattito democratico nella Cgil (come specchio anche di ciò che sta avvenendo nel paese) giunge perfino a pensare di punire con sanzioni il pensare ed esprimere una valutazione, che poi certo è risultata minoritaria nel massimo organo di direzione della Confederazione, ma che comunque è e resta un diritto tutelato dalla Costituzione e dallo Statuto della Cgil».