Il giornalista Bahar in carcere in Italia, parla la famiglia (video)

La zia di Kimyongur è in Italia per sostenere il nipote. L’intervista e il video di una manifestazione (non autorizzata!) dei figli di Bahar.

Desk2 3 dicembre 2013



[i][size=1]I figli di Bahar (Nidal e Cayan) di 5 e 3 anni che potrestano (in una manifestazione non autorizzata!) alla stazione ferroviaria di Cordova, per chiedere la liberazione del padre nel luglio 2013, quando era stato arrestato in Spagna.[/size=1][/i]


[b]di Giorgia Pietropaoli[/b]


Hanno la voce stanca al telefono Nuray Dogru, zia di Bahar, e il suo compagno Pablo Sanchez arrivati in Italia per seguire le sorti di Kimyongur, il giornalista belga in carcere a Bergamo che rischia l’estradizione. Una voce che tradisce preoccupazione ma anche determinazione, fermezza. Quella fermezza che chi è dalla parte del giusto e che lotta affinché i diritti umani siano riconosciuti non può non avere.


[b]Vi aspettavate che Bahar, venendo in Italia, accadesse questo?[/b]

No, assolutamente no. Quando è stato arrestato in Spagna è potuto uscire su cauzione, in Italia questo non avviene. Inoltre il giudice spagnolo gli aveva dato l’assenso per viaggiare nei Paesi europei, l’unica condizione era che comunicasse al suo avvocato spagnolo dove stesse andando, cosa che Bahar ha fatto regolarmente. Bahar era tranquillissimo prima di partire per l’Italia, non sospettava minimamente che gli potesse accadere una cosa del genere, nessuno di noi lo sospettava. Aveva informato il giudice spagnolo tramite il suo avvocato, stava rispettando la legge spagnola, dove c’è ancora in corso il procedimento per l’estradizione. In Spagna la giustizia ha fatto un ragionamento sensato. Hanno detto: noi, per il momento ti lasciamo andare, dietro cauzione, perché abbiamo un dossier vecchio di dodici anni e non possiamo giudicare l’estradizione sulla base di questo dossier; aspettiamo dalla Turchia nuovi documenti e solo allora decideremo cosa fare.

È una situazione un po’ kafkiana questa. In teoria, ovunque Bahar si dovesse recare, verrebbe arrestato. È veramente strano che la Turchia possa attivare un mandato così vecchio attraverso l’Interpol senza aggiungere nuovi elementi. In ogni caso, il governo di Erdogan ha un problema perché deve presentare un dossier che non esiste. Devono inventare qualcosa sul conto di Bahar per far andare avanti il processo di estradizione.


[b]C’è la possibilità che la Turchia spedisca un dossier falso all’Italia? [/b]

Si, la Turchia è molto brava quando si tratta di fabbricare prove che non esistono ma non ha niente e noi non abbiamo paura di questo niente. Bahar non mette piede in Turchia da più di dieci anni. Se la Turchia dovesse inventare qualcosa, risponderemo. La settimana prossima vogliamo fare qualcosa per far uscire Bahar dalla lista dell’Interpol. La prossima tappa, infatti, è quella di farne una questione parlamentare in Italia, in Belgio ma anche nel parlamento europeo in maniera tale che non accada a nessun altro quello che sta succedendo a Bahar. Come si può essere un cittadino di un Paese dell’Unione Europea ed essere perseguitato dalla Turchia sulla base di un mandato vecchio e che varie sentenze hanno già dimostrato essere infondato? La verità è che la Turchia usa Bahar e tutti i processi politici per fare campagna mediatica ogni volta che si avvicinano le elezioni che, in questo caso, ci saranno tra sei mesi. In questa maniera Erdogan fa passare l’idea che il governo sta combattendo il terrorismo. Peccato che i cosiddetti terroristi siano giornalisti, pensatori, avvocati, sindacalisti, professori, uomini di cultura che denunciano le ingiustizie che avvengono in Turchia. E per questo finiscono in prigione e vengono torturati.


[b]Perché Bahar è così scomodo?[/b]

Bahar denuncia le violazioni dei diritti umani, la situazione dei prigionieri politici, che sono centinaia; ha smascherato più volte la macchina dell’informazione governativa, soprattutto sul cosiddetto processo di pace con i curdi: quando Erdogan faceva vedere che liberava un prigioniero, in carcere ne rimanevano duecento; ha raccontato di come la Turchia sta armando le fazioni jihadiste in Siria per alimentare la guerra. Ecco perché. E questo non è proprio piaciuto alla Turchia.


[b]Potete raccontarci qualcosa sulle origini della vostra famiglia?[/b]

La mamma e il papà di Bahar sono state le prime persone che hanno lasciato la Turchia, negli anni Settanta, dopo il colpo di Stato della giunta militare. Hanno deciso di partire soprattutto per motivi economici ma anche perché la famiglia appartiene ad una minoranza etnico-religiosa (quella alawita) che la giunta militare considerava inferiore e perciò perseguitava, soprattutto nell’espressione politica e culturale. Bahar è nato nel 1976 in Belgio.
Poi in maniera progressiva anche il resto della famiglia li ha raggiunti: la nonna e il nonno di Bahar, le zie, circa l’80% della famiglia si è trasferita a Bruxelles. Diciamo che è stata una combinazione tra motivi economici e la repressione politico-religiosa operata da uno stato razzista verso le minoranze, che li ha spinti a lasciare il Paese. Bahar è ateo ma in Turchia se dici che sei ateo devi specificare se sei un ateo sunnita o un ateo alawita, il che è assurdo. È un po’ come dire se sei un ateo cattolico o un ateo protestante, ma è così.


[b]È possibile che Bahar sia perseguitato anche per la sua appartenenza ad un’etnia di minoranza?[/b]

Si, è possibile, ma in Turchia tutte le minoranze sono perseguitate. Tutte. I curdi, i cristiani, i greci ortodossi per non parlare degli armeni. Le minoranze sono considerate inferiori dallo Stato e dal governo, un governo che ha fatto della religione la sua bandiera quindi non importa che tutte le minoranze, insieme, formino il 45% della popolazione. Perché tutte le minoranze hanno delle diversità che non consentono l’unificazione, così sono deboli e il governo sfrutta questa debolezza. La maggioranza è, in realtà, un 20-25% della popolazione turca che però è compatta e decide per tutto il resto della popolazione.


[b]Alcune fazioni sostengono che Bahar, proprio per la sua appartenenza etnica e per le sue dichiarazioni, sia favorevole al regime di Assad in Siria. È così?[/b]

Bahar ha scritto un libro sulla questione siriana e certo, far parte di una minoranza, ti può aiutare ad avere una visione critica del mondo che può essere diversa da quella della maggioranza. Ma non per questo Bahar ha mai sostenuto il regime di Assad anche perché non ha mai preso una posizione, in questo senso. Quello che ha sempre detto Bahar è “sosteniamo la pace e troviamo una soluzione politica per la Siria” e dire questo, in Turchia, significa essere automaticamente accusato di terrorismo. Allora anche il Vaticano, che ha detto le stesse cose, è terrorista?

Alla stessa maniera, denunciare il fatto che una parte di rivoluzionari, in Siria, sono jihadisti e stanno commettendo massacri equivale a dire “sono contrario alla rivoluzione”. Questo è folle. Bahar non ha mai difeso il regime di Assad ha solo fatto controinformazione, denunciando quello che altri non avevano detto. L’osservatorio dei diritti umani di Londra, per esempio, ha fatto, sei mesi fa, un conteggio dei morti e la maggioranza sono soldati. Allora dire questo vuol dire essere favorevole ad Assad? So che è difficile capire come stanno le cose in Siria ma non siamo là e perciò non possiamo giudicare quello che sta accadendo senza considerare tutti i fattori in gioco. E ancora non potremmo giudicare perché non possiamo vedere con i nostri occhi.


[b]Se l’Italia dovesse decidere di estradare Bahar in Turchia, cosa potrebbe accadergli?[/b]

Non crediamo che possa succedere; sarebbe assurdo se l’Italia estradasse in Turchia un cittadino belga ed europeo, non può farlo. E non può, magari, reggere la scusa che l’Italia oggi ha venduto circa due milioni di euro di armi alla Turchia e quindi deve rendere il favore. La legalità di un Paese democratico questo non lo consente. Non vogliamo neanche pensare a questa eventualità: verrebbe isolato, imprigionato, torturato e non sappiamo cos’altro.


[b]Cosa vorreste dire ai politici italiani?[/b]

Abbiamo lasciato un messaggio al senatore Manconi (Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani dal 21 maggio 2013, [i]ndr[/i]) e vorremmo parlare con il deputato Scotto che ha presentato un’interrogazione parlamentare, affinché si faccia qualcosa per far uscire Bahar dalla lista dell’Interpol. Oggi sua moglie, che si trova a Bruxelles, ha parlato con un alto funzionario del Ministero degli Affari Esteri belga che ha affermato che stanno lavorando proprio in questo senso. Per il Belgio questa non è una bella pubblicità e stanno prendendo degli impegni per evitare che una cosa del genere possa accadere di nuovo, in futuro. Il console è venuto a seguire l’udienza, è stato molto solidale e siamo contenti per questo.


[b]Come stanno la moglie di Bahar e i figli?[/b]

È dura. I bambini di Bahar, due maschietti, hanno rispettivamente 5 e 3 anni e cerchiamo di fargli prendere l’assenza del padre come un gioco, spiegando loro che tornerà presto, ma non è per niente facile. Quando è stato arrestato in Spagna c’erano i figli con lui, la madre è dovuta andare a riprenderli alla stazione di polizia. È stato terribile. Questa volta è andata un po’ meglio, ma i bambini stanno soffrendo per questa situazione.

Tutto questo, inoltre, ha un costo economico non indifferente per noi. Abbiamo un avvocato in Belgio, un avvocato in Spagna, un avvocato in Italia. . . possiamo fare un network di avvocati! E poi non vogliamo lasciare solo Bahar ma spostarci ha un bilancio che sta diventando difficile sostenere.


[b]Cosa accadrà nei prossimi giorni?[/b]

Faremo mobilitazione, in Belgio, per fare un po’ di pressione sul Ministero della Giustizia affinché Bahar sia liberato per tre motivi. Primo: Bahar ha l’udienza la prossima settimana in Spagna e se non si presenta può avere problemi con la giustizia spagnola. Secondo: l’accusa turca è vuota in Spagna, è vuota in Italia e Bahar non è più andato sul suolo turco. Terzo: far uscire Bahar dalla lista dell’Interpol perché quel mandato non vale nulla.

Poi speriamo che sia liberato prima della nostra partenza, questo giovedì. Così possiamo riabbracciarlo.


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